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Dalla liberalizzazione agli operatori virtuali: gli ultimi 30 anni di industria telefonica italiana

Dopo l’approvazione – da parte del CdA di TIM – dell’offerta d’acquisto vincolante di KKR per parte della rete infrastrutturale dello stesso colosso italiano, i dubbi che aleggiano che sull’intera industria telefonica italiana sono molti: A che livelli competerà TIM sui mercati globali? Saranno sufficienti i 18,8 miliardi di euro messi sul piatto dal fondo statunitense per ridurre in modo significativo il debito della società italiana? Come si scioglierà il “nodo Vivendi”, considerando che la società francese, principale azionista di TIM, si è detta contraria all’accordo?

Prima di provare a rispondere a questi quesiti, però, ne vanno affrontati diversi altri, per comprendere meglio il contesto generale all’interno dell’industria telefonica del Bel Paese.
Nello specifico, come si è arrivati alla liberalizzazione dell’industria telefonica in Italia? Quali sono state le performance dell’industria telefonica italiana dopo questo passaggio? Come si è evoluto il mercato della telefonia mobile?

La liberalizzazione dell’industria telefonica italiana

Già dalla fine degli anni ’50 del secolo scorso, il protagonista indiscusso all’interno del panorama del sistema telefonico italiano era lo Stato, che operava nel settore tramite la società finanziaria telefonica (STET), facente capo al gruppo IRI e tramite la Società Italiana Er l’esercizio delle telecomunicazioni (SIP), SpA sorta a seguito della nazionalizzazione delle imprese elettriche del 1962. Tale assetto di monopolio statale durerà circa 40 anni.

Infatti, i processi di liberalizzazione e privatizzazione, intesi come componenti del più vasto insieme di politiche del “New Public Management” (NPM) operato inizialmente dagli USA e dal Regno Unito a partire dalla fine degli anni ‘70, iniziano a coinvolgere anche l’Italia a cavallo tra gli anni ‘80 e ‘90. Quello della telefonia è uno dei settori più influenzati da tali modifiche, avviate con la legge n.58 del 1992, promulgata appena prima dello scoppio di Tangentopoli.
Due anni più tardi, la fusione tra diverse società operative protagoniste nel settore delle telecomunicazioni in Italia – come ad esempio SIP, Iritel (attiva nell’ambito della gestione della rete), Italcable (operante nel campo dei servizi cablografici) e Telespazio (molto importante per quanto concerne i servizi satellitari) – promossa dall’IRI, dà vita a Telecom Italia.
Nel 1997 la STET viene incorporata in Telecom Italia, che pochi mesi dopo verrà privatizzata; contestualmente, nuovi operatori, tra cui Infostrada (fondato da Olivetti e Bell Atlantic nel 1996) e Wind (frutto di un accordo tra Enel, France Télecom e Deutsche Telekom) si affacciano sul mercato a seguito del completamento del processo di liberalizzazione.

Tuttavia il NPM non rappresenta l’unico fattore scatenante di questa rivoluzione dell’industria telefonica italiana: a giocare un ruolo importante sono anche l’integrazione europea (che pone l’Italia dinanzi all’obbligo di rispondere alle norme comunitarie aventi ad oggetto la promozione della concorrenza), le molte pressioni da parte dei consumatori verso una maggiore concorrenza, la drastica diminuzione di fiducia nei confronti del mondo politico (e, di riflesso, nei confronti dello Stato) a seguito di Tangentopoli, e, soprattutto, la crescente consapevolezza dell’importanza delle telecomunicazioni per lo sviluppo economico.
L’apertura di un mercato come quello delle telecomunicazioni in generale e della telefonia più nello specifico è dunque vista, dai governi italiani di metà anni ’90, come un significativo driver della crescita economica, poiché ha l’obiettivo di stimolare gli investimenti, abbassare le tariffe dei servizi e migliorare in termini di efficienza, soprattutto sul piano dell’innovazione tecnologica.

Una volta istituito il regime di concorrenza, però, serve un regolatore: è così che la legge Maccanico del 1997 istituisce l’autorità per le garanzie nelle comunicazioni (AGCOM), autorità amministrativa indipendente che svolge il ruolo di assicurare una corretta concorrenza sul mercato da parte degli operatori e di tutelare gli interessi e le libertà dei cittadini in materia di mezzi di comunicazione.

La rete mobile e gli anni del cosiddetto “cartello”

La telefonia cellulare inizia a diffondersi nel nostro Paese a partire dalla metà degli anni ‘90, quando Telecom Italia lancia la controllata TIM (Telecom Italia Mobile) introducendo contestualmente la tecnologia Global System for Mobile communications 2G (GSM), e quando Omnitel (fondata da Olivetti, Lehman Brothers, Bell Atlantic e Telia) acquista con un’offerta da 750 miliardi di lire la concessione per operare per 15 anni nell’ambito del servizio radiomobile in Italia.
Nel 1998, a seguito dell’acquisizione della licenza GSM anche da parte della neonata Wind, il numero di operatori nell’ambito della telefonia mobile italiana passa a tre: tale numero è destinato a salire ancora di una unità (2003, con l’ingresso nel settore da parte di 3 Italia) fino a stabilizzarsi per molti anni.
Appena prima del nuovo millennio, Olivetti cede le proprie quote in Omnitel al gruppo Mannesmann, e, dopo la fusione tra quest’ultimo e Vodafone AirTouch, il marchio Omnitel viene progressivamente dismesso in favore del brand Vodafone.
Per tutti gli anni 2000, l’intera industria telefonica italiana (sia in termini di telefonia fissa che mobile) cresce notevolmente, sia a livello di fatturato che in quanto ad innovazione tecnologica: un grande punto di svolta è segnato dall’introduzione delle reti di terza generazione (3G), che consente di migliorare le prestazioni dei vari operatori in termini di velocità di connessione ed accesso a diversi servizi, fra i quali spicca l’accesso ad internet mobile.
Le prospettive di crescita del mercato 3G fanno sì che le aste tra operatori di telefonia mobile per la concessione delle licenze di utilizzo della banda vengano viste dai governi nazionali come un’importante fonte di ricavo, portando le varie compagnie telefoniche ad investire miliardi di euro, a cui vanno aggiunti anche quelli necessari all’implementazione delle reti.

