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Aborto liberalizzato in Nuova Zelanda. E nel mondo?

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La riforma sull’aborto

Lo scorso mercoledì, dopo decenni, è stata varata una legge con la quale è stato liberalizzato l’aborto in Nuova Zelanda. In cosa consiste la nuova normativa e quali sono le leggi sull’aborto nel resto del mondo?

Essa prevede che durante la prima metà della gravidanza sia concesso abortire senza alcun tipo di restrizione. Ha allentato notevolmente le restrizioni per accedere all’aborto anche nella seconda metà della gravidanza. Il linguaggio utilizzato, secondo i critici, lascia intendere che non ci sia alcun tipo di limitazione all’interruzione di gravidanza fino al momento della nascita, sostanzialmente.

Il testo è stato approvato con 68 voti a favore e 51 contrari. Non sarà sottoposto a referendum. L’entrata in vigore è avvenuta ieri, 24 Marzo 2020, a seguito dell’approvazione formale del governatore generale, in qualità di rappresentante della regina Elisabetta Il, rilasciata il 23 Marzo.

La nuova legge abolirà quella adottata nel 1977. La legge previgente consentiva l’interruzione volontaria di gravidanza (ivg) esclusivamente nel caso di grave rischio per la salute fisica e/o mentale della donna. Era poi necessario il consenso di due medici. In tutti gli altri casi l’aborto era considerato un crimine, anche se effettuato nel primo trimestre.

La nuova legge elimina l’aborto dal Codice penale e non prevede alcuna pena nel caso di violazione della norma.

Il Governo neozelandese ha dichiarato che in Nuova Zelanda sono avvenute circa 13.000 interruzioni volontarie di gravidanza perfettamente legali. Sono state tuttavia sollevate critiche sul fatto che si ritiene che molte donne abbiano inscenato disturbi mentali per poterle ottenere, con la complicità dei medici.

L’attuale legge è volta dunque a trattare l’aborto come un problema di salute e a ridurre gli ostacoli legali per ottenerlo.

Si tratta della prima riforma di rilievo nel campo dopo quarant’anni.

Le modifiche alla legge del ’77

Il procedimento preesistente per accedere all’aborto era oneroso e complicato. “Esso richiedeva che le donne che volevano abortire dovessero fingere di avere problemi mentali” ha detto Andrew Little, il Ministro della giustizia della Nuova Zelanda e membro del Partito Labourista. “Dovevano consultare un gran numero di medici. Questo ha fatto sì che le donne che hanno abortito in Nuova Zelanda l’abbiano fatto molto dopo rispetto a quanto generalmente auspicabile”.

A seguito delle modifiche alla legge del ’77 è consentita totale libertà di scelta entro le prime 20 settimane. Dopo questo periodo, perché sia consentito sottoporsi alla procedura, occorre che un medico qualificato abbia “un ragionevole motivo di ritenere che l’aborto sia appropriato avendo riguardo della salute fisica e mentale, nonché del benessere, della donna incinta”.

La legge non definisce cosa s’intenda per “appropriato”. Il medico deve consultarsi almeno con un altro collega, tenere in conto “tutti i rilevanti standard legali, professionali ed etici” e l’età embrionale del feto.

La normativa prevede inoltre che i medici obiettori di coscienza siano comunque tenuti a informare i pazienti della possibilità di abortire con la massima sollecitudine. Devono conseguentemente informarli sulle modalità di accesso ai più prossimi servizi abortivi.

La depenalizzazione dell’aborto prevede l’abrogazione della pena a 7 anni di prigione per chiunque fornisca illegalmente i mezzi per procurare un aborto e per chiunque abortisca illegalmente dopo la ventesima settimana di gravidanza.

Resta reato praticare l’aborto in quanto persona non qualificata.

Vengono poi citate le cosiddette safety zones. Le autorità stabiliranno zone di sicurezza entro 150 metri dalle cliniche abortive per evitare vessazioni.

I commenti e le critiche

I promotori della legge sostengono che in tal modo sarà più agevole accedere alla pratica anche nelle aree rurali. Non essendo più richiesto il consenso del medico nelle prime settimane, sarà possibile ottenere aborti non chirurgici. Questi possono essere svolti anche in piccole cliniche presenti nelle aree più lontane dal centro.

Amy Adams, ex ministro della giustizia, ha definito la legge precedente come arcaica e incredibilmente paternalistica. “A causa della nostra legge le donne che hanno abortito hanno dovuto sopportare difficoltà, giudizi, ritardi, abusi. La legge le ha fatte sentire ai margini della società, delle criminali.” Ha detto in Parlamento.

Dai sondaggi svolti, l’opinione popolare è favorevole alla liberalizzazione. Il principale oppositore è il Partito Nazionale conservatore.

L’aborto nel mondo

Circa 50 Paesi hanno liberalizzato l’aborto negli ultimi 25 anni. La Nuova Zelanda restava uno dei pochi Stati del Vecchio Continente a prevederlo come reato.

