AnalisiConflitti e proteste

Rischio d’instabilità in Siria: Le sfide del nuovo presidente

In un contesto regionale e internazionale sempre più precario e una situazione interna prona a violenze settarie e interferenze esterne, le speranze di emancipare la Siria da oltre cinquantatré anni di dittatura appaiono evanescenti. La ripresa economica del Paese e la sua reintegrazione nel contesto internazionale rischiano infatti di non vedere mai la luce del giorno, mentre lo spettro di un ritorno a un devastante conflitto ad alta partecipazione internazionale, come quello cominciato dopo la primavera siriana del 2011, si fa dolorosamente plausibile. Perdipiù, le sfide che si pongono davanti al suo autoproclamato presidente, Ahmed al-Sharaa, sono molteplici, e per evitare il rischio di un ritorno a forti instabilità sarà necessaria la collaborazione di più attori.

In politica estera, moltissime sono le influenze da tenere in conto. La Turchia del presidente Recep Tayyip Erdoğan influenza lo spazio d’azione di al-Sharaa; il primo ministro d’Israele, Benjamin Netanyahu, rappresenta una minaccia pressoché esistenziale; il presidente americano, Donald Trump, un ostacolo alla ripresa economica e alla sicurezza nazionale altrettanto significativo. Russia e Iran invece, i cui interessi strategici sono improvvisamente evaporati con la fine della dittatura di Bashar al-Assad, hanno già cominciato a ricucire i rapporti. Questi ultimi potrebbero quindi riconfermarsi come importanti alleati strategici della “nuova” Siria malgrado la loro complicità con le brutalità del  regime precedente. 

Anche la situazione domestica, per quanto indissolubilmente legata al quadro internazionale, non manca di offrire motivi di seria preoccupazione. A inizio marzo, un’ondata di violenze ha coinvolto la Siria occidentale, abitata prevalentemente dal gruppo etnico minoritario alawita, da cui provenivano la famiglia al-Assad e i membri del regime dittatoriale. Ai dubbi allarmi lanciati da al-Sharaa al prospetto di una possibile insurrezione alawita è seguito un utilizzo retributivo e indiscriminato della violenza da parte delle forze sunnite fedeli al nuovo presidente – circa ottocento si stimano essere i morti, di cui centinaia civili.

La sfida interna: fare i conti col passato e immaginare il futuro

L’8 dicembre scorso, le forze ribelli di al-Sharaa, Hayat Tahrir al-Sham (HTS) hanno preso la capitale Damasco. La famiglia al-Assad, incapace di frenare la rapida avanzata di HTS, si è messa in fuga verso Mosca, mentre parte degli apparati militari alawiti sono ancora in libera circolazione. I siriani sono scesi in strada esultanti, mentre la copiosa diaspora siriana, lontana dal proprio Paese, ha condiviso a distanza la stessa gioia. La speranza per un futuro più prospero si scontra però con una disastrosa situazione economica – e quindi anche sociale –  che rischia di tramutarsi in instabilità interna e sarà priorità risolvere. 

Sul piano politico non è ancora chiaro se al-Sharaa sarà in grado di mantenere le promesse finora fatte: riunire una conferenza nazionale che renda il suo governo transitorio più rappresentativo, approvare una nuova costituzione entro tre anni, e tenere le prime elezioni democratiche tra quattro o cinque. Condizione necessaria, seppur non sufficiente, sarà tenere a bada i gruppi armati che la Siria ha ereditato da anni di guerra,  HTS in primis, e garantire allo Stato il monopolio sull’uso della violenza. Solo tramite la loro inclusione nella trasformazione politica del Paese al-Sharaa sarà in grado di ridurre il rischio d’instabilità derivante da tensioni etniche e settarie.

Il suo trasformismo politico – al-Sharaa è passato da fondatore della branca siriana di al-Qaeda (da cui origina HTS) a presidente apparentemente riformista e conciliatorio – pone dubbi sulle sue reali intenzioni. Inoltre, nel tentare di conquistare e mantenere la fiducia di una base ampia, il suo approccio, definito camaleontico dall’Economist, potrebbe costargli caro, dovesse scontentare le componenti estremiste di HTS. Quale sia la reale visione di Paese di al-Sharaa non è ancora dato sapere con certezza. È quindi prematuro scongiurare la possibilità che per tenere unita la Siria, segnata da rancori e sfiducie profondamente radicati nella sua storia, al-Sharaa ritenga che una nuova iterazione dell’autoritarismo settario di al-Assad, questa volta sunnita, sia indispensabile. 

