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Riforma del Patto di stabilità dell’Ue: novità e prospettive

Unione Europea

Il 23 Aprile il Parlamento europeo, riunito in sessione plenaria, ha approvato con un’ampia maggioranza la riforma del Patto di stabilità dell’UE, che ha previsto requisiti meno restrittivi: in particolare, i Paesi con un debito superiore al 90% del Pil dovranno ridurlo di un punto percentuale ogni anno. La riforma deriva da una proposta di Paolo Gentiloni, esponente del Partito democratico e Commissario europeo agli Affari economici. Tuttavia, nessun partito italiano rappresentato al Parlamento Europeo ha votato a favore del testo: quasi tutti si sono astenuti, mentre il Movimento 5 Stelle ha votato contro.

Cos’è il Patto di stabilità?

Il Patto di stabilità e di crescita è un accordo stipulato nel 1997 dagli Stati Membri dell’Ue. Il patto prevede delle regole atte a fare in modo che ciascun paese membro tenga in ordine i conti pubblici, non facendo quindi eccessivo ricorso al debito pubblico, così da non colpire gli altri paesi dell’Unione. Alla base del Patto di stabilità si trova il Trattato di Roma, con cui è stata costituita la Comunità Europea. In particolare, si rifà agli articoli 99 e 104 del Trattato stesso. Quest’ultimo articolo afferma che ogni Stato membro dell’Unione europea deve attuare la politica economica necessaria per garantire l’equilibrio della sua bilancia globale dei pagamenti […].

Secondo il Patto in vigore fino al 2020, i Paesi membri dell’Ue dovevano continuare a rispettare i cosiddetti parametri di Maastricht relativi al bilancio dello Stato – che si rifanno al Trattato di Maastricht del 1992: avere un deficit pubblico inferiore al 3% del Pil e un debito pubblico inferiore al 60% del Pil – o comunque tendente al rientro. Il mancato rispetto di queste condizioni comportava l’avvio delle tre fasi previste dal Trattato: l’avvertimento, la raccomandazione e la sanzione.

Come cambia il Patto di stabilità?

Per capire al meglio la riforma è utile analizzarne le caratteristiche passate.

Nella primavera del 2020, appena scoppiata la pandemia da Coronavirus, le regole del Patto vennero momentaneamente sospese in modo che gli Stati membri potessero spendere le proprie risorse a sostegno dei propri cittadini, data l’emergenza, senza troppi vincoli. Tuttavia queste regole, una volta terminata la pandemia, non erano state reintrodotte, anche a causa della guerra in Ucraina e la conseguente crisi energetica.

Il Patto di stabilità dell’Ue sarebbe dovuto tornare in vigore a partire dal 2024, ma in molti ritenevano fosse giunto il momento di riformarlo, in quanto considerato eccessivamente rigido. Per questo motivo nell’Aprile del 2023 è stata presentata una proposta di riforma da parte della Commissione Europea, in particolare dal commissario all’Economia Paolo Gentiloni. Il testo poi è passato nelle mani del Consiglio dell’Unione – nel quale sono rappresentati tutti i 27 Stati membri – che lo ha discusso e su cui ha apportato delle modifiche.

Dopo una lunga discussione, nel febbraio di quest’anno è stato trovato un accordo tra il Consiglio dell’Unione europea e il Parlamento europeo, su un testo che ricalca quello che era stato precedentemente approvato a dicembre. Il testo della riforma dovrà essere formalmente approvato dal Consiglio e sarà in vigore, andando ad incidere sui bilanci nazionali, a partire dal 2025.

Le caratteristiche della riforma

Innanzitutto nella riforma si prevede una semplificazione delle regole fiscali, dei trattamenti differenti in base alla condizione economica di partenza dei Paesi e un rafforzamento delle procedure di infrazione. Rimangono invece invariati i cosiddetti parametri di Maastricht, i quali erano presenti anche nel precedente Patto, e che sono stati oggetto di discussione. In particolare, gli Stati membri dovranno avere un debito pubblico inferiore al 60 per cento del prodotto interno lordo (Pil), e il rapporto tra deficit – inteso come eccesso di spesa annuo rispetto alle entrate – e Pil non dovrà superare il 3 per cento.

La riforma del Patto di stabilità dell’Ue permette però agli Stati con un debito particolarmente alto di stabilire, di comune accordo con le autorità europee, dei piani di spesa individuali della durata di quattro anni, prorogabili fino a sette anni, che permettano di ridurlo e rimettersi in linea con gli standard europei. Alcuni obiettivi sono stati tuttavia alleggeriti: per esempio, i Paesi con un rapporto tra debito e Pil superiore al 90 per cento dovranno ridurlo di un punto percentuale all’anno per la durata del loro piano di spesa, e di mezzo punto se il rapporto è compreso tra il 60 e il 90 per cento. È un cambiamento importante, dato che finora la riduzione prevista era di un ventesimo della quota in eccesso ogni anno: un parametro considerato poco realistico, e mai davvero applicato.