Dai dati raccolti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità è emerso che circa 23.000 donne muoiono ogni anno a seguito di complicazioni derivanti da aborti svolti in condizioni poco sicure. Secondo l’OMS quasi tutte queste morti potrebbero essere evitate se si consentisse l’accesso a cliniche abortive sicure e legali. Altre decine di migliaia di donne hanno significative complicazioni.

La maggior parte degli aborti clandestini vengono messi in atto nelle aree con leggi restrittive in materia. Se da un lato gli Stati sembrano propensi alla liberalizzazione dell’aborto, dall’altro devono rimuovere le barriere all’accesso ai servizi abortivi e far sì che siano accessibili, economici e di buona qualità.

I diritti umani, assieme agli standard sanitari, hanno rafforzato la decriminalizzazione dell’aborto. Il diritto ad un aborto sicuro e legale è un diritto umano fondamentale previsto in numerosi trattati internazionali e regionali, nonché a livello nazionale.  Le donne devono poter avere accesso a servizi abortivi. C’è ancora necessità di tanti progressi in merito. Il diritto all’aborto in condizioni di sicurezza trova fondamento nel diritto alla vita, alla libertà, all’uguaglianza, alla privacy, alla non discriminazione, alla libertà da trattamenti inumani e degradanti. Numerosi organismi a tutela dei diritti umani hanno ripetutamente condannato le norme restrittive sull’aborto in quanto incompatibili con quelle sui diritti umani.

Concessioni e divieti

L’aborto rimane ancora reato in molti Paesi, anche in alcuni di quelli che lo consentono in casi specifici. Questo fa sì che molte donne vengano arrestate per aver abortito o anche solo per complicazioni nel corso della gravidanza. Accade ad esempio in El Salvador: più di 25 donne sono detenute per aver avuto un aborto spontaneo. Anche in Nepal, dove l’aborto non è più previsto nel Codice penale, molte donne vengono processate e imprigionate per reati legati all’aborto.

World Abortion Map a cura del Center For Reproductive Rights

Dalla World Abortion Laws Map (mappa sulle leggi dell’aborto a livello mondiale) si evince come 970 milioni di donne (corrispondente al 59% delle donne in età fertile) vivono in Paesi che in via generale consentono l’aborto. Il restante 41% vive invece in Paesi con norme restrittive. 700 milioni di donne in età fertile non hanno accesso a un aborto sicuro e legale.

È evidente che le leggi restrittive sull’aborto non siano un deterrente. Non riducono il numero di aborti, ma costringono le donne a rischiare vita e salute praticando aborti clandestini.

Il Center for Reproductive Rights, un’organizzazione no profit che si occupa di promuovere i diritti riproduttivi a livello globale, ha raccolto i dati che si leggono sulla mappa in merito alla legislazione sull’aborto a livello mondiale.

Grafico 1 (Fonte: World Abortion Map a cura del Center For Reproductive Rights)

La mappa cataloga il regime giuridico dell’aborto nel mondo. La normativa è suddivisa in 5 categorie. Dalla categoria I in cui rientrano i Paesi che vietano in toto l’aborto alla V in cui rientrano i Paesi che lo concedono su richiesta.

 

 

 

aborto liberalizzato Nuova Zelanda
Grafico 2 (Fonte: World Abortion Map a cura del Center For Reproductive Rights)

Dalla mappa si evince come quasi la metà dei Paesi che hanno liberalizzato l’aborto negli ultimi 25 anni siano africani. Solo due Paesi del Medio Oriente hanno emanato leggi che liberalizzano l’interruzione volontaria di gravidanza: Iran ed Emirati Arabi. Asia, Europa e America Latina contengono ciascuno circa 1/5 di tutti i Paesi che l’hanno liberalizzato.

Europa

La maggior parte dei Paesi europei consente l’aborto su richiesta della gestante senza restrizioni se non quelle imposte dalle settimane di gravidanza (generalmente 12 settimane) ed eventualmente dall’autorizzazione dei genitori nel caso di minorenni.

In Finlandia, Gran Bretagna e Islanda l’aborto è consentito in una serie di circostanze, tra cui il background economico-sociale della donna, l’ambiente in cui vive, il potenziale impatto di una gravidanza e di un figlio sulla sua vita. In Andorra, Malta e a San Marino l’aborto è vietato senza eccezioni. Nel Liechtenstein e nel principato di Monaco è consentita esclusivamente l’interruzione terapeutica di gravidanza (itg), per preservare la salute fisica e mentale della donna. L’OMS ha stabilito che per “salute” debba intendersi “uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, non semplicemente l’assenza di infermità e malattie”. La Polonia tuttavia dal 1993 consente l’aborto solo in tre casi: pericolo di vita per la madre, stupro e grave malformazione del feto. Analoga era la situazione dell’Irlanda del Nord fino alla legalizzazione dell’aborto nel 2019.

