AnalisiConflitti e proteste

Georgia: un futuro “europeo”?

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Con le massicce proteste per impedire l’adozione della controversa legge sugli agenti stranieri, l’attenzione della stampa internazionale si è spostata sulla Georgia. Una delle immagini simbolo delle proteste è rappresentata da una donna che sventola una bandiera europea contro gli idranti della polizia, aiutata da altri manifestanti. La forza dell’immagine, il grande numero di persone in piazza e la repressione delle forze speciali hanno portato alcuni giornali nazionali ad accostare le manifestazioni con l’Euromaidan, ovvero una serie di proteste popolari filo europee in Ucraina nel 2013. Per capire lo stato attuale della Georgia, tuttavia, è necessario analizzare le svolte storiche che ha subìto il Paese dall’invasione dell’Unione Sovietica ai giorni nostri, nonché analizzare il significato dei cosiddetti “valori europei” per la popolazione georgiana.

Uno sguardo al passato: la storia della Georgia dall’URSS al 2008

Il dilemma sul posizionamento politico e geografico costituisce una costante della Georgia, che ha sempre avuto tendenze alterne tra l’essere filorussa e l’essere filo europea. Un esempio è dato dal discorso del 1920 tenuto dal Presidente della neonata Repubblica Democratica Georgiana Zhordania, che già allora dichiarava la necessità di schierarsi con l’Europa e con i valori democratici europei per combattere il bolscevismo e le armate sovietiche che minacciavano il Paese. La Georgia venne in ogni caso conquistata nel 1921 dall’Unione Sovietica, senza tuttavia perdere il proprio desiderio indipendentista.

Proprio a causa di questo desiderio, nel 1924 scoppiò una ribellione organizzata dai socialdemocratici georgiani, brutalmente repressa da Stalin. Lo stesso fu anche responsabile delle massicce purghe che interessarono tra le 30.000 e le 60.000 persone, tra cui molti intellettuali, membri stessi del Partito Comunista e dissidenti del regime. Inoltre, ogni forma di nazionalismo venne eliminata con la forza. Durante tutta la durata del regime sovietico, la Georgia affrontò alcuni effetti tipici dell’era sovietica, condivisi con altre Repubbliche Socialiste; ad esempio, oltre alla repressione del dissenso, lo Stato dovette fare i conti con un altissimo tasso di corruzione, elemento che contraddistingue la Georgia anche nella politica contemporanea post-URSS.

L’indipendenza viene conquistata nel 1991, contemporaneamente al collasso dell’URSS. Nel giro di un paio d’anni il Paese entra nel Consiglio d’Europa e nell’Organizzazione mondiale del commercio. A dimostrazione dell’apertura internazionale e pro-europea, la Georgia sigla un Accordo di Associazione con l’Unione Europea e diventa partner della NATO. Tuttavia, negli stessi anni si assiste ad una spaccatura interna del territorio, con la mobilitazione di gruppi secessionisti in Abkhazia e nell’Ossezia del Sud supportati dalla Russia, il cui fine è quello di mantenere un certo controllo sugli Stati divenuti indipendenti dopo il crollo dell’URSS. Il 2003 segna la fine dell’era sovietica con la cosiddetta “Rivoluzione delle Rose”, una serie di manifestazioni popolari per contestare le elezioni parlamentari ritenute truccate, che contribuisce alle dimissioni di Shevardnadze ed all’arrivo del governo filo-occidentale guidato da Saakashvili.

La spaccatura interna con i separatisti ed esterna con la Russia si acutizza nel 2008 con la seconda guerra in Ossezia del Sud, che vede lo scontro diretto tra la Russia e la Georgia, facendo precipitare le relazioni tra i due Paesi. L’appoggio e il mantenimento di contingenti russi anche dopo il conflitto nelle porzioni di territorio separatiste ha come effetto quello di allontanare (quasi) definitivamente la Georgia dalla sfera d’influenza russa verso quella dell’Unione Europea.

