Lo scorso febbraio, durante la visita del segretario di Stato americano Rubio, il presidente di El Salvador Nayib Bukele ha avanzato una proposta controversa: trasferire nelle carceri salvadoregne detenuti pericolosi attualmente reclusi negli Stati Uniti, tra cui migranti irregolari.
L’amministrazione Trump ha colto al volo questa “offerta senza precedenti”: il 16 marzo, due jet partiti dal Texas hanno deportato in El Salvador circa 250 presunti membri della gang venezuelana Tren de Aragua, nonostante un giudice federale avesse concesso una sospensione temporanea dell’ordine di espulsione.
Fin dal suo annuncio, la proposta di Bukele ha suscitato un acceso dibattito, sollevando interrogativi sulle implicazioni politiche, legali e sui diritti umani. I detenuti verrebbero infatti trasferiti nel famigerato “Centro de Confinamiento del Terrorismo” (CECOT), una delle carceri più temute al mondo e simbolo dell’approccio estremo adottato dal Presidente di El Salvador nella sua lotta alla criminalità organizzata.
Origini e funzionamento del mega-carcere “CECOT“
Dal 2019, Bukele ha costruito il proprio consenso attorno a una politica di sicurezza intransigente. Inaugurato nel 2023, il CECOT rappresenta il culmine di questa politica. La struttura è situata nella regione rurale di Tecoluca, a circa 74 km a sud-est di San Salvador, e con una superficie di 57 acri e una capacità di 40.000 detenuti ha il primato di essere la prigione più grande dell’America Latina.
Ma perché un Paese con una popolazione di appena 6 milioni di abitanti ha bisogno di una prigione di tali dimensioni? La risposta risiede nelle gang, come l’MS-13 e il Barrio 18, che per lungo tempo hanno controllato le strade di El Salvador. Nel marzo 2022, proprio in risposta a un’escalation di violenza scatenata nell’ambito di una guerra tra organizzazioni criminali, Bukele ha dichiarato lo stato di emergenza. La repressione che ne è seguita ha portato all’arresto di oltre 80.000 persone, rendendo El Salvador lo Stato con il tasso di incarcerazione più alto al mondo, pari al 2% della popolazione adulta.
Il CECOT si erge come un simbolo tangibile della nuova strategia di Bukele. Concepita per concentrare i membri delle bande più pericolose, è una fortezza sorvegliata da 250 agenti di polizia e 650 soldati, circondata da un doppio muro con filo spinato e da una recinzione elettrica da 19.000 volt, dotata di 19 torri di controllo. Ogni dettaglio è stato pensato per eliminare qualsiasi possibilità di fuga.
Il complesso carcerario è composto da 8 ampi padiglioni, con celle che possono ospitare fino a 150 prigionieri. I detenuti vivono in condizioni di isolamento quasi totale verso l’esterno, in un regime di sorveglianza costante: guardie armate mascherate monitorano ogni movimento, mentre le luci sono accese 24 ore su 24. La disciplina è rigida: 23 ore e mezza al giorno di confinamento e l’unico momento di libertà è limitato a 30 minuti di esercizi fisici o letture bibliche.
Il CECOT è stato infatti progettato come un centro di “confinamento speciale“, destinato a interrompere le dinamiche di potere che hanno da sempre caratterizzato le carceri di El Salvador, da cui i leader delle bande continuano a controllare le loro operazioni.
Impatto del “modello Bukele” sulla criminalità in El Salvador
I dati ufficiali mostrano un netto calo della criminalità: il tasso di omicidi, che nel 2015 era di 103 per 100.000 abitanti – il più alto al mondo – è sceso a 2,4 nel 2023. Il governo attribuisce questo risultato alla politica di incarcerazione di massa e alla militarizzazione della sicurezza e il sostegno popolare a Bukele è aumentato, consentendogli di ottenere oltre l’80% dei voti nel 2024.
Il “modello Bukele” ha suscitato interesse in America Latina: leader politici di Argentina, Colombia e Cile citano il pugno di ferro salvadoregno per chiedere misure più severe. Tuttavia, replicare tale modello altrove potrebbe non essere così semplice. El Salvador presenta caratteristiche uniche: criminalità concentrata in alcune aree urbane, dominate da poche gang strutturate di cui il governo possiede un database dettagliato, e un forte dispiegamento di forze di sicurezza, con un rapporto di un agente ogni 100 abitanti.
Inoltre, gli esperti avvertono che questo successo potrebbe rivelarsi fragile. Un’inchiesta del quotidiano El Faro ha rivelato che il governo avrebbe negoziato segretamente con le gang per ridurre gli omicidi, mettendo in discussione la sostenibilità della strategia.
El Salvador e la repressione dei detenuti: la dura realtà delle carceri
La repressione ha trasformato El Salvador da epicentro della violenza delle gang a nazione considerata la “più sicura delle Americhe“. Tuttavia, le misure estreme di controllo carcerario e la repressione capillare delle bande hanno acceso un dibattito sulla compatibilità tra stabilità pubblica e stato di diritto.
