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La questione meridionale a 160 anni dall’Unità d’Italia

Tempo di lettura stimato: 5 min.

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Il 17 marzo 1861 un atto normativo del Regno di Sardegna sanciva ufficialmente la nascita dell’Italia. Tuttavia, a 160 anni dalla sua proclamazione, l’Unità d’Italia rimane, sotto il profilo socio-economico, un’opera ancora incompiuta. A mostrarcelo sono i dati Eurostat sul Prodotto interno lordo (Pil) pro-capite delle regioni Ue nel 2018, che evidenziano un Paese sempre più spaccato a livello geografico

Da un lato il Nord Italia (in particolare Lombardia, la Provincia autonoma di Bolzano e la Valle d’Aosta), in linea con i Paesi più prosperi dell’Unione come Germania, Olanda e Belgio; dall’altro il Mezzogiorno, dove il valore dell’attività economica è di gran lunga inferiore, in media con i Paesi meno sviluppati dell’Unione come Grecia, Polonia e Ungheria. Il Pil pro-capite italiano, poco al di sotto di quello europeo, nasconde una grande varianza: la questione meridionale

Le cause della questione meridionale

La questione meridionale ha origini lontane. Il dibattito all’interno della storiografia economica riguardo le cause che hanno scatenato questo fenomeno è ancora aperto, ma su diversi punti la concordanza è abbastanza unanime. L’unificazione della penisola italiana ha costituito uno stato geograficamente disomogeneo sotto l’aspetto culturale ed economico. Nonostante nel 1861 i livelli di ricchezza del Nord e del Sud Italia fossero pressoché simili, i fattori strutturali delle economie delle due aree presentavano profonde differenze. 

Il Sud era significativamente più arretrato, se non nel Pil pro-capite, in tutti gli indicatori di benessere e progresso sociale. Per fare un esempio, il livello di alfabetizzazione variava in maniera consistente tra le regioni italiane: nel 1871 il tasso di analfabetismo era pari al 42,3% della popolazione in Piemonte e in Lombardia al 45,2% in Lombardia, in nessuna regione meridionale, invece, scendeva sotto l’80 per cento della Campania. 

Anche a livello di infrastrutture il Meridione rimaneva arretrato rispetto al Nord. Nel 1861 l’estensione delle linee ferroviarie, un fattore cruciale per la crescita delle economie dell’epoca, era di gran lunga maggiore nel Settentrione, nonostante la prima linea ferroviaria d’Italia – la Napoli-Portici – fosse stata inaugurata proprio nel Regno delle Due Sicilie nel 1839.

Questi e altri fattori, a cui le politiche del neonato Regno d’Italia non hanno posto rimedio (e secondo alcuni hanno addirittura contribuito ad acuire), hanno in larga parte determinato il grande divario economico ancora oggi osservabile. 

Il grande divario: disoccupazione, povertà e sommerso

Il Pil è una misura abbastanza fedele del benessere economico e sociale di un determinato territorio, ma allargando l’indagine ad altri indicatori dello stato di salute di un’economia il confronto tra Nord e Sud Italia rischia di diventare ancora più impietoso. 

Guardando all’occupazione, il divario geografico è netto. Nel 2019, i tassi di disoccupazione al Nord oscillano da un massimo del 7,6%, registrato in Piemonte, a un minimo del 3,9% in Trentino-Alto Adige. Nel Meridione, invece, la disoccupazione arriva a toccare il 21% in Calabria e non scende mai al di sotto del 12,6% dell’Abruzzo.

Un’analisi delle statistiche Istat sulla povertà nel 2019 ci dice che su 1,7 milioni di famiglie in condizioni di povertà assoluta, più di 700 mila si trovano nel Mezzogiorno (incluse le Isole). Un dato che fa riflettere, considerando che gli abitanti del Mezzogiorno sono circa un terzo della popolazione italiana. In particolare, l’incidenza della povertà assoluta individuale al Sud e nelle Isole si attesta sul 10%, contro il 7% del Nord Italia.

Infine, anche per quanto riguarda l’economia sommersa, ovvero quella porzione di attività economiche che non vengono direttamente registrate a livello statistico– come l’economia illegale e quella informale o le attività economiche non dichiarate– il divario tra Nord e Sud è consistente. Nel Mezzogiorno l’economia non osservata rappresenta il 19,4% del valore aggiunto, contro il 10,6% del Nord-Ovest e l’11,4% del Nord-Est.

