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Addio Era glaciale: così le potenze internazionali si preparano per la corsa all’Artico

Tempo di lettura stimato: 7 min.

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I rischi del Global Warming e i pericoli derivanti dalla scomparsa dell’Artico sono ormai condivisi da un pubblico sempre più ampio. Nel periodo 1979-2020 la calotta polare ha perso in media, nel periodo estivo, circa il 50% della sua massa, e sembra che la situazione sia destinata a peggiorare.

Meno noto, invece, è il fatto che, con lo scioglimento dei ghiacciai, possono aprirsi nuovi scenari economici e geopolitici, nei quali gli appetiti di Paesi diversi si sovrappongono fino a sfociare in quella che è stata definita una vera e propria “corsa all’Artico”. Ma cos’ha, l’Artico, di così importante? E soprattutto, qual è la posta in gioco?

Artico, tra Mare liberum e Mare clausum

Per prima cosa occorre far chiarezza sulle parole. Con Artico s’intende, generalmente, l’insieme di terre e acque -ghiacciate e non- che circondano il Polo Nord, la cui area si estende per circa un sesto della massa terrestre. Gli Stati considerati “artici” sono otto, di cui cinque Stati costieri -Norvegia, Russia, Stati Uniti (con l’Alaska), Canada, Danimarca (con la Groenlandia)- e Svezia, Finlandia e Islanda.

Trattandosi di una regione in prevalenza marittima, il regime giuridico in vigore è regolato in larga parte dalla convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS, o Convenzione di Montego Bay del 1982), a cui si aggiungono ulteriori norme di natura pattizia, dichiarazioni non vincolanti e accordi multilaterali stipulati dagli stessi Stati come quello che portò, nel 1996, alla creazione del Consiglio Artico: un forum per la cooperazione intergovernativa composto dagli Stati artici sopracitati più Cina, Corea del Sud, Giappone, Singapore ed Italia in veste di “osservatori permanenti”.

Per comprendere le dinamiche nell’Artico sono essenzialmente due gli atti da prendere in considerazione: la già citata Convenzione di Montego Bay (non ratificata dagli USA) e la Dichiarazione di Ilulissat, adottata dai cinque stati costieri nel 2008. Della prima è importante sottolineare la definizione delle acque territoriali, delle piattaforme continentali e delle Zone Economiche Esclusive (ZEE), ovvero le aree marittime su cui uno Stato ha il controllo di tutte le risorse economiche (come pesca, estrazione mineraria e petrolifera) che, secondo la UNCLOS, si estendono fino a 200 miglia (370 km) dalla “linea di base” (ovvero la linea spezzata che unisce i punti salienti della costa).

La Dichiarazione di Ilulissat, invece, è un documento di natura politica (dunque non giuridicamente vincolante) che, richiamandosi al diritto del mare, afferma la sovranità degli Stati costieri sulla gestione dell’Artico ed elenca alcune aree di cooperazione tra i firmatari. Così facendo si  cerca di escludere l’idea di un Artico “internazionalizzato” (ovvero, sotto lo status di “acque internazionali”), nel tentativo di privare gli Stati non-artici della gestione delle sue risorse.

E di risorse, la regione artica, ne ha molte. Dai giacimenti di materie prime sui fondali alle possibilità di navigazione e di nuove rotte commerciali, sono sempre più numerosi gli elementi intorno ai quali ruotano le rivendicazioni degli Stati nella Corsa all’Artico.

Le risorse nascoste tra i ghiacci

Un documento elaborato dal Centro Studi Internazionali (CeSI) stima che l’Artico -da solo- possegga il 30% delle riserve di gas naturale mondiali, il 15% delle risorse petrolifere non ancora scoperte, il 15% delle risorse ittiche globali e grandi quantità di “terre rare”, ovvero minerali indispensabili per l’industria dell’alta tecnologia.

Per di più, lo scioglimento della calotta polare aumenterebbe i periodi di navigabilità del Mar Glaciale Artico, aprendo la strada a nuove rotte commerciali di collegamento tra le Americhe ed il continente Eurasiatico. Ad oggi, le rotte principali sono essenzialmente due, navigabili solo nei periodi caldi dell’anno: il Passaggio a Nord-Ovest (PNO), che collega Oceano Atlantico e Oceano Pacifico costeggiando Canada e Alaska, passando per lo Stretto di Bering, ed il Passaggio a Nord-Est (PNE), che collega gli stessi oceani ma costeggia la Russia (prendendo il nome di “Rotta del Mare del Nord” in quel tratto specifico) ed i paesi scandinavi. Il PNO permette un risparmio di circa 4000 chilometri rispetto alla tratta attuale (che passa per lo stretto di Panama), mentre il PNE accorcia del 20-40% i tempi di collegamento tra Asia ed Europa rispetto all’attuale rotta passante per Oceano Indiano e Canale di Suez, come si nota dall’immagine.

In rosso è evidenziata la rotta attuale, in blu il Passaggio a Nord-Est. [Crediti foto: Collin Knopp-Schwyn and Turkish Flame, Wikimedia Commons CC BY 4.0]
Lo scioglimento della calotta renderebbe le due rotte più facilmente navigabili e per periodi di tempo più estesi, ed aprirebbe, inoltre, due nuove rotte commerciali: la Rotta Transpolare tra Oceano Atlantico e Oceano Pacifico passante, attraverso il Polo Nord geografico, quasi interamente in acque internazionali, dunque non soggetta a controlli o tassazioni; e il Ponte Artico che, costeggiando la Groenlandia, collegherebbe Nord America e Nord Europa.