Il sentimento pro-europeo della Georgia  

Un elemento che contraddistingue la Georgia da altre ex-Repubbliche sovietiche o Paesi membri del Patto di Varsavia (come l’Ungheria) è che il sentimento pro-europeo non si è mai affievolito nella popolazione, nonostante anni di lotte e proteste non abbiano fino ad ora raggiunto l’esito sperato. Mentre è indubbio il supporto all’adesione dell’Unione Europea (condiviso dal 78% della popolazione), occorre soffermarsi sul significato che i georgiani attribuiscono all’essere europei e “occidentali”. Innanzitutto, è necessario sottolineare come i georgiani ritengano l’aiuto all’integrazione della Georgia come un dovere morale per i Paesi occidentali. Questo per due motivi: primo, i georgiani si considerano una delle più antiche nazioni cristiane, e ritengono quindi di condividere i valori socio-religiosi che individuano come tradizionali dell’Europa. Secondo, data la posizione periferica dello Stato, vi è la percezione di essere la prima linea di difesa dell’Europa e della civiltà europea. Le due motivazioni, oltre a rafforzare l’idea di avvicinamento all’Unione Europea, servono anche per rassicurare i politici georgiani della natura sostanzialmente europea dello Stato, data la loro radice storica. Tale distinzione non ha come fine unicamente la politica estera, ma anche quella interna: (auto)definendosi integralmente europei, i georgiani si allontanano sia dalla cultura e dalla politica russa, sia dalle vicine popolazioni musulmane e dagli Stati che condividono radici islamiche (ad esempio la Turchia).

Dato che il più profondo senso di comunanza con l’Europa è dato dalle radici religiose comuni, l’idea di “essere europei” è più conservatrice e legata al passato rispetto ai valori considerati europei dalle nazioni dell’Europa occidentale (anche se uno studio sul significato attuale di ciò che definiamo valori europei sarebbe auspicabile, soprattutto per quei paesi dell’UE che fanno richiamo esplicito delle tradizioni cristiane). A testimonianza di ciò, alcuni sondaggi mostrano come il livello di supporto per i diritti LGBTIQ+, il livello di tolleranza etnico-religiosa e il livello di fiducia interpersonale sono molto bassi in Georgia. Questo, tuttavia, non implica che la Georgia sia diversa dall’Europa, dal momento che in certi Stati UE alcuni indicatori (come quello dei diritti di genere) sono egualmente bassi. L’obiettivo, invece, è mostrare come l’adesione all’Unione Europea per la Georgia non significa l’adesione all’insieme di valori che vengono portati avanti in Europa, quanto piuttosto il desiderio di far parte di un concerto di nazioni che migliorino la sicurezza e la difesa della Georgia, in quello che viene definito dal Think Tank Carnegiela ricerca di un protettore”.

Gli ultimi eventi

Le proteste delle ultime settimane rientrano in un quadro più ampio: nel 2022 altre proteste avevano fatto velocizzare la richiesta di adesione all’UE da parte del governo guidato dal partito “Sogno Georgiano”, a seguito dell’invasione russa dell’Ucraina. Il governo, tuttavia, presenta un comportamento ambiguo: mentre da un lato richiede l’ingresso nell’UE, dall’altro governa seguendo il cosiddetto “stile russo”, ovvero facendo arrestare giornalisti per motivi politici, trattenendo in carcere l’ex primo ministro Saakashvili senza garantirgli cure mediche e prendendo spunto da leggi russe per la creazione di leggi georgiane che limitano la democrazia e i diritti delle persone, come rappresentato dal caso della proposta di legge sugli agenti stranieri. In caso di approvazione, questa legge avrebbe obbligato tutte le organizzazioni che ricevono più del 20% dei loro finanziamenti dall’estero a registrarsi come agenti stranieri, limitando di fatto la libertà di parola.

I movimenti di piazza sono riusciti, per ora, a limitare l’adozione della legge, la cui discussione è stata formalmente rinviata per attendere il parere della Commissione di Venezia, l’organo consultivo del Consiglio d’Europa. D’altronde, la proposta ha subito incontrato il parere negativo degli organi europei: il Presidente del Consiglio europeo Michel ha dichiarato la legge come incompatibile con il percorso verso l’integrazione georgiana nell’Unione Europea. Per una popolazione che ampiamente supporta l’ingresso nell’UE, come quella georgiana, l’avvicinamento verso politiche sullo stile russo che facciano allontanare lo Stato dall’UE appare inaccettabile, soprattutto se si pensa al lungo processo (più di 30 anni) che la società civile sta portando avanti per “diventare europea”.

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