America Latina

America Latina: l’onda conservatrice non si ferma, Colombia e Perù in bilico

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Dal ballottaggio in Colombia del 21 giugno 2026 all’interminabile scrutinio ancora in corso in Perù, l’America Latina si trova oggi al crocevia di una svolta politica strutturale che sta già ridisegnando gli equilibri politici di un intero continente.

Dal ballottaggio in Colombia del 21 giugno 2026 all’interminabile scrutinio ancora in corso in Perù, l’America Latina si trova oggi al crocevia di una svolta politica strutturale che sta già ridisegnando gli equilibri di un intero continente.

Sullo sfondo, le elezioni presidenziali brasiliane si profilano come il banco di prova decisivo per gli equilibri politici dell’America Latina e per la tenuta del fronte progressista regionale. Con un’ingerenza sempre più spregiudicata, Donald Trump punta a favorire una sconfitta di Lula e del Partito dei Lavoratori (PT), l’ultima e più importante pedina della sinistra continentale, in linea con il progetto di egemonia conservatrice e gli obiettivi dell’ultima National Security Strategy.

Il vento di destra soffia sul continente

Quando Donald Trump si è reinsediato alla Casa Bianca, nel gennaio del 2025, l’America Latina stava già vivendo i primi fremiti di una trasformazione politica profonda. A distanza di poco più di un anno, si è tramutata in un’ondata vera e propria. A fine 2025, la metà dei Paesi della regione erano governati dai conservatori: Argentina, Bolivia, Paraguay, Perù, El Salvador, Ecuador, Panama, Costa Rica e Cile. Sei di questi governi erano il frutto di vittorie dall’opposizione, tutte accomunate dallo stesso meccanismo: il voto de castigo. Un voto di protesta contro gli esecutivi uscenti logorati da insicurezza, inflazione e scandali. La svolta più rumorosa è stata quella cilena, con la vittoria di José Antonio Kast, nostalgico dichiarato della dittatura di Pinochet, che ha schiacciato il candidato della sinistra con il 58% dei voti. Ma Kast non è un’anomalia: è la conferma di una tendenza che si sta sviluppando in tutto il continente.

In più occasioni, Washington ha influenzato le tornate elettorali, talvolta in maniera decisiva, con un sostegno aperto ai candidati conservatori. In Argentina, il presidente Milei, uno dei fedelissimi di Trump, ha ricevuto appoggio finanziario diretto proprio al ridosso delle elezioni di metà mandato, riuscendo a ribaltare i sondaggi della vigilia che lo davano in forte difficoltà. Il presidente dell’Ecuador, Daniel Noboa, si è recato a Mar-a-Lago prima del ballottaggio che lo ha incoronato vincitore, siglando un’alleanza personale con il Tycoon.

Un altro caso tanto eclatante quanto paradossale è quello dell’Honduras, dove l’ingerenza trumpiana ha assunto i contorni di un vero e proprio corto circuito politico. Poche ore prima delle elezioni presidenziali del 30 novembre 2025, Trump aveva concesso la grazia a Juan Orlando Hernández, ex presidente honduregno condannato a New York nel 2024 a quarantacinque anni di carcere per traffico internazionale di stupefacenti.

La giustizia statunitense aveva documentato come, durante la sua presidenza, Hernández avesse trasformato l’Honduras in un narco-Stato. L’accusa per Hernandez era quella di aver protetto il passaggio di oltre quattrocento tonnellate di cocaina verso gli USA, in cambio di milioni di dollari in tangenti dai cartelli, tra cui quello di Joaquín “El Chapo” Guzmán. Lo stesso Trump, che aveva fatto della lotta al narcotraffico la propria bandiera, lo aveva definito vittima di un trattamento “ingiustamente severo”. Minacciando di tagliare gli aiuti all’Honduras in caso di vittoria della candidata di sinistra Rixi Moncada, Trump ha dato poi l’endorsment al candidato del Partido Nacional — lo stesso partito di Hernández — Nasry “Tito” Asfura, eletto poi presidente.

Colombia: uno scontro tra due idee di Paese

Il 21 giugno 2026 i colombiani torneranno alle urne per un ballottaggio che potrebbe essere, nei fatti, un referendum sull’identità politica di un Paese che fatica ancora a metabolizzare decenni di conflitto armato. Al primo turno del 31 maggio, Abelardo de la Espriellal‘outsider soprannominato El Tigre — ha ottenuto il 43,7% delle preferenze, pari a oltre 10,3 milioni di voti. Il senatore progressista Iván Cepeda, delfino del presidente uscente Gustavo Petro, ha ottenuto circa 700.000 preferenze in meno, fermandosi al 40,9%.

Il risultato ha sorpreso quasi tutti: fino a poche settimane prima del voto, i sondaggi davano Cepeda in testa e de la Espriella attorno al 30%. La svolta è maturata nelle ultime due settimane di campagna, quando il candidato di destra radicale ha scalato i sondaggi di sei punti in undici giorni, intercettando il cosiddetto “voto útil” — gli elettori che si orientavano verso la candidata conservatrice Paloma Valencia, ma hanno scelto de la Espriella per massimizzare le chances di battere il campo progressista.

