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Perché il Giappone ora vuole il riarmo

Con i nuovi aggiornamenti alla strategia di sicurezza nazionale, il Giappone aumenta vertiginosamente la propria spesa militare e fa un passo decisivo verso il riarmo. I fondi stanziati raddoppieranno, raggiungendo il 2% del PIL. Questo drastico cambiamento è motivato da uno dei contesti di sicurezza “tra i più difficili del dopoguerra”, segnato dalla guerra in Ucraina e dalle politiche di Corea del Nord e Cina.

Nonostante sia percepito come improvviso e contrario al carattere pacifista del Giappone, questo cambiamento è in realtà frutto di un’interpretazione della Costituzione che è stata distorta nel corso degli anni. Le implicazioni sono molte, sia sul piano nazionale che su quello internazionale.

La questione costituzionale

Nell’articolo 9 della sua Costituzione cosiddetta “pacifista”, il Giappone rinunciaalla guerra come diritto sovrano della nazione e alla minaccia o all’uso della forza come mezzo per risolvere le controversie internazionali”, nonché a detenere forze terrestri, navali, aeree o qualsiasi altro potenziale bellico. Tuttavia, le ultime revisioni del governo di tre documenti sulla sicurezza, mettono in dubbio il reale valore di questa disposizione.

L’articolo fu inserito dopo la Seconda Guerra Mondiale, sotto la supervisione Statunitense. L’interpretazione della disposizione è cambiata negli anni e l’idea di un Paese demilitarizzato ha lasciato il posto a un graduale ampliamento delle capacità belliche. Nel 1954 furono create le attuali “Forza di Autodifesa” (SDF),  a carattere difensivo.

La Corte Suprema stabilì nel 1959 nel caso Sunakawa che “il pacifismo insito nella nostra Costituzione non ha mai significato assenza di difesa o di resistenza”. La complessa interpretazione dell’articolo concede quindi teoricamente al Giappone il diritto all’autodifesa ma non un completo riarmo con la creazione di un esercito.

La posizione Giapponese è stata modellata nel corso degli anni dal contesto di sicurezza mondiale ed è stato il governo a svolgere un ruolo principale nel guidarla. Il Partito Liberal Democratico, stabilmente al governo dal 1955 salvo poche interruzioni, ha una posizione chiara in merito ed è a favore un emendamento costituzionale, nonostante non sia mai stato formalmente proposto. L’ex Primo Ministro Shinzo Abe in particolare fu una delle voci più forti a riguardo e, nonostante non riuscì nel suo intento, iniziò un processo di rinnovamento e rafforzamento della dottrina militare e creò istituzioni come il Ministero della Difesa e il rinnovato Consiglio di Sicurezza Nazionale.

 

I Fondi

Dopo l’approvazione del piano di bilancio, il Primo Ministro Fumio Kishida ha assicurato che non sarebbero state emesse ulteriori obbligazioni per coprire le nuove ingenti spese. Ciononostante, il giornale Asahi Shinbun riporta (senza però chiarire quali siano le sue fonti) che il governo starebbe valutando l’emissione di obbligazioni edilizie e l’aumento delle tasse, oltre all’apertura di un nuovo fondo dedicato di 35 miliardi di dollari, all’utilizzo di fondi non spesi in altre aree e a delle riforme della spesa. Il ministero pianifica inoltre di aumentare la capacità di produzione nazionale di munizioni e missili a lunga gittata, nonché di promuovere le vendite all’estero di attrezzature prodotte in Giappone.

Cina

Durante la stesura dei documenti, un acceso dibattito ha riguardo la scelta lessicale che, lontana dall’essere una questione trascurabile, è anzi rappresentativa delle relazioni tra Tokyo e Pechino. Una parte del Partito Liberale Democratico spingeva per descrivere la Cina come una “minaccia”, ma è stato poi adottato un approccio moderato che accontentasse il partito buddista Komeito, scegliendo di indicare Pechino come “una sfida strategica senza precedenti”. In ogni caso, il linguaggio utilizzato è più forte rispetto a quello scelto nel 2013, anno in cui i documenti furono precedentemente aggiornati, dove si parlava della posizione esterna e delle attività militari cinesi come un “motivo di preoccupazione”. 

Il rapporto che lega i due Paesi è complesso e dinamico: nonostante numerosi ostacoli storici e politici, la Cina e il Giappone hanno mantenuto stretti legami economici e commerciali. Le ragioni di ostilità, sia a carattere simbolico e storico che a carattere geopolitico, non sono però mai scomparse.

La principale fonte di preoccupazione è l’atteggiamento aggressivo cinese nell’area Asia-Pacifico. Seppur non nominando espressamente la Cina, i documenti modificati alludono alla Belt and Road Initiative. Essi fanno infatti riferimento a un cambiamento nella distribuzione del potere globale verso l’area Asia-Pacifico e ad alcuni Stati che stanno cercando di aumentare la propria influenza ed esercitare pressione economica su altri, tramite la limitazione delle esportazioni di risorse naturali e la creazione di trappole di debito. 

