fbpx

INDIPENDENTI, COSTRUTTIVI, ACCESSIBILI

Home Mondo Italia L’Italia è un Paese a misura di disabili?

L’Italia è un Paese a misura di disabili?

Tempo di lettura stimato: 6 min.

-

Per conoscere la condizione dei disabili in Italia, con riferimento sia al loro posizionamento nel mercato del lavoro, sia nella loro quotidianità, è anzitutto necessario comprendere chi sono i disabili, e perché vengono così definiti. Treccani riporta una definizione molto chiara di disabilità: “Condizione di coloro che presentano durature menomazioni fisiche, mentali, intellettive o sensoriali che, in interazione con barriere di diversa natura, possono ostacolare la loro piena ed effettiva partecipazione nella società su base di uguaglianza con gli altri”. Esistono, quindi, delle barriere che definiscono i disabili e che rischiano di limitare il loro pieno sviluppo e la loro partecipazione nella società. E come afferma l’art. 3 della nostra Costituzione, è compito della Repubblica rimuovere tali limiti per favorire la piena realizzazione di tutti i cittadini. Ma a tal proposito: in quali condizioni si trovano i disabili nel nostro Paese? L’Italia è un Paese a misura di disabili?

Chi sono e quanti sono

Secondo l’Istat, in Italia ci sono circa 3 milioni di disabili. Di questi, quasi la metà sono over 75, mentre quasi 1 milione sono donne. Proprio per questo, l’età media delle persone con limitazioni tali da definirli disabili è alta: circa 67,5 anni. Inoltre, le persone con disabilità che vivono con genitori anziani sono particolarmente vulnerabili, dal momento che rischiano poi di trascorrere gran parte della loro vita sole, senza il supporto della famiglia. La “geografia” di tali cittadini è caratterizzata da notevoli differenze regionali. Le Regioni nelle quali il fenomeno è più rilevante sono l’Umbria e la Sardegna – circa, rispettivamente, il 7% e l’8% della popolazione. Sono le meno rappresentante invece, in questa categoria, Lombardia e Trentino Alto Adige: 4% circa l’una.

Partecipazione scolastica

L’art. 24 della Convenzione Onu per i diritti delle persone con disabilità stabilisce che “gli Stati Parti garantiscono un sistema di istruzione inclusivo a tutti i livelli ed un apprendimento continuo lungo tutto l’arco della vita”. Sulla base di numerosi dati di riferimento, si giunge purtroppo a una conclusione tutt’altro che confortante, nonostante siano stati fatti alcuni progressi.

Un punto di partenza riguarda gli stessi studenti disabili all’interno del corpo studentesco, passati secondo l’Istat da 200mila nel 2009/2010 a oltre 272mila nell’anno 2017/2018. A tal proposito, gli insegnanti per il sostegno sono aumentati significativamente nello stesso arco temporale: da 89 mila a 156 mila – quindi di più del 75% circa. Ciononostante, è ancora troppo bassa la quota di persone con disabilità che hanno perseguito i titoli di studio più elevati (diploma di scuola superiore e titoli accademici): pari al 30,1% tra gli uomini e al 19,3% tra le donne – 55,1% e 56,5% per il resto della popolazione.

Non solo: è senza titolo di studio il 17,1% delle donne, il 9,8% degli uomini, mentre nel resto della popolazione le quote sono 2% e 1,2% rispettivamente. Anche negli indirizzi di scuola scelti persistono, oggigiorno, delle differenze importanti: nel 2017, quasi la metà degli alunni con disabilità si è iscritto a una scuola con indirizzo professionale, quando la quota rispetto al totale degli alunni si attesta al 20%. Si predilige perciò la ricerca di un lavoro immediato, preferito al prosieguo della carriera accademica.

Infine, quanto all’accessibilità degli edifici emergono significative carenze. Infatti, solo una scuola su tre dà libero accesso, fisicamente parlando, agli studenti disabili, con percorsi di ingresso nelle strutture ad hoc – es. montascale – e di libero movimento al loro interno, come percorsi personalizzati. Inoltre, neanche una su cinque ha abbattuto le cosiddette barriere senso-percettive, ovvero quelle che fanno riferimento all’ambiente sensoriale entro cui lo studente vive il proprio percorso scolastico, come mappe in rilievo, indicatori visivi e segnali acustici. Emerge, poi, un fattore che aggrava ulteriormente tali valori: essi sono ampiamente differenti da regione a regione. Riporta l’Istat: “l’accessibilità fisica è assicurata dal 66,2% delle scuole della Valle d’Aosta e soltanto dal 21,6% di quelle della Campania; l’accessibilità senso-percettiva dal 38,4% delle scuole della Provincia Autonoma di Bolzano e soltanto dall’8,5% di quelle della Calabria.”

