fbpx

INDIPENDENTI, COSTRUTTIVI, ACCESSIBILI

Home Mondo Asia e Oceania In India le proteste degli agricoltori svelano le contraddizioni del Paese

In India le proteste degli agricoltori svelano le contraddizioni del Paese

Tempo di lettura stimato: 6 min.

-

Lo scorso 26 gennaio a New Delhi in India le forze di sicurezza hanno represso violentemente le proteste organizzate da milioni di agricoltori, che da novembre manifestano contro le tre nuove leggi di liberalizzazione in materia agricola promulgate il 27 settembre dal governo indiano. L’esecutivo, guidato dal partito nazionalista indù Bharatiya Janata Party (Bjp) del Premier Narendra Modi, non si è consultato con le principali organizzazioni agricole sul contenuto delle proposte prima di convertirle in legge. 

 

Per tale ragione, numerose sigle sindacali lo scorso 26 novembre hanno deciso di organizzare lo sciopero generale più grande della storia del Paese, che ha visto la partecipazione di circa 250 milioni di persone. Su questo scenario è poi piombata  la pandemia da Covid-19 coi suoi costi sociali, sanitari ed economici, a cui l’India sta tentando di far fronte con un’importante campagna vaccinale. 

Le rivendicazioni alla base delle proteste

Fino allo scorso novembre, il sistema della vendita di prodotti agricoli in India era stato regolato tramite una forte presenza statale. Gli agricoltori vendevano i propri prodotti ai “mandi” (i mercati generali statali), servendosi di mediatori locali che, a loro volta, rivendevano la merce ai distributori al dettaglio. Grazie a questo meccanismo, i piccoli produttori agricoli sono stati in parte tutelati dal prezzo minimo di vendita statale, giacché lo Stato si impegnava ad acquistare la loro merce ad un prezzo prefissato, indipendentemente dalle fluttuazioni del libero mercato.

Le tre leggi di liberalizzazione che andrebbero a modificare la situazione attuale, sono, in ordine: il The Farmers (Empowerment & Protection) Agreement of Price Assurance and Farm Services Bill, il The Essential Commodities Act (Amendment) Bill e il Farmers’ Produce Trade and Commerce (Promotion and Facilitation) Bill. 

La prima ha come obiettivi quello di far interfacciare gli agricoltori con grossisti, in condizioni di parità e senza intermediari e di fissare i prezzi dei prodotti agricoli anche prima dei raccolti. La seconda dà al governo la facoltà di liberalizzare il contesto normativo mantenendo la possibilità di regolamentare i prezzi di beni alimentari considerati essenziali in caso di guerra, carestia, calamità naturali o aumenti straordinari dei prezzi. Infine, la terza intende promuovere il commercio al di fuori dei “mandi”, attraendo in questo modo investimenti del settore privato.

Secondo l’opinione degli agricoltori, il varo di queste leggi consentirebbe alle grandi aziende di avere il controllo sulla produzione, la lavorazione e il mercato agricoli, provocando un calo nel prezzo dei raccolti, un indebolimento del potere contrattuale degli agricoltori e lo sfruttamento di questi ultimi da parte delle aziende private. Di contro, il governo indiano ritiene che la recente legislazione sia in grado di innalzare il reddito agricolo attraverso la promozione della partecipazione diretta degli agricoltori in un mercato libero-concorrenziale. 

Finora sono stati almeno nove i round di negoziati organizzati tra governo e rappresentanti degli agricoltori, ma nessuno di essi è riuscito a risolvere la fase di impasse, in quanto le parti sono rimaste ferme ognuna sulle proprie posizioni. Gli agricoltori chiedono la revoca totale delle leggi, mentre il governo intende proseguire con la loro attuazione, pur avendo proposto uno stallo di diciotto mesi alla loro implementazione per ascoltare le obiezioni dei manifestanti che, però, hanno respinto la proposta. In tale contesto, la Corte suprema indiana si è posta come forza mediatrice tra le parti, riuscendo lo scorso 20 dicembre a ordinare al governo la sospensione delle leggi. 

I protagonisti delle proteste 

Da novembre, centinaia di manifestazioni hanno quindi paralizzato numerose città, tra cui la capitale New Delhi. La mobilitazione è partita dalle regioni dell’Haryana, dell’Uttar Pradesh e dal Punjab. Quest’ultimo, pur rappresentando uno degli stati più piccoli del Paese (occupa l’1,5% di tutto il territorio), costituisce uno dei principali “granai dell’India”. Alle proteste hanno preso parte circa 500 fra organizzazioni di agricoltori, sindacati dei lavoratori rurali e diverse organizzazioni sociali. 

Parte attiva delle manifestazioni sono state anche le donne indiane, scese in piazza per rivendicare la centralità del ruolo femminile nel settore agricolo. Secondo Oxfam, in India circa l’80% del lavoro agricolo, sebbene sia spesso informale e secondo forme di auto-impiego, è svolto dalle donne. Nonostante il loro contributo fondamentale al settore (che rappresenta il 15,4% dell’economia nazionale), le donne costituiscono una forza lavoro invisibile, che né il settore agricolo né il governo riconoscono. Ciò non consente loro usufruire di forme di sostegno istituzionale da parte di banche, assicurazioni, cooperative e dipartimenti governativi.