Le prime visite all’estero di al-Sharaa

Stime conservative della Banca Mondiale indicano che l’economia siriana si è più che dimezzata tra il 2010 e il 2021. Le prime visite ufficiali di al-Sharaa in Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, e Qatar sono state volte ad assicurarsi l’indispensabile sostegno degli attori del Golfo, in termini di investimenti e aiuti umanitari, per formare uno Stato forte. 

Tra le possibili speranze per la ripresa economica il Qatar si prepara a giocare un ruolo chiave nella ricostruzione del Paese, attraverso investimenti nel settore energetico e nelle infrastrutture portuali. Inoltre, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti (UAE), malgrado avessero recentemente avviato un processo di normalizzazione dei rapporti diplomatici ed economici con il regime di al-Assad, si stanno rapidamente adattando alla nuova realtà siriana. Il loro sostegno economico e diplomatico mira, tra le altre cose, a impedire che l’Iran riesca a ingraziarsi il governo siriano nel tentativo di ristabilire un corridoio terrestre verso Hezbollah in Libano.

Oltre a fornire aiuti umanitari e investimenti, le relazioni di tali attori con gli Stati Uniti potrebbero rivelarsi cruciali per sostenere la Siria nell’esercitare pressioni sull’amministrazione Trump affinché vengano finalmente revocate le sanzioni che ancora pesano sull’economia siriana. Se però, ad esempio, al-Sharaa dovesse promuovere l’introduzione dell’Islam politico — in controtendenza rispetto alla traiettoria seguita da Egitto, Arabia Saudita e UAE — la cooperazione di questi Paesi potrebbe venire meno. 

Le prime visite ufficiali di al-Sharaa nei Paesi arabi piuttosto che in Turchia, che si appresta a essere l’alleato maggiormente strategico per la Siria, possono essere lette come una scelta tattica. L’obbiettivo sarebbe quello ad assicurarsi il loro indispensabile sostegno senza alimentare timori di un eccessivo allineamento con gli interessi turchi nella regione. Malgrado ambivalenze e successive evoluzioni, infatti, la politica estera turca sotto la guida di Erdoğan persegue un obiettivo strategico chiaro: garantire al Paese una sempre maggior influenza nella regione e un posto tra le grandi potenze, all’altezza della grandeur del suo passato imperiale, terminato con la caduta dell’Impero Ottomano a seguito della Prima guerra mondiale. 

L’ascesa regionale della Turchia e il peso delle responsabilità

L’offensiva lanciata da HTS tra novembre e dicembre 2024 ha beneficiato del supporto militare turco ma è probabile che l’obbiettivo di raggiungere la capitale Damasco, o quantomeno la velocità dell’avanzata, non fossero stati pienamente previsti da Ankara. Ciononostante, l’influenza turca sulla traiettoria della Siria poggia innanzitutto sulle buone relazioni costruite negli ultimi anni con HTS. A ciò si aggiunge la necessità, da parte di Ankara, di mantenere il ravvicinamento diplomatico con numerosi Paesi arabi — un processo avviato nel 2021 — e, parallelamente, l’urgenza per la Siria di garantirsi il loro sostegno. In questo quadro, la cautela in politica estera si profila come una virtù condivisa da entrambe le parti.

Molti analisti concordano sul fatto che la Turchia trarrà vantaggio dalla sua posizione privilegiata nei confronti della nuova leadership siriana, ma dovrà anche assumersi maggiori responsabilità. Prima della caduta di al-Assad, Ankara era costretta a negoziare con Russia e Iran per avanzare i propri interessi in Siria e altrove. Oggi, però, i ruoli sono invertiti. Erdoğan, in qualità di intermediario, dovrà perseguire i suoi obiettivi in Siria e su altri fronti, come Ucraina, Libia e Mar Nero, senza alienarsi Mosca e Teheran, entrambe in grado di sfruttare le fragilità interne siriane, esponendola al rischio di una nuova instabilità.