A causare il cambiamento della politica di difesa nazionale di Tokyo è proprio la crescente insistenza cinese nel Mar Cinese Orientale. La presenza costante nelle isole Senkaku e le esercitazioni militari intorno a Taiwan ne sono i chiari segnali.

 

Le isole Senkaku o isole Diaoyu, secondo la denominazione cinese, sono un arcipelago di isolotti inabitati, parte del territorio giapponese ma al centro di una disputa territoriale tra Cina e Giappone riemersa nel 1969 a seguito della scoperta che la zona potesse contenere giacimenti di petrolio e gas. Le intrusioni cinesi in quest’area sono ripetute e negli anni sono cresciute, interessando sia la zona contigua alle Senkaku che il mare territoriale.

Gli sviluppi riguardanti la questione taiwanese sono ugualmente allarmanti, dopo che il 4 agosto scorso la Cina aveva condotto un’esercitazione militare che prevedeva anche attacchi missilistici di precisione. Cinque di questi missili erano poi caduti nella zona economica esclusiva giapponese al largo di Hateruma. Essa mirava a dimostrare che la Cina sarebbe pronta ad attaccare l’isola e riaffermare la propria One China Policy.

Il novembre scorso durante il vertice della Cooperazione economica Asia-Pacifico a Bangkok, Kishida aveva espresso le proprie preoccupazioni a Xi Jinping per le intrusioni e il lancio di missili balistici intorno a Taiwan. Nonostante i leader fossero già d’accordo sull’apertura di una linea di comunicazione diretta e la ripresa di colloqui bilaterali di sicurezza, non erano stati raggiunti dei risultati concreti

Corea del Nord

I contatti diplomatici tra Giappone e Corea del Nord, ufficialmente inesistenti, si sono limitati negli ultimi anni all’incontro tra Abe e Kim Yong Nam, allora presidente dell’Assemblea Suprema del Popolo nordcoreana, nel febbraio 2018. La Corea del Nord ha mantenuto inoltre una rigida politica di porte chiuse dallo scoppio della pandemia. Come per la Cina, anche nel caso coreano questioni diplomatiche e simboliche si intrecciano con questioni strettamente militari.

I documenti revisionati riportano che la Corea del Nord non abbia smantellato il proprio arsenale di armi di distruzione di massa e missili balistici in maniera corretta, ma che anzi abbia intensificato (e diversificato) il lancio di  missili balistici. Si fa riferimento anche a un discorso tenuto nel 2022 dal leader Kim Jong Un in cui aveva dichiarato che “le forze nucleari (..) dovrebbero essere rafforzate sia in termini di qualità che di scala”. I sempre più frequenti test missilistici nordcoreani preoccupano Tokyo, in particolare il 18 novembre scorso è stato raggiunto l’apice delle tensioni quando un missile è finito nella zona economica esclusiva giapponese. Il Primo Ministro Kishida ha incontrato i rappresentanti di Stati Uniti, Canada, Nuova Zelanda, Repubblica di Corea e Australia, i quali hanno dichiarato di condividere la stessa posizione riguardo alla Corea del Nord. Il lancio missilistico è stato fermamente condannato dai sei leader, che hanno inoltre annunciato la volontà di intensificare un “coordinamento fra loro per la completa denuclearizzazione della Corea del Nord”. 

Un’altra questione irrisolta tra i due Paesi, riproposta anche in occasione di questo meeting, è quella dei rapimenti di cittadini giapponesi da parte della Corea del Nord (ufficialmente 17, ma le stime sarebbero considerevolmente maggiori) avvenuti negli anni Settanta e Ottanta. Fino al 2002 la Corea aveva negato ogni coinvolgimento, per poi riconoscere solo 13 dei rapimenti e chiedere scuse ufficiali. Questo atto basterebbe secondo la Corea del Nord per una normalizzazione dei rapporti diplomatici, mentre per il Giappone la questione non è conclusa.

La reazione al riarmo

Il riarmo del Giappone rappresenta un passo importante, con molteplici implicazioni. Non è ancora chiaro come questo cambiamento sia stato accolto dalla popolazione e se porterà ad ulteriori spinte per una modifica decisiva della Costituzione o, al contrario alla rivitalizzazione del sentimento pacifista. La reazione internazionale, invece non si è fatta attendere e, prevedibilmente, sia Corea del Nord che Cina hanno espresso insoddisfazione per la decisione e l’aumento delle tensioni nell’area potrebbe essere causa di nuove preoccupazioni.

[crediti foto: Takosan via Pixabay]

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