Partecipazione lavorativa: dalla norma ai fatti

Nel nostro Paese esistono norme dirette a favorire l’inserimento lavorativo delle persone con disabilità. Dal 1999, la legge n. 68 ha introdotto l’istituto del collocamento mirato, che si propone di mettere in comunicazione domanda e offerta di lavoro, favorendo la valorizzazione delle abilità delle persone e l’individuazione degli strumenti di inserimento personalizzato nei luoghi di lavoro. Successivamente, è intervenuta la legge n. 381 del 1991, la quale ha assegnato alle cooperative sociali il ruolo di inserire nel mondo del lavoro le persone con disabilità anche attraverso azioni dirette a colmare il loro svantaggio in termini di abilità e di capitale umano. Tuttavia, resta ed è ancora rilevante lo svantaggio, nel mercato del lavoro, delle persone con disabilità. Considerando la popolazione compresa tra i 15 e i 64 anni, infatti, lavora solo il 31,3% dei disabili gravi, con percentuale più bassa tra le donne. Il dato peggiore proviene dal Mezzogiorno: lavora meno di un disabile su cinque. Proviene invece dal Centro Italia il dato più confortante, dove due disabili su cinque lavorano.

Partecipazione sociale

Secondo l’Istat, più di 600 mila persone gravemente disabili vivono in una situazione di totale isolamento senza alcuna rete su cui poter contare in caso di bisogno; di queste ben 204 mila di esse vivono completamente da sole. In aggiunta, solo il 43,5% di tali cittadini dispone di una vasta rete di relazioni, molto meno del resto della popolazione: 74,4%. La partecipazione sociale si manifesta in attività culturali, sociali, politiche e sportive, e solo il 9,3% dei disabili gravi le svolgono frequentemente, contro il 30,8% nel resto della popolazione.

La causa principale risiede nei numerosi problemi di accessibilità: solo il 37,5% dei musei italiani, pubblici e privati, è adeguatamente attrezzato per ricevere persone con gravi disabilità; solo uno su cinque offre materiale e supporti informativi,come percorsi tattili, cataloghi e pannelli esplicativi in braille indispensabili per rendere la visita un’esperienza qualitativa. Infine, attività come il volontariato e l’associazionismo di tipo civico-culturale e politico sono le principali forme di partecipazione alla vita politica e sociale di un paese. Tuttavia, meno di un disabile su dieci si impegna in attività di questo tipo, e sceglie soprattutto il volontariato (6,3%) o l’associazionismo (5,5%). 

Cosa aspettarsi dal futuro – e dal Pnrr

La missione 5 C1 del Pnrr recita testualmente: “Attenzione specifica sarà dedicata all’inserimento lavorativo delle persone con disabilità.” In particolar modo, alla voce infrastrutture sociali, famiglie, comunità e terzo settore viene inserito un programma di investimento per un ammontare pari a 11,17 miliardi di euro, dove trovano spazio i principali interventi per le persone con disabilità, tra cui: innovativi percorsi di autonomia per individui disabili e la Legge quadro per le disabilità. Nella missione sopra citata, circa 500 milioni di euro sono stati stanziati per il sostegno alle persone fragili e anziane, così da rafforzare i servizi sociali territoriali e “di prossimità”. Di questi, 300 milioni riguardano la riconversione delle RSA e delle case di riposo per gli anziani in gruppi di appartamenti autonomi, per cercare di garantire la massima autonomia e indipendenza a tali categorie.

Sono solo alcuni degli interventi che fanno parte di una necessaria riforma organica della norma che tutela i cittadini affetti da disabilità. A conti fatti, emerge una categoria di cittadini che sembra vivere in una realtà diversa da quella comune, che combatte con delle disuguaglianze notevoli, spesso anche nella loro quotidianità. La realtà italiana, in particolar modo, ha anche subito alcune sanzioni con riferimento agli standard offerti ai cittadini disabili: in particolar modo, la Corte di Giustizia dell’Ue ha condannato il nostro Paese, nel 2013, in quanto non in grado di garantire ai disabili “I principi Ue in materia di diritto al lavoro per le persone disabili” (La Repubblica, ndr). Si deve agire sulle cause strutturali di tali disuguaglianze; tuttavia, la strada per sciogliere questi nodi è ancora lunga.

*La condizione dei disabili in Italia [crediti foto: Hansuan_Fabregas / Pixabay]

Mattia Moretta
Italiano, prima di tutto. Nato in un posto in riva al mare d’Abruzzo, vivo dal 2000. Studio Economia e Management in Bocconi. In OriPo ho trovato lo strumento migliore per esprimere la mia passione per la politica. Tre punti di riferimento: la libertà, il mare e la musica. P.S. I capelli grigi sono naturali.

Commenta

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

3,700FansMi piace
28,000FollowerSegui
1,594FollowerSegui
980FollowerSegui