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L’Italia ha un problema con le disuguaglianze

Tempo di lettura stimato: 6 min.

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Articolo pubblicato su Business Insider Italia

Negli ultimi anni, l’Italia e non solo, ha visto un aumento delle disuguaglianze all’interno della sua popolazione. Lo ha reso noto, recentemente, anche l’Istat nel report pubblicato sulle condizioni di vita, di reddito e carico fiscale delle famiglie dell’anno 2019.

La disuguaglianza dei redditi, infatti, risulta più elevata in Italia che negli altri grandi Paesi europei, posizionandosi in 19esima posizione nella graduatoria degli Ue28. Pur restando molto elevata, nell’anno pre-pandemia la porzione di popolazione a rischio di povertà ed esclusione sociale si è ridotta rispetto al 2018 passando dal 27,3% al 25,6%. La disuguaglianza, però, resta stabile: il reddito totale dei nuclei familiari più ricchi continua ad essere sei volte maggiore di quelli meno abbienti. Tali dati portano a riflettere sulla rilevanza degli interventi statali per appianare una simile disparità e migliorare la qualità della vita della popolazione.

La disuguaglianza sta aumentando all’interno dei Paesi

In una delle sue ultime ricerche, l’economista Olivier Blanchard mostra come negli ultimi decenni la disuguaglianza fra i redditi sia aumentata nelle economie avanzate.

L’ex capo economista del Fondo monetario internazionale, attraverso un indicatore di disuguaglianza denominato “coefficiente di Gini”, mostra come la distribuzione della ricchezza tra la popolazione si stia sempre di più sbilanciando. Gli Stati Uniti sono la nazione con il maggior divario, ma anche il nostro Paese vede un aumento nella stessa direzione.

Una considerazione che offre questa indagine è come la classe media si stia sempre più stringendo, con una “scala mobile” sempre meno funzionante. Ciò significa che sempre più persone sono “bloccate” nella classe sociale nella quale nascono.

Un altro dato a sostegno di questa tesi riportato da Blanchard riguarda la percentuale di uomini presenti nel quartile più alto, o più basso, con il padre all’interno del quartile di reddito più basso.

Il grafico mostra che in Italia nel 2011, solo il 19% degli uomini nel massimo quartile di reddito aveva o ha il padre nell’ultimo quartile di reddito. Situazione che caratterizza la gran parte dei Paesi sviluppati.

Un altro importante tema in termini di disuguaglianza riguarda la differenza tra uomini e donne. Dopo una parziale riduzione del gap all’inizio degli anni ‘70, il trend si è invertito nel 2005, con un aumento delle disparità dovuto principalmente alla differenza nei ruoli ricoperti. Le donne, in Italia, guadagnano circa il 19% in meno rispetto agli uomini, percentuale vicina alla media dei Paesi del G7, secondo gli ultimi dati forniti dall’Ocse.

Il primo strumento per rispondere al fenomeno della disuguaglianza e alle problematiche conseguenti alla concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi è la politica fiscale che, insieme alla spesa pubblica per il welfare, può contribuire alla redistribuzione della ricchezza all’interno della società.

In Italia: perché l’Irpef è iniqua

Nel sistema tributario italiano è l’Irpef (Imposta sul reddito delle persone fisiche) l’imposta più importante: essa contribuisce al 40% delle entrate del Paese.

Si tratta di un’imposta progressiva: l’importo pagato dal contribuente aumenta proporzionalmente al crescere del proprio reddito imponibile. La progressività del trattamento è garantita non solo in base ad aliquote di imposta crescenti applicate su ogni scaglione di reddito, ma anche tramite deduzioni e detrazioni di imposta.

Tale sistema progressivo di imposta risulta in realtà iniquo sia dal punto di vista orizzontale che dal punto di vista verticale. Da un lato, soffre di iniquità orizzontale dal momento che si può riscontrare nella realtà un trattamento diverso dei soggetti passivi con reddito simile, ad esempio, tramite l’esclusione delle rendite dei terreni degli agricoltori dalla base imponibile Irpef. Dall’altro, non manca l’iniquità verticale. Secondo il principio di equità verticale i soggetti con capacità contributiva maggiore dovrebbero concorrere maggiormente alle entrate della spesa pubblica. Nella realtà, però, le deviazioni da tale principio sono causate da trattamenti non sufficientemente diversificati fra contribuenti. Un lavoratore autonomo, ad esempio, può beneficiare della flat tax, a differenza di un lavoratore dipendente o di un pensionato. Nel 2018, infatti, l’Irpef risulta pagata per il 94,7% da lavoratori dipendenti e pensionati, mentre solo il 5,3% del gettito è versato dalle altre tipologie di soggetti passivi.