Tra i Paesi non europei che consentono l’ivg su richiesta possiamo citare Autralia, Cina, Canada, Cuba, Vietnam, Porto Rico, Stati Uniti, Capo Verde.

Asia

In Asia l’aborto è legale in gran parte del territorio, poiché è legale in Cina e in India, che sono i Paesi più popolosi. La maggior parte delle donne in Asia dunque vive sotto un regime legale di liberalizzazione dell’aborto. 17 dei 50 Paesi asiatici consentono l’aborto senza restrizioni causali. In particolare, in India il 29 Gennaio 2020 il governo ha approvato un disegno di legge che aumenta il limite consentito per la pratica dell’aborto da 20 a 24 settimane.

Gli Stati che vietano categoricamente l’aborto sono in totale 26 nel mondo. Non è consentito neanche nel caso in cui la vita o la salute della donna sia in pericolo. Tra questi, in Asia: Iraq, Laos e le Filippine.

In Corea del Sud l’aborto è illegale e sanzionato con pene pesanti. È tuttavia ampiamente praticato, con gravi rischi per le donne. Per far sì che gli aborti si svolgano in maniera sicura e legale, la Corte Costituzionale ha dichiarato il divieto aborto incostituzionale. La legge che lo vieta dovrà essere modificata entro il 2020.

Pur essendo l’aborto in larga misura consentito sul territorio asiatico, per molte donne continua a essere difficile ottenere procedure sicure e legali. Gli ostacoli includono difficoltà a trovare medici disposti a eseguire un aborto, strutture sanitarie precarie, mancata conoscenza del regime legale dell’aborto e la paura di essere stigmatizzate per aver interrotto volontariamente una gravidanza.

Africa

In Africa, come si legge dai dati raccolti dal Guttmacher Institute, circa il 93% delle donne in età fertile vive in un Paese in cui le leggi sull’aborto sono estremamente restrittive. In 10 dei 54 Paesi africani abortire non è concesso per nessuna ragione.  Solo 4 Stati africani hanno leggi sull’aborto relativamente liberali. La Repubblica dello Zambia consente l’ivg per motivi di salute o socio-economici. Capo Verde, Sudafrica e Tunisia invece lo consentono senza alcuna restrizione sui motivi, ma con un limite dipendente dall’età embrionale del feto.

Anche in questi Stati in cui è consentito abortire, è raro che molte donne riescano ad ottenere una procedura medica sicura e legale come si evince dai dati raccolti dalle Nazioni Unite. Stati come Congo, Egitto e Senegal (oltre ad altri 39 Paesi al mondo) consentono l’aborto nel caso in cui la vita della donna sia in pericolo. 10 di questi permettono di abortire in ulteriori casi tra cui stupro, incesto e malformazione del feto. Tra questi possiamo citare a livello globale Afghanistan, Brasile, Messico, Yemen, Venezuela, Sri Lanka.

America e Oceania

In Oceania gli aborti possono essere eseguiti legalmente soltanto in Australia e in Nuova Caledonia. Negli altri Paesi l’accesso è limitato ai casi in cui la vita o la salute della donna sono in pericolo. In Australia è per lo più regolato a livello territoriale e statale, più che dal governo federale. A seconda della giurisdizione, differiscono i casi in cui è concesso. Il processo di decriminalizzazione è iniziato nel 1998 e a ottobre 2019 in tutti gli Stati australiani l’aborto è diventato legale. In nessuno Stato è richiesto il consenso del partner sessuale per porre fine alla gravidanza. Nel primo trimestre generalmente l’aborto è concesso su richiesta, senza restrizioni.

In Nord America le normative sull’aborto sono tra le più liberali al Mondo. Entrambi i Governi (Canada e Stati Uniti) rientrano nella V categoria: l’aborto è concesso su richiesta. 12 Paesi dell’America Latina e nei Caraibi hanno incrementato le basi legali per chiedere l’ivg tra il 1996 e il 2013, mentre 3 li hanno ridotti. Il 66% dei Paesi in America Latina e nei Caraibi hanno implementato le misure per avere accesso a servizi abortivi sicuri e legali negli ultimi anni.

Negli ultimi decenni dunque sono stati fatti passi considerevoli nell’assicurare alle donne il diritto all’aborto, con circa 50 Paesi ad averlo liberalizzato. Alcune delle riforme sono state progressive, consentendo l’accesso all’ivg soltanto nel caso di pericolo per la vita della donna o di stupro. Molte altre modifiche legislative sono invece state considerevoli. Divieti assoluti all’aborto si sono tradotti in libertà sessuale e in veri e propri diritti riproduttivi.

Eleonora Ferrari
Nata in Calabria, studio giurisprudenza all’Università Bocconi. Bandita dalle cene di famiglia dall’anno 1997. Adesso che avete cantato Jingle bells non è il momento di parlare delle elezioni presidenziali in Guatemala? Con OriPo ho trovato il posto e la compagnia giusta con cui condividere la mia passione. I tempi in cui tediavo i parenti sono finiti…più o meno.

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