Nonostante la competizione nell’ambito di questa sorta di gare di appalto, però, le compagnie parte dell’industria telefonica italiana del nuovo millennio sono state spesso accusate di formare una sorta di oligopolio o cartello e sono state svolte diverse indagini (ad esempio quelle ad opera dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato) relative a possibili comportamenti anticoncorrenziali, sebbene – va ribadito – non sia mai stata effettivamente provata l’esistenza concreta di accordi tra gli operatori.
In risposta alle frequenti allegazioni di coordinamento delle tariffe tra operatori l’AGCM ha comminato delle sanzioni pecuniarie in diverse occasioni, senza tuttavia provare nulla fuorché l’esistenza di importanti barriere all’ingresso (accesso alle infrastrutture, tariffe di interconnessione, …) e una talvolta scarsa trasparenza nelle offerte commerciali.
Nel corso degli anni 2010, l’industria telefonica in Italia continua ad evolversi con l’introduzione delle reti LTE e l’espansione delle reti di fibra ottica.
Alla fine del 2016 viene ufficializzata la joint venture tra Wind e 3 Italia, che danno luogo a Wind Tre; tuttavia, malgrado la suddetta fusione, il numero di operatori sul mercato italiano non è destinato a diminuire.

L’arrivo di Iliad e gli “operatori virtuali”: verso una maggiore concorrenza?

Infatti, nel 2016 il gruppo francese Iliad fonda la filiale Iliad Italia, che già nel 2017 inizia ad acquisire le frequenze cessate da Wind Tre conseguentemente alla fusione, in linea con le disposizioni dettate dall’Ue (la nuova entità Wind Tre è stata obbligata a cedere parte delle frequenze radio per evitare una posizione dominante; tali frequenze sono messe all’asta dallo stato italiano, e Iliad partecipa ed acquisisce una quota); nel frattempo, la società francese si occupa anche di implementare una propria rete di infrastrutture per coprire ulteriormente il territorio, anche sulla base di obiettivi alquanto ambiziosi.
Queste operazioni sono propedeutiche al lancio ufficiale dell’operatore, che avviene all’alba dell’estate del 2018; nel corso dello stesso anno, Iliad si assicura un blocco di frequenze nell’ambito dell’assegnazione delle frequenze della nuova rete 5G, ad un prezzo vicino agli 1,2 miliardi di euro.

L’arrivo di questo nuovo operatore, sin dall’inizio autodefinitosi low cost, porta una ventata d’aria fresca nel mercato italiano, favorendo un maggiore sviluppo della concorrenza e spingendo le tariffe medie verso il basso, grazie ad una strategia di mercato piuttosto aggressiva che mira ad ottenere una quota di mercato più significativa possibile: la maggiore concorrenza fa sì che nel complesso aumentino – tra l’altro – l’innovatività delle offerte, la differenziazione in termini di strategie di marketing, la copertura e la velocità di connessione.
I consumatori, oltretutto, beneficiano delle nuove dinamiche competitive anche a livello di ampliamento dell’offerta di servizi: ciò, tuttavia, non è un merito esclusivo di Iliad, ma anche dei cosiddetti “operatori virtuali”.

Questi ultimi sono società che forniscono servizi di telefonia mobile senza avere necessariamente licenze per lo spettro radio e/o infrastrutture di proprietà, e che si appoggiano dunque a parte delle infrastrutture degli operatori non virtuali. In Italia, il primo operatore virtuale (altresì detto MVNO), era stato CoopVoce, lanciato su rete TIM nel 2007 e seguito, a stretto giro, da PosteMobile (su rete Vodafone).
In concomitanza con il lancio di Iliad, il numero di operatori di questo tipo presenti sul mercato italiano è aumentato significativamente, favorito dal contesto maggiormente competitivo e della corsa al ribasso per quanto riguarda i prezzi, data la vocazione low cost degli MVNO, che possono applicare tariffe più basse perché non devono sostenere gli ingenti costi relativi alla realizzazione di infrastrutture e alle procedure competitive per l’assegnazione delle frequenze.
Gli effetti degli operatori virtuali sono più o meno – come detto – gli stessi del lancio di Iliad (diversificazione del mercato, pressione sui prezzi, benefici per i consumatori); la quota di mercato che gli MVNO detengono attualmente in Italia, secondo AGCOM, è di poco inferiore al 12%.

In conclusione, l’evoluzione dell’industria telefonica italiana è stata un percorso intricato, caratterizzato da una trasformazione significativa avvenuta attraverso la liberalizzazione e privatizzazione del settore a partire dagli anni ’90. Il passaggio da un monopolio statale a un mercato competitivo ha portato a una crescita notevole del settore, con l’introduzione di nuove tecnologie e la proliferazione di operatori.
Con l’attenzione rivolta a questi sviluppi, sono ancora diversi gli interrogativi a cui è necessario trovare una risposta, primo fra tutti quello riguardante i gap infrastrutturali (sia tra regioni o territori che tra Italia ed altri Paesi) legati alle infrastrutture telefoniche. Solo dopo un’attenta analisi di questo ulteriore aspetto si potrà disporre di un quadro completo per poter provare a comprendere quali possono essere le prospettive future del settore.

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