Regione che vai, scuola che trovi

La scuola viene spesso indicata come uno degli strumenti attraverso cui rilanciare il Sud. L’istruzione, infatti, può rappresentare un’arma efficace per contrastare le disuguaglianze, in quanto capace di formare capitale umano qualificato e di agire anche come ascensore sociale. Tuttavia, anche i dati sulla scuola mostrano profondi divari lungo lo stivale. 

I risultati degli ultimi test Pisa – test organizzati ogni tre anni dall’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) per rilevare le competenze degli studenti di quindicenni in lettura, matematica e scienze – mostrano un quadro molto spaccato del Paese. Se gli studenti del Nord sembrano avere competenze migliori rispetto alla media dei Paesi Ocse, al Sud, invece, i risultati calano drasticamente.

Ma il problema non riguarda solo le performance scolastiche. La scuola al Sud registra tassi di abbandono scolastico, ovvero l’interruzione del proprio percorso di istruzione prima del completamento dell’istruzione secondaria di secondo grado o dell’Istruzione e formazione professionale, molto più alti rispetto al resto del Paese. Secondo un’indagine di Openpolis,  nel 2017 il numero di giovani tra 18 e 24 anni con solo la licenza media oscillava tra il 10% e il 12% nel Nord e nel Centro Italia, mentre al Sud raggiungeva il 18,5%. Le cause di questo fenomeno sono soprattutto i disagi economici e sociali del territorio. La paura è che la pandemia, attraverso la combinazione di didattica a distanza e crisi economico-sociale, possa tragicamente aumentare questi numeri. 

Gli effetti della pandemia 

I periodi di recessione sono terreno fertile per l’accrescere di disuguaglianze, poiché a soffrire maggiormente durante i momenti di crisi sono i lavori più vulnerabili e precari e le economie strutturalmente più deboli. Osservando la (breve) storia dell’Italia unificata, il divario tra il Pil del Nord e quello Sud è sempre diminuito nei periodi di crescita, in particolar modo durante il boom economico. Contrariamente, i periodi di recessione o stagnazione hanno sempre portato a un aumento delle disuguaglianze lungo lo stivale. Una tendenza che si potrebbe ripetere anche con la crisi pandemica. 

Nel 2020 le stime dell’Istat prevedono un calo dell’8,9% del Pil italiano. Anche se il calo maggiore, come spiega Bankitalia, si è registrato al Nord – “coerentemente con l’insorgenza precoce della pandemia in tale area geografica”– a farne le spese saranno soprattutto le famiglie del Sud – “dove è anche più alta la quota di nuclei il cui principale percettore di reddito da lavoro è occupato in posizioni temporanee e in settori più esposti agli effetti della pandemia”.

160 anni di questione meridionale

In sintesi, il 160esimo anniversario dell’Unità d’Italia ci ricorda le forti disparità che intercorrono a livello regionale nel nostro Paese. Il futuro prossimo vede in campo ingenti risorse per il rilancio del Sud: il Piano Sud 2030, il Piano nazionale di ripresa e resilienza e i Fondi europei per il settennato 2021-2027. Qualche settimana fa, in un’intervista al Corriere della Sera, la nuova Ministra per il Sud e la Coesione territoriale Mara Carfagna ha annunciato che l’ammontare di quest’ultimi sarà di circa 150 miliardi. La sfida all’orizzonte, quindi, sarà utilizzare queste risorse nella maniera più efficiente ed efficace possibile. Con la speranza che tra 10 anni questo articolo risulti il più anacronistico possibile.

* 160 anni dall’Unità di Italia e la questione meridionale [crediti foto: greghristov (Pixabay) – CC BY-SA 2.0]
Antonio Maria De Rosa
A Napoli mi dicono "sei romagnolo", in Romagna mi dicono "sei napoletano"; insomma, penso di essere cosi noioso che nessuno mi vuole. Autoritario nei modi, libertario di idee. Ho tre passioni: calcio, cucina e Orizzonti Politici. Attualmente studio in Bocconi. Sogno nel cassetto? Diventare astronauta!

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