Il nuovo ruolo della Turchia parrebbe dunque favorire, oltre che un rapporto di potere più bilanciato con la Russia, un riavvicinamento all’Occidente. Qualora la situazione in Siria dovesse stabilizzarsi, infatti, Ankara si troverebbe nella posizione strategica di fungere da corridoio terrestre per gli export energetici provenienti da Qatar e Arabia Saudita, attraverso la Siria, fino alla Turchia e infine verso l’Europa. Questo progetto a lungo termine, insieme alle concessioni per l’estrazione di risorse nella zona economica esclusiva siriana nel Mediterraneo, si inserisce nel più ampio obiettivo di trasformare la Turchia in un energy hub in grado di soddisfare la domanda europea, storicamente troppo dipendente dalle forniture russe, oggi da quelle americane, e dotare la Turchia di maggiore autonomia strategica. 

Infine, una Siria pacificata offrirebbe una via d’uscita alla questione migratoria, consentendo ai Paesi che hanno accolto profughi siriani di avviarne il rimpatrio. Adoperarsi per ridurre il rischio d’instabilità in Siria sarà quindi priorità tanto per la Turchia quanto per la Germania, che insieme ospitano circa quattro milioni di siriani.

La sfida esterna: formulare una politica estera che non scomodi nessuno

Se nel breve termine la cautela resta essenziale per mantenere una politica estera non allineata, il futuro di una Siria stabile e prospera dipenderà inevitabilmente da complesse scelte strategiche sul suo rapporto con Israele, l’Iran e la Russia. 

Durante il vuoto di potere creatosi con l’avanzata di HTS, Netanyahu ha ordinato la distruzione di obiettivi militari siriani e l’occupazione di posizionamenti strategici nelle Alture del Golan, dichiarando che sarà permanente. Contestualmente, Israele pretende che un’ampia area a sud di Damasco rimanga totalmente demilitarizzata e ha lasciato intendere di essere pronto a collaborare con gruppi etnici minoritari per minare la creazione di un esercito unitario, ostacolando così un passo fondamentale per garantire unità al Paese. In parallelo, la lobby israeliana negli Stati Uniti si sta premurando che le sanzioni contro Damasco rimangano in vigore e vengano utilizzate come leva per ottenere concessioni da al-Sharaa, assicurando che la Siria resti debole e divisa

Dal canto loro, Russia e Iran stanno adottando un approccio pragmatico, dettato dalla necessità di collaborare con al-Sharaa per contenere il danno strategico nell’immediato. Putin, nonostante la perdita del controllo sul porto di Tartus – che dal 1971 garantiva alla Russia accesso al Mediterraneo e un punto d’appoggio per le operazioni in Africa – ha dichiarato il suo sostegno al governo di al-Sharaa. Parallelamente, l’Iran, pur vedendo gravemente compromessa la sua strategia di difesa nazionale basata sull’Asse della Resistenza, ha espresso il proprio appoggio alla formazione di un governo inclusivo in Siria e alla tutela della sua sicurezza e stabilità. Questi segnali di apertura sono stati accolti positivamente e ricambiati da al-Sharaa, ma resta la possibilità che Russia e Iran possano adottare un approccio più aggressivo, accrescendo il rischio d’instabilità della Siria, se alle dichiarazioni non seguiranno azioni concrete. 

Per il momento, al-Sharaa preferirebbe evitare di prendere posizione, permettendo tacitamente all’Iran di ristabilire un corridoio terrestre con Hezbollah o negoziando i confini di un’area demilitarizzata a sud di Damasco. Non a caso sia agli israeliani che agli iraniani è al momento vietato recarsi in Siria. Eppure potrebbe ben presto trovarsi costretto a scegliere il male minore: offrire concessioni a Israele nella flebile speranza che una Siria indebolita possa almeno evitare di risprofondare nel caos, oppure riallinearsi con Iran e Russia in chiave anti-israeliana, rischiando di compromettere i rapporti con il suo principale alleato, la Turchia, e con gli Stati Uniti di Trump, entrambi membri della NATO. 

In queste condizioni, segnate da una precaria situazione interna e dalla mancanza di margine di manovra in politica estera, e finché la politica americana verso la Siria rimarrà allineata con gli interessi israeliani, difficile immaginare come al-Sharaa possa garantire al suo popolo un futuro di pace e prosperità.

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