Il voto “italiano”

Molto interessante è osservare come i rappresentanti italiani in seno al Parlamento Europeo hanno votato questa riforma. Nonostante il Patto sia stato elaborato da un importante esponente del Partito Democratico, Paolo Gentiloni, e sia stato approvato dal ministro dell’Economia Giorgetti, al momento della votazione quasi nessun europarlamentare italiano, ad esclusione di Lara Comi di Forza Italia, Herbert Dorfmann della Südtiroler Volkspartei e Marco Zullo, ex M5S che oggi non fa parte di alcun partito ma siede nel gruppo parlamentare di Renew, ha votato a favore del testo: quasi tutti si sono astenuti, tranne gli esponenti del Movimento 5 Stelle che hanno votato contro.

Le motivazioni, tra i maggiori partiti italiani, sono state varie: Fratelli d’Italia ha votato in modo contrario in quanto la famiglia politica a cui appartiene all’interno del Parlamento europeo non fa parte della maggioranza. La Lega, a cui appartiene Giorgetti, ha fatto sapere che il nuovo Patto di stabilità, sebbene migliorato “rispetto alla proposta iniziale grazie al lavoro e all’impegno del ministro Giorgetti”, rappresenta “un compromesso che purtroppo presenta ancora elementi critici”.

Il PD, dopo un’accesa bagarre interna tra chi sosteneva che andasse approvato e chi invece sosteneva che il Patto andasse bocciato in quanto espressione della maggioranza di Governo, ha fatto valere la via intermedia dell’astensione. Molto più critici sono stati i 5 Stelle che, tramite le parole della propria capogruppo al Parlamento europeo, Tiziana Beghin, affermano che chi vota a questo Patto di stabilità tradisce l’Italia e i suoi cittadini. Insomma, nessuno dei partiti italiani, a pochi giorni dalla tornata elettorale, ha voluto intestarsi una riforma che inasprisce le sanzioni a carico dei Paesi con un debito sproporzionato, Italia in primis.

Cosa comporta per l’Italia?

Il testo approvato dal Consiglio chiarisce che il meccanismo descritto sopra si applica solo ai Paesi non sottoposti a una procedura di deficit eccessivo, cioè il cui deficit su Pil sia inferiore al 3 per cento. I paesi sottoposti a procedura (cioè, nel braccio correttivo del Psc) devono invece prima uscirne, riportando il disavanzo al di sotto del 3 per cento, e solo dopo saranno tenuti a presentare il piano di aggiustamento fiscale e strutturale descritto sopra. Questo chiarimento è molto importante per il nostro Paese in quanto quasi certamente la Commissione aprirà una procedura di infrazione nei confronti dell’Italia (e di altri paesi) nel 2024, visto che con la legge di bilancio il deficit italiano nel 2023 è stato quantificato al 5,3 per cento del Pil, con una previsione al 4,3 per cento del Pil nel 2024.

La procedura di infrazione, a sua volta, impone un percorso di aggiustamento (sostenuto da possibili sanzioni), tipicamente di durata triennale, che prevede una correzione del deficit (strutturale) di almeno lo 0,5 per cento del Pil all’anno. Tuttavia l’Italia e gli altri Paesi con un alto debito pubblico, grazie ad una serie di negoziazioni, hanno ottenuto una condizione favorevole. Infatti la Commissione europea, nel determinare la correzione dei conti pubblici prevista nel triennio 2025-2027, deve tenere conto dell’incremento nella spesa per interessi intervenuta nel periodo, a seguito dell’ondata inflazionistica e del conseguente inasprimento dei tassi da parte della Bce. E per l’Italia, la cui spesa per interessi si aggira attorno al 5% del Pil, si tratta di un dettaglio non irrilevante.

Figura 1 - Rapporto debito pubblico/Pil (percentuale), II trim 2023, prima della riforma del patto di stabilità dell'Ue,

All’atto pratico, nei tre anni considerati, l’Italia potrà contare effettivamente su uno “sconto”, ovvero una riduzione minore del deficit. Da ciò ne discende che rispettare questo Patto di stabilità dell’Ue richiede uno sforzo maggiore da parte dell’Italia, ma anche da parte di altri Paesi, con il rischio di generare una spinta deflattiva per l’intera area europea. Inoltre, i Paesi ad alto debito in generale, e l’Italia in particolare, hanno ottenuto un po’ di margine per il prossimo triennio, periodo in cui dovrebbe concludersi l’attuale legislatura italiana. Con questa versione del Patto, i problemi maggiori li avranno i governi italiani che verranno.

*Crediti foto: Unione Europea [Guillaume Périgois via Unsplash]
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