 

Le principali rotte commerciali dell’Artico. [Crediti foto: Wikimedia commons, rielaborazione di Orizzonti Politici]

Chi gareggia nella corsa all’Artico?

Uno studio congiunto tra Stanford e l’Università di Berkeley ha rilevato che, entro la fine del secolo, il riscaldamento climatico ridurrà il Pil pro capite mondiale, in media, del 23%. La Russia ed altri Stati artici invece vedranno un aumento di circa il 400%, grazie –in parte- anche alla posizione strategica rispetto alla regione. Non sorprende, quindi, che negli ultimi anni sempre più Stati, artici e non, abbiano avanzato rivendicazioni sulla gestione delle sue immense risorse.

La potenza che ha intrapreso le mosse più audaci, finora, è stata la Russia. Infatti, circa il 20% di PIL e il 22% di export provengono da attività economiche, soprattutto energetiche, allocate nell’estremo Nord. La strategia russa si è svolta su due binari: da un lato, sotto l’aspetto “legale”, ha presentato rivendicazioni su un’area di mare di 1,2 milioni di km², dichiarando che le dorsali Lomonosov e Mendeleev sono prolungamenti sottomarini del continente eurasiatico (e avanzando quindi pretesa di sfruttamento dei fondali); dall’altra ha intrapreso iniziative più muscolari, militari e propagandistiche, come l’ammassamento di navi da guerra e testate nucleari, la costruzione di nuove basi strategiche sul suolo artico o l’aver piantato la bandiera russa nei fondali in corrispondenza del Polo Nord.

L’atteggiamento russo non piace alle potenze artiche. Tra queste, la Norvegia, pur rimanendo formalmente in buoni rapporti con il Cremlino, manifesta inquietudine sulla sicurezza delle Isole Svalbard, e ha più volte richiamato l’attenzione su un maggior presidio dell’Artico scandinavo in seno alla NATO. Le pretese russe si scontrano, inoltre, con quelle della Danimarca, che rivendica diritti di sfruttamento sull’Artico sempre basandosi sulla dorsale oceanica di Lomonosov che, secondo Copenaghen, sarebbe direttamente collegata alla Groenlandia.

La stessa dorsale Lomonosov, poi, è anche al centro delle rivendicazioni del Canada, che la considera parte della piattaforma continentale nordamericana. Il Canada, inoltre, rivendica diritti di sovranità sul Passaggio a Nord-Ovest, che la Comunità Internazionale considera invece come stretto internazionale con libertà di transito, e –nota di colore- si contende con la Danimarca la sovranità sull’Isola di Hans, un piccolo isolotto disabitato al centro della cosiddetta “guerra del Whisky”: nel 1984 delle truppe canadesi vi lasciarono la propria bandiera ed una bottiglia di Whisky, rimosse poco dopo dalla Danimarca e rimpiazzate con la bandiera danese ed una bottiglia di grappa. Da allora, le delegazioni dei due paesi hanno continuato a raccogliere alcolici e bandiere avversarie per sostituirle con le proprie, creando un curioso precedente nel diritto internazionale.

Gli Stati Uniti, infine, non hanno mai considerato l’Artico come priorità per il proprio interesse nazionale -sebbene al recente G7 Joe Biden abbia rilanciato uno sforzo per la cooperazione e per contenere la crescente influenza russa- e, non avendo ancora ratificato UNCLOS, sono soliti risolvere le proprie dispute con accordi bilaterali.

Al contrario, la Cina –pur non essendo uno Stato artico- ha elaborato una vera e propria “Arctic Policy”, attratta dalla possibilità di nuove rotte commerciali e di investimenti. L’influenza cinese passa per la partecipazione in grandi gruppi industriali in Groenlandia, che permetterebbe a Pechino di assicurarsi grandi risorse naturali (terre rare e uranio), e nelle relazioni diplomatiche con l’Islanda. Quest’ultima, in particolare, possiede grandi giacimenti di idrocarburi ed è leader nella produzione di energia geotermica “verde”, oltre che un punto di snodo strategico per le rotte commerciali polari tra Nord America ed Europa. Pechino, poi, non potendo esercitare diritti esclusivi di sovranità sui fondali marittimi, ha più volte richiamato la necessità di porre l’Artico sotto lo status di acque internazionali, in opposizione alla dichiarazione di Ilulissat firmata dagli Stati rivieraschi.

Il futuro della corsa all’Artico

Lo scacchiere polare sarà, con ogni probabilità, l’arena in cui si giocheranno cruciali partite internazionali nel futuro. L’abbondanza di risorse naturali, le rivendicazioni contrastanti e gli appetiti degli Stati potranno essere sia oggetto di cooperazione, in seno al Consiglio Artico, che di scontro, assecondando le politiche muscolari dei diversi attori. Paradossalmente, nella corsa all’Artico, sarà proprio lo scioglimento dei ghiacci a far riscaldare gli animi.

 

Questo articolo è il secondo di una serie sulla corsa all’Artico e il suo futuro. Clicca qui per leggere l’analisi precedente “L’artico è al centro di esercitazioni militari. Dobbiamo preoccuparci?“.

*Map of the North Polar Region, Van Campen & Johnson, Printer, New York Public Library
Andrea Montanari
Classe ‘00. Nato nella città di Leopardi, cresciuto in quella di Fabri Fibra, finito a scrivere di politica internazionale su OriPo per ironia della sorte. Attualmente studio relazioni internazionali in triennale alla Cattolica di Milano, nel futuro chissà. Da grande -perché a vent’anni si può ancora dire- sogno le istituzioni internazionali, per lasciare il mondo, almeno nel mio piccolo, migliore di come l’ho trovato. Inguaribile idealista, se non si fosse capito.

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