Il Parlamento europeo è l’unica istituzione dell’Unione europea (UE) eletta direttamente dai cittadini, ma anche una delle più difficili da decifrare. Gli equilibri politici che lo attraversano seguono logiche diverse da quelle dei parlamenti nazionali, risultando spesso poco comprensibili agli occhi dell’opinione pubblica.
La crescita dell’estrema destra e le recenti tensioni tra i principali gruppi europeisti stanno tuttavia stravolgendo le dinamiche tradizionali. È in questo contesto che il futuro del cordone sanitario appare più che mai incerto, lasciando ampio margine a una cooperazione strutturata con l’estrema destra.
Una maggioranza in tensione
La nuova legislatura del Parlamento europeo, che ha avuto ufficialmente inizio il 16 luglio 2024, è stata segnata da crescenti tensioni tra i due gruppi più influenti dell’assemblea: il Partito popolare europeo (PPE), di centrodestra, e l’Alleanza progressista dei Socialisti e Democratici (S&D), di centrosinistra. Uno scontro che ha coinvolto i due alleati che costituiscono il fulcro dell’attuale “maggioranza” al Parlamento europeo.
Tensioni tra questi due blocchi non rappresentano una novità, né costituiscono di per sé un’anomalia nel panorama politico dell’emiciclo di Strasburgo. Tuttavia, nel corso dell’ultimo anno e mezzo, il livello di conflittualità è aumentato in modo decisamente inedito. I rapporti tra le rispettive leadership si sono deteriorati al punto che molti osservatori parlano di una maggioranza sempre meno stabile, incapace di sostenere l’agenda della nuova Commissione von der Leyen.
A pesare in particolar modo è stato il progressivo avvicinamento del PPE alle forze di estrema destra su temi quali l’immigrazione e le politiche ambientali.
Lo scenario parlamentare dopo le elezioni del 2024
Il risultato delle ultime elezioni europee, tenutesi nel giugno 2024, ha prodotto un Parlamento spostato decisamente più a destra rispetto al passato. I partiti conservatori non hanno tuttavia ottenuto abbastanza seggi da poter governare da soli.
Il PPE, che rappresenta la forza più moderata di quest’area (di ispirazione cristiano-democratica), si è confermato il gruppo con più seggi (188). Alla sua destra, i Conservatori e Riformisti (ECR), di cui fa parte Fratelli d’Italia, hanno ottenuto 78 seggi. Tra le forze conservatrici più estremiste, i Patrioti per l’Europa (PfE) e l’Europa delle Nazioni Sovrane (ESN) hanno conquistato 84 e 25 eurodeputati. Sul versante opposto, i Socialdemocratici sono invece rimasti il secondo gruppo per numero (136 seggi). I Verdi e i liberali di centro, invece, sono stati fortemente ridimensionati rispetto alla tornata del 2019, fermandosi rispettivamente a 53 e 77 seggi.

In questo quadro, le forze parlamentari hanno riproposto la storica coalizione “pro-Europa” (nota in Italia anche come “maggioranza Ursula”). Tradizionalmente composta da cristiano-democratici, socialisti e liberali, quest’alleanza ha guidato per decenni l’agenda legislativa parlamentare a Strasburgo.
Ciononostante, applicare le categorie di “maggioranza” o “coalizione” nel caso europeo può risultare fuorviante, se non se ne precisano alcuni aspetti.
Un sistema di governance “sui generis”
Nei parlamenti nazionali, come quello italiano, la competizione politica si struttura di norma attorno a una netta distinzione tra una maggioranza che sostiene il governo e un’opposizione che lo contrasta. Nel Parlamento europeo questa divisione è tuttavia molto meno chiara, a causa della natura peculiare della governance dell’Unione.
L’UE nasce come un progetto fondato sulla cooperazione tra Stati con tradizioni politiche, costituzionali e parlamentari differenti. Le sue istituzioni si sono sviluppate inizialmente come organi prevalentemente tecnocratici, incaricati di gestire politiche comuni in ambiti circoscritti. Lo stesso Parlamento europeo ha avuto inizialmente un ruolo prevalentemente consultivo, composto da delegati nominati dai parlamenti nazionali. L’introduzione dell’elezione diretta degli eurodeputati nel 1979 ha segnato una svolta fondamentale, ma non ha trasformato l’Unione in un sistema parlamentare paragonabile a quelli nazionali.
Anche per via del ruolo centrale dei governi nazionali nel processo decisionale europeo, il Parlamento europeo occupa una posizione istituzionale peculiare. I suoi membri hanno il potere, ad esempio, di approvare la nomina della Commissione europea e di sfiduciarla. Tuttavia, essi non intrattengono con essa un rapporto fiduciario analogo a quello che lega un governo nazionale alla sua maggioranza parlamentare. I commissari europei vengono selezionati attraverso negoziati tra capi di Stato e di governo, in un processo di spartizione delle cariche che segue logiche prevalentemente intergovernative. La legittimità della Commissione è quindi condivisa tra eurodeputati ed esecutivi nazionali, con quest’ultimi che rivestono spesso un ruolo predominante.
Questo assetto comporta di conseguenza un delicato esercizio di equilibrismo tra istanze politiche e interessi nazionali profondamente diversi.