Le aliquote marginali, ovvero le aliquote applicate sull’ultimo scaglione di reddito, risultano pari al 27% per la parte di reddito eccedente i 15mila euro fino ai 28mila, e al 38% da 28 mila fino a 55mila euro. È proprio tale salto di aliquota di 11 punti, che scatta appena si ha un reddito anche di 28.001 euro, uno dei sintomi dello squilibrio all’interno del sistema italiano. Come risulta dal grafico, in tal caso il contribuente si troverà a pagare 6.960 euro più il 38% sul reddito che supera i 28 mila euro.

Tale iniquità effettiva del trattamento fiscale, riscontrata ad esempio in Italia, non è però, la sola variabile che ha contribuito negli ultimi anni e che contribuirà in quelli a venire al dilagare delle disuguaglianze socio-economiche nella popolazione.

L’arrivo del Coronavirus

Oltre a provocare un ingente numero di vittime (in Italia quota 70 mila a fine 2020), la pandemia di Coronavirus ha provocato una recessione senza precedenti, andando ad aggravare le condizioni sociali dei più deboli. La perdita di posti di lavoro stimata dall’Inps, da marzo a giugno, si aggira intorno alle 420 mila unità, con una disoccupazione giovanile intorno al 30%. Senza dimenticare il danno subito dagli studenti: secondo un’indagine della Global Campaign for Education Italia, la didattica a distanza (DAD) ha aumentato le differenze fra gli studenti di scuole medie e superiori e circa il 60% è rimasto indietro con compiti e lezioni. Ciò è avvenuto soprattutto in famiglie più a disagio, per mancanza di strumenti adatti per seguire l’anno scolastico, o per mancanza di spazi e tensioni in famiglia.

Tutto ciò non incide solo nell’immediato sulla vita degli alunni. Sono soprattutto le prospettive di lungo termine a vedere un effetto negativo: l’ultima ricerca effettuata dalla Fondazione Agnelli riporta come i mesi in DAD potrebbero tradursi in una perdita di 21 mila euro nell’arco di vita lavorativa, con un “taglio” di stipendio di circa 900 euro annui agli inizi della carriera nel mondo del lavoro.

Rimedi? 

È un dato di fatto che le politiche macroeconomiche attuate esclusivamente per stimolare la crescita economica non siano in grado da sole di ridurre il divario di reddito e opportunità fra le varie fasce della popolazione. I governi dovrebbero agire direttamente per combattere il fenomeno delle disuguaglianze, considerando anche i repentini cambiamenti stimolati dalla globalizzazione e dall’evoluzione tecnologica.

In una società che va sempre più verso una dimensione “a due velocità”, Blanchard suggerisce un “menù” di soluzioni incidenti sul sistema di tassazione, il sistema scolastico e il mercato del lavoro, applicabili alle economie avanzate.

Per quanto riguarda la riforma della tassazione, l’economista sostiene che il solo innalzamento delle aliquote fiscali marginali superiori non aumenterebbe l’aliquota effettiva dei cittadini più ricchi, poiché per tali soggetti i redditi sono solo una minima parte della loro ricchezza. Questi ultimi posseggono, infatti, soprattutto investimenti in azioni e altri beni che, ad esempio, sono soggetti al regime favorevole delle imposte sulle plusvalenze più che all’imposta sui redditi. Blanchard avanza quindi la proposta di tassare la ricchezza netta dei più ricchi (cioè tutta la ricchezza derivante dai beni detenuti meno i debiti).

Implementare anche maggiori crediti di imposta per ricerca e sviluppo, poi, sempre secondo Blanchard, potrebbe essere un modo per stimolare la creazione di nuovi posti di lavoro e aumentare i salari incrementando anche la produttività.

Un ulteriore strumento potrebbe essere quello basato su programmi finalizzati alla ricerca di talenti fra i ragazzi provenienti dalle zone a basso reddito per dare loro accesso a migliori opportunità di istruzione e per favorire la mobilità sociale. Tali programmi, infatti, potrebbero aiutare i giovani con specifiche abilità e conoscenze a trovare l’occupazione adatta da svolgere nel lungo termine.

Ridurre le disuguaglianze significa rendere i servizi più accessibili e incrementare le opportunità di riscatto per i cittadini meno abbienti. L’economia può fare da guida su quale sia l’approccio più efficace, ma l’atteggiamento della politica assume un ruolo significativo e determinante in questo contesto.

Crediti foto: Tom Parson, via Unsplash

Articolo a cura di Sveva Manfredi e Riccardo Romano Boiani

Redazione
Orizzonti Politici è un think tank di studenti e giovani professionisti che condividono la passione per la politica e l’economia. Il nostro desiderio è quello di trasmettere le conoscenze apprese sui banchi universitari e in ambito professionale, per contribuire al processo di costruzione dell’opinione pubblica e di policy-making nel nostro Paese.

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