Paloma Valencia, senatrice del Centro Democrático, si è fermata al 6,9%, una sconfitta storica per il partito. Ma la sua dichiarazione di sostegno a de la Espriella, arrivata nelle ore successive al voto del primo turno, è destinata a essere l’ago della bilancia per il ballottaggio. Secondo gli analisti, infatti, una larga maggioranza degli elettori di Valencia al primo turno voterà per de la Espriella il 21 giugno, mentre solo una minima parte si orienterà su Cepeda. La rilevazione di AtlasIntel, condotta tra il 1° e il 2° giugno, assegna al candidato di destra il 50,3% contro il 42,6% del rivale progressista — un vantaggio di quasi otto punti.

Colombia: il profilo politico dei due sfidanti

Abelardo de la Espriella è un avvocato penalista di Bogotá che ha costruito la sua reputazione difendendo clienti controversi, tra cui politici accusati di paramilitarismo e di collusione con il narcotraffico. È cittadino americano dal 2023 e ha dichiarato apertamente di ispirarsi a Trump. Il suo programma prevede una rottura drastica con la strategia di “paz total che ha caratterizzato il mandato del presidente uscente Gustavo Petro, con un ritorno alla linea dura contro la guerrilla, un riallineamento strategico con Washington e una politica aggressiva contro il narcotraffico. La Colombia è il principale produttore mondiale di cocaina ed è partner strategico chiave per gli Stati Uniti. Un potenziale governo de la Espriella modificherebbe radicalmente l’asse dei rapporti bilaterali Colombia-USA. Rapporti che avevano raggiunto i minimi storici dopo lo scontro diplomatico tra i due Paesi.

Cepeda è l’antitesi. Senatore con una lunga storia nella difesa dei diritti umani, candidato del Pacto Histórico, porta avanti il programma di consolidamento della riforma agraria avviata da Petro, del rafforzamento della giustizia ambientale e di una maggiore progressività fiscale. Difende una politica estera autonoma e critica l’interventismo americano nella “war on drugs“. La polarizzazione del paese è geografica e demografica: secondo le analisi, Cepeda è più forte nelle zone rurali e nei “corridoi del narcotraffico”, mentre de la Espriella ha radici solide ad Antioquia, nel Santander e sulla Costa del Caribe.

Sul ballottaggio aleggia anche lo spettro del cosiddetto Proyecto Júpiter, una presunta strategia di manipolazione del voto denunciata da alcune inchieste giornalistiche. I sostenitori di Cepeda lo paragonano all’Hondurasgate— il nome del recente scandalo di ingerenze nelle elezioni centroamericane. De la Espriella ha già chiesto agli Stati Uniti di vigilare sul secondo turno, dove sarà presente anche una missione dell’UE. Se l’estrema destra dovesse prevalere, la Colombia entrerebbe a pieno titolo nella costellazione dei governi trumpiani dell’America Latina. Una vittoria che ribalterebbe quattro anni di governo Petro, segnando la fine, almeno temporanea, del ciclo progressista apertosi nel 2022.

Perù: uno scrutinio infinito e il Paese spaccato in due

Secondo gli ultimi dati dell’ONPE, l’ufficio elettorale peruviano, con il 98,25% delle schede contabilizzate, Keiko Fujimori di Fuerza Popular a quota 50,004% e Roberto Sánchez di Juntos por el Perú a 49,996%, con una differenza di appena 1300 preferenze. È questo il risultatoprovvisorio, precario, sospeso — del ballottaggio del 7 giugno. Un numero che rende la seconda vuelta peruviana del 2026 uno dei risultati elettorali più ravvicinati della storia recente del paese latino-americano. Negli ultimi dieci anni il Paese andino ha già eletto nove diversi presidenti.

Il meccanismo dello spoglio ha rispecchiato quasi alla perfezione quello del 2021. In quell’occasione, Pedro Castillo ribaltò il risultato, proprio ai danni della stessa Keiko Fujimori, nella fase finale del conteggio. In quel caso il margine finale fu di circa 44.000 voti; questo è molto più sottile. La notte dello scorso 8 giugno, con il 52% dei seggi scrutinati, Fujimori era avanti di oltre cinque punti; poi, con l’afflusso delle schede dalle regioni rurali, tradizionalmente più favorevoli alla sinistra, Sánchez ha rimontato e superato la rivale. Poi, con l’arrivo dei voti dall’estero, dove Fujimori ha prevalso con il 63,4% dei suffragi, vincendo negli Stati Uniti, in Inghilterra e in molti Paesi europei, la candidata di destra è tornata avanti per la seconda volta.

Perù: le actas osservate e un verdetto che tarda ad arrivare

Tuttavia, il risultato è tutt’altro che scontato o definitivo. Restano, infatti, fuori dal conteggio principale 1.513 actas, i verbali elettorali che registrano i voti espressi in ciascun seggio, osservate dai Jurados Electorales Especiales (JEE), che contengono complessivamente circa 336.000 voti. La portavoce del Jurado Nacional de Elecciones (JNE), Grecia Rentería, ha dichiarato che la proclamazione ufficiale arriverà “quasi un mese dopo il giorno della votazione”: non prima di metà luglio.