La principale preoccupazione riguarda l’opacità delle operazioni di polizia e l’elevato numero di detenzioni arbitrarie, spesso fondate su sospetti labili, come un tatuaggio o una denuncia anonima, anziché su prove concrete. In El Salvador, infatti, i membri delle gang sono soliti tatuarsi simboli distintivi, come le sigle delle loro organizzazioni, coprendo spesso tutto il corpo e il viso, e le forze dell’ordine usano questi tatuaggi per identificarli, con tutti i limiti impliciti a questo sistema.
La detenzione preventiva prolungata è ormai prassi, così come la sorveglianza invasiva che garantisce al governo accesso indiscriminato alle comunicazioni private. In molti casi, i detenuti spariscono nel sistema senza lasciare traccia: le loro famiglie non sanno se siano ancora vivi o dove siano reclusi. Perfino la polizia ha ammesso che una percentuale significativa dei detenuti è risultata innocente, rivelando falle nel sistema repressivo.
Dentro le mura del CECOT, la situazione è ancora più drammatica. Sono emerse numerose denunce di torture, maltrattamenti e condizioni di detenzione degradanti, con celle sovraffollate e prive di finestre, senza privacy né condizioni igieniche adeguate. Il regime carcerario imposto ai detenuti rispecchia un approccio puramente punitivo, escludendo qualsiasi possibilità di riabilitazione. L’isolamento totale impedisce ai prigionieri di ricevere visite, comunicare con l’esterno o partecipare a programmi di reinserimento sociale.

Sebbene il governo di Bukele giustifichi queste misure come strumenti indispensabili per la sicurezza nazionale, organizzazioni come Amnesty International e Human Rights Watch denunciano una deriva autoritaria sempre più evidente: lo stato di emergenza, rinnovato più volte, ha sospeso diritti costituzionali fondamentali.
Accordo Stati Uniti-El Salvador: un pericoloso precedente?
Il trasferimento di detenuti americani alle prigioni salvadoregne solleva dubbi sulla sua legittimità e potrebbe creare un precedente pericoloso per la gestione internazionale dei detenuti. L’amministrazione Trump considera l’accordo un’opportunità per ridurre il sovraffollamento carcerario e rafforzare le politiche di deportazione. Tuttavia, il piano incontra ostacoli legali: la Costituzione statunitense vieta la deportazione dei propri cittadini, garantendo loro il diritto di rimanere nel Paese. Inoltre, un trasferimento forzato potrebbe violare il 5° e il 14° Emendamento, che tutelano il giusto processo.
Per giustificare le espulsioni dei venezuelani, Trump ha invocato l’Alien Enemies Act, una legge del 1798 che conferisce poteri straordinari al presidente in tempi di guerra o minaccia di invasione e che era stata utilizzata solo tre volte: durante la Guerra del 1812 e le due guerre mondiali.
Con un proclama del 14 marzo, la Casa Bianca ha infatti definito la gang venezuelana “Tren de Aragua” una “forza invasiva” paramilitare, soggetta quindi alle leggi di guerra. L’American Civil Liberties Union ha intentato una causa per conto di 5 venezuelani accusati di far parte della gang, i quali negano qualsiasi affiliazione e sostengono di essere stati identificati erroneamente. Il giudice federale James Boasberg ha inizialmente bloccato la deportazione di questi individui, ma di fronte al tentativo dell’amministrazione di ribaltare la decisione, ha esteso il divieto a tutti i “non cittadini” detenuti in attesa di espulsione.
Al di là delle questioni giuridiche, questa proposta solleva preoccupazioni più ampie sul futuro delle politiche migratorie e penitenziarie a livello globale. Se l’accordo tra El Salvador e Stati Uniti dovesse essere approvato, potrebbe aprire la strada a una nuova strategia internazionale per la gestione dei detenuti, trasformando le carceri in strumenti di diplomazia, nonché riducendo la responsabilità degli Stati nella gestione dei propri detenuti, creando un precedente per il trasferimento di prigionieri in paesi con standard inferiori in materia di diritti umani.
Detenuti: sicurezza ad ogni costo?
«Troppo tardi», ha ironizzato Bukele, pubblicando l’immagine dei detenuti statunitensi deportati a Tecoluca, in risposta all’ordinanza del giudice Boasberg di far tornare indietro i voli e bloccare ulteriori espulsioni.
Secondo il New York Times, il caso potrebbe finire alla Corte Suprema. Se l’interpretazione estensiva dell’Alien Enemies Act venisse accolta, si potrebbero aprire le porte a deportazioni accelerate per sospetti criminali. L’accordo USA-El Salvador non è solo una questione bilaterale: potrebbe ridefinire le politiche di detenzione globali, sollevando interrogativi etici e giuridici. La sicurezza ottenuta con il pugno di ferro può davvero giustificare la perdita dello stato di diritto?