La risposta repressiva del governo 

Dopo mesi di impasse, i leader sindacali hanno deciso di marciare uniti verso la capitale New Delhi. Il 26 gennaio, in occasione della celebrazione della Festa della Repubblica, i dimostranti hanno preso d’assalto il Red Fort – uno dei principali monumenti della capitale –  forzando le barricate della polizia e scalandone le mura. 

Secondo diversi media, alcuni manifestanti sono saliti sul forte per issare la bandiera simbolo del movimento separatista Sikh del Khalistan Movement, che ambisce alla creazione di uno Stato autonomo in Punjab. Nonostante questa versione dei fatti sia stata smentita dall’analisi delle immagini, vari esponenti del Bjp non hanno esitato ad accusare l’intero movimento degli agricoltori di essere strumento delle istanze terroristiche e anti-nazionali di movimenti separatisti. 

Le proteste sono quindi sfociate in scontri violenti con le forze di sicurezza, che hanno usato manganelli e gas lacrimogeni contro la folla. Secondo l’Ong Punjab Cultural Council, nelle agitazioni hanno perso la vita circa 150 persone. 

Contestualmente alle proteste, il governo di Nuova Delhi aveva imposto un blackout dei servizi di telefonia mobile e di internet a 14 dei 22 distretti dello Stato di Haryana, al fine di scoraggiare la diffusione delle notizie ed il coordinamento delle manifestazioni. Il governo aveva poi presentato a Twitter una richiesta ufficiale di intervento su circa 250 account e tweet perché rappresentavano una minaccia per l’ordine pubblico.

Un Paese a due velocità

Le proteste dei milioni di contadini indiani hanno messo a nudo la terribile realtà delle sperequazioni socio-economiche esistenti nel Paese. Secondo i dati offerti dalla World Bank, il 41,5% dell’occupazione totale indiana è impiegata nel settore agricolo e produce il 17% del PIL del Paese. Se le riforme venissero approvate colpirebbero una classe agricola già in difficoltà, in quanto il 52% dei contadini indiani versa in una forte situazione debitoria, che ha portato molti agricoltori al suicidio (tra il 2018 e il 2019 si contano più di 20.000 casi). 

La maggiore frequenza di periodi di gravi siccità degli ultimi anni è un elemento che ha contribuito ad impoverire gli agricoltori e in generale la popolazione indiana, la cui condizione è stata aggravata dall’avvento del Coronavirus. Da un lato oggi la situazione sul fronte agricolo sembra rimanere in una fase di stallo, dall’altro il Paese si trova a dover fronteggiare la pandemia e un ambizioso piano vaccinale. 

L’India, secondo Paese al mondo per numero di contagi con oltre 10,58 milioni di casi, ha iniziato a metà gennaio la gigantesca campagna vaccinale che dovrebbe raggiungere 300 milioni di inoculazioni entro l’estate. Sia AstraZeneca che l’Università di Oxford hanno infatti siglato importanti accordi con la Serum Institute of India (SII) di Pune, la più grande azienda produttrice di vaccini a livello globale, per la produzione di decine di milioni di dosi.

Secondo le stime riportate nel bilancio per l’anno fiscale 2021-2022, l’economia indiana subirà una contrazione del 7,7%, dovuta principalmente alla diffusione del virus e alle conseguenti misure di contenimento adottate dal governo. Tuttavia, l’esecutivo prevede una crescita dell’11% per il periodo 2021-2022, grazie principalmente alla campagna vaccinale.  

Da un lato, l’industria farmaceutica potrebbe rivelarsi una chiave per la ripresa economica del Paese e per l’accrescimento del prestigio internazionale, nel contesto non solo della produzione e distribuzione dei vaccini, ma anche dell’esportazione degli stessi in tutta l’Asia meridionale. Dall’altro, le attuali manifestazioni contro le tre leggi sull’agricoltura mostrano un costante attacco, da parte dell’esecutivo di Narendra Modi, ai diritti democratici di larghi strati della popolazione.

 

*In India le proteste degli agricoltori hanno sorpassato i settanta giorni di mobilitazione [crediti foto: Randeep Madore CC0 1.0]
Anthea Favoriti
Nata nelle Marche, cresciuta in Toscana, adottata da Roma. Ho studiato Lingue Orientali (arabo e persiano) presso l’Università Sapienza di Roma e MENA Politics poi presso l’Università degli Studi di Torino. Amante dei viaggi in solitaria e dei soggiorni all’estero, passo il tempo libero a organizzare possibili itinerari e a collezionare mappe.

Commenta

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

3,385FansMi piace
20,000FollowerSegui
1,657FollowerSegui
807FollowerSegui