La logica delle osservazioni prevede che un’acta venga inviata al JEE quando presenta inconsistenze aritmetiche, firme mancanti, dati illeggibili o impugnazioni formali dei rappresentanti di partito. Il JEE convoca un’udienza pubblica, esamina ogni singola acta e decide se convalidarla, incorporandone i voti nel conteggio ONPE, o annullarla. Le decisioni dei JEE possono poi essere appellate al JNE, l’istanza suprema. Il percorso richiede settimane. L’Organizzazione degli Stati Americani (OEA), attraverso la sua missione di osservazione, ha chiesto al Perù di rendere più agile il meccanismo per la diffusione dei risultati. Gli esperti hanno inoltre raccomandato l’implementazione di un sistema nazionale di trasmissione digitale delle actas.

È la terza volta consecutiva che le presidenziali peruviane si decidono sul filo di lana: nel 2016 fu Kuczynski a battere Fujimori per 0,30 punti percentuali; nel 2021 Castillo prevalse per 0,2%; ora i margini sono ancora più esigui. Il profilo politico del paese conferma una polarizzazione geografica e sociale profonda. La capitale Lima e la costa per la destra, la sierra e l’Amazzonia per la sinistra.

Sánchez, ex ministro, è un tecnocrate moderato di sinistra che ha promesso continuità istituzionale, lotta alla corruzione e risposte concrete all’insicurezza. Un tema che ha costantemente occupato il primo posto per i peruviani nei sondaggi preelettorali. Fujimori si presenta per la quarta volta come candidata presidenziale, dopo aver perso nel 2011, nel 2016 e nel 2021. La sua vittoria significherebbe anche, simbolicamente, la riabilitazione politica di una dinastia che porta il cognome di uno dei dittatori più controversi del Sudamerica. Alberto Fujimori era stato condannato per crimini contro l’umanità durante la lotta alla guerriglia degli anni Novanta. Qualunque sarà il verdetto del JNE, il Perù entra nell’estate 2026 senza sapere chi lo governerà.

Il Brasile come ultimo argine

Il Brasile andrà alle urne per le elezioni presidenziali il 4 ottobre 2026, con eventuale ballottaggio il 25 dello stesso mese. L’ultimo sondaggio Quaest vede Luiz Ignacio da Silva, Lula, al 44% contro il 38% di Flávio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente Jair Bolsonaro. Quest’ultimo è stato condannato a ventisette anni per il tentato golpe dell’8 gennaio 2023 e dunque ineleggibile. È la prima volta da mesi che i due non sono in sostanziale parità: nell’elettorato indipendente Lula è salito costantemente, mentre Bolsonaro è sceso di sette punti percentuali. Sul calo, ha influito lo scandalo che ha coinvolto il banchiere Daniel Vorcaro, arrestato nell’ambito del crack del Banco Master.

Il campo conservatore si presenta senza il suo candidato naturale e con una frammentazione che potrebbe rivelarsi fatale. Flávio Bolsonaro ha raccolto il testimone del padre ma non ha ancora dimostrato di saper costruire un’identità politica autonoma al di là del cognome. Il Partito Liberale conserva un bacino strutturale del 20-30% dei voti, ma per vincere il ballottaggio avrebbe bisogno di coalizzare l’intera destra. Un compito reso più arduo dalla candidatura di Tarcísio de Freitas, governatore di San Paolo, e dell’influencer populista Pablo Marçal. Entrambi i candidati sono ritenuti capaci di sottrarre voti decisivi e aprire scenari imprevedibili già al primo turno.

Donald Trump aveva tentato di interferire negli affari interni di Brasilia imponendo dazi punitivi del 50% sui prodotti brasiliani. Un provvedimento concepito come una ritorsione per la condanna di Bolsonaro, ma la mossa si è rivelata controproducente. La popolarità di Lula è salita e i dazi hanno finito per colpire le stesse aziende agricole che erano state la base elettorale della destra. Sul fronte interno, Lula può contare su indicatori economici solidi, disoccupazione ai minimi storici, produzione petrolifera a quattro milioni di barili al giorno e su una percezione diffusa di miglioramento delle condizioni di vita. Risultati che, almeno per ora, mettono a tacere i dubbi sulla tenuta psicofisica del presidente per un eventuale quarto mandato.

Se anche Colombia e Perù dovessero cadere, il Brasile di Lula rimarrebbe l’ultimo grande paese sudamericano a guida progressista insieme all’Uruguay di Yanmadù Orsi. La sfida di ottobre cesserebbe di essere una questione interna: sarebbe la resa dei conti finale su un intero ciclo politico regionale. Il verdetto in arrivo da Brasilia sarà particolarmente atteso, con un continente alla perenne ricerca di un posizionamento stabile e unito sulla scena internazionale.

*Immagine di copertina: [Foto di Azzedine Rouichi via Unsplash]
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