Il “cartello” PPE-S&D
La stabilità di un sistema così complesso ha a lungo richiesto accordi trasversali tra forze politiche diverse, accomunate dal sostegno al processo di integrazione europea. Questa coalizione “europeista” ha trovato per anni il suo perno nella collaborazione tra PPE e S&D.
Tale relazione è stata descritta da alcuni studiosi come una forma di “cartello”, in cui i due gruppi si accordano per mantenere il controllo dell’agenda legislativa e garantire la stabilità del processo decisionale. Questo assetto ha reso l’attività del Parlamento europeo più prevedibile e ha rafforzato il suo peso negoziale nei confronti del Consiglio dell’UE, che rappresenta i governi nazionali e condivide con il Parlamento il potere legislativo.
Negli ultimi anni, tuttavia, il progressivo indebolimento dei Socialdemocratici, unito alla crescita delle forze di estrema destra, ha reso questa cooperazione più fragile. Le tensioni emerse nella legislatura attuale riflettono infatti un mutamento più profondo dello spazio politico europeo, legato alla trasformazione delle principali linee di conflitto ideologico.
I “cleavages” nello spazio parlamentare europeo
Lo spazio ideologico in cui operano i partiti europei è storicamente strutturato attorno a fratture profonde, definite nella letteratura politologica come “cleavages”. Queste linee di demarcazione, relativamente stabili nel tempo, orientano le posizioni dei partiti e condizionano la formazione delle coalizioni.
La frattura più tradizionale coincide con l’asse sinistra/destra. Questa divisione riflette schieramenti basati su questioni economiche e sociali come la redistribuzione delle risorse, il ruolo dello Stato nell’economia e la tutela del lavoro. È una divisione ideologica che ritroviamo in gran parte dei parlamenti nazionali.
Nel caso del Parlamento europeo, un’ulteriore dimensione di conflitto si è affermata con forza, specialmente a partire dagli anni Novanta: quella relativa al grado di sostegno all’integrazione europea. Essa separa le forze favorevoli a un rafforzamento delle competenze dell’UE da quelle più critiche nei confronti del progetto europeo e più attente alla difesa della sovranità nazionale.
Il susseguirsi delle crisi che hanno colpito l’UE negli ultimi decenni ha infatti ulteriormente accentuato le tensioni legate alla solidarietà tra Stati membri. In questo contesto, le posizioni euroscettiche si sono progressivamente rafforzate e si sono concentrate agli estremi dello spettro politico: forze di sinistra radicale e di estrema destra oggi convergono spesso nella loro critica alle istituzioni europee.
Negli anni più recenti è emersa con forza anche una dimensione di tipo più “culturale”, incentrata su temi identitari come immigrazione, diritti civili e politiche ambientali. Questa linea di conflitto ha riportato al centro dinamiche più tradizionali tra destra e sinistra su questioni valoriali e aiuta a spiegare perché il PPE, su alcuni temi, abbia trovato più frequentemente convergenze con le forze di estrema destra. Un esempio di ciò ha riguardato, ad esempio, il restringimento delle politiche di accoglienza dei migranti o il ridimensionamento delle misure ambientali legate al “Green Deal”.
Un “cordone sanitario” sempre più in discussione
Per via di questi mutamenti, il PPE sembra aver progressivamente messo in discussione quello che nel gergo politico viene definito “cordone sanitario”: la prassi informale con cui i principali gruppi europeisti hanno a lungo escluso la collaborazione con forze di destra radicale ed estrema destra.
I segnali di questo cambiamento sono emersi in diverse occasioni nel corso dell’ultimo anno e mezzo, ma il passaggio più significativo si è avuto durante la formazione della Commissione von der Leyen II, nel novembre 2024. In quell’occasione, il PPE ottenne la nomina a commissario e vicepresidente di Raffaele Fitto, esponente di Fratelli d’Italia e quindi del gruppo ECR. La scelta ha rappresentato un segnale politico rilevante, mostrando che la collaborazione con l’estrema destra non sarebbe più stata esclusa a priori.
Tale nomina fu giudicata inizialmente irricevibile dai Socialdemocratici (S&D) e dai Verdi, ma fu infine approvata anche da quest’ultimi. In cambio, la candidata socialista Teresa Ribera venne confermata in un ruolo di peso nella nuova Commissione, che rischiava altrimenti di essere ostruita dall’opposizione del PPE.
Alla luce di questo episodio, è evidente come la frattura ideologica anti-UE/pro-UE abbia perso la capacità di strutturare da sola lo spazio politico europeo e quanto, per le caratteristiche della governance europea, la ricerca del compromesso resti un fattore centrale nelle strategie dei partiti. La competizione politica si articola oggi lungo linee di conflitto più differenziate rispetto al passato, soprattutto in un Parlamento così spostato verso destra.
Sebbene il tema del “cordone sanitario” sia oggi oggetto di dibattito in molte democrazie occidentali, nel caso specifico del Parlamento europeo occorre pertanto tener conto delle peculiarità di un sistema che non ha eguali al mondo.
*Immagine di copertina: [Foto di Lukas S su Unsplash]





