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La procedura di approvazione dei Commissari europei designati da parte del Parlamento europeo

Nelle scorse settimane, tutti gli occhi degli appassionati di UE erano puntati sul Parlamento europeo, chiamato a confermare i Commissari europei designati e, così facendo, a dare ufficialmente il via alla Commissione von der Leyen II. Ma come funziona la procedura di nomina e approvazione dell’esecutivo europeo?

La procedura di approvazione da parte del Parlamento europeo

In base all’articolo 17 del Trattato sull’Unione Europea (TUE), Il Consiglio dell’UE adotta la lista dei potenziali Commissari, di concerto con la Presidente-eletta della Commissione. Ogni Commissario è successivamente audito dalla Commissione parlamentare competente, in base al portafoglio assegnato. A titolo di esempio, il Commissario-designato Raffaele Fitto, responsabile di Coesione e Riforme, è stato intervistato dai membri della commissione parlamentare REGI (Regional Development). L’audizione ha per obiettivo di valutare la competenza ed idoneità del Commissario designato.

Al termine, ogni commissione parlamentare redige una relazione con una raccomandazione sulla conferma o meno di ciascun candidato. Questa valutazione è sottoposta al voto dei coordinatori dei principali gruppi politici. La maggioranza richiesta nelle prime due votazioni è quella dei coordinatori dei gruppi che rappresentano almeno i due terzi dei membri della commissione parlamentare di riferimento. In seguito, il Parlamento europeo vota sull’intero collegio dei Commissari. 

Implicazioni politiche della procedura di approvazione: il caso della Commissione von der Leyen II

La maggioranza dei due terzi richiesta in commissione fa capire la complessità del meccanismo di approvazione, in particolare se contestualizzata in un Parlamento europeo sempre più frammentato politicamente. I tre gruppi politici della “maggioranza Ursula” (PPE, S&D e Renew) non possono più contare su tale maggioranza qualificata, e devono quindi fare affidamento sul soccorso a geometrie variabili dei Verdi, o del gruppo di destra ECR, guidato da Giorgia Meloni. 

Nel caso della Commissione von der Leyen II, questo puzzle intricato ha portato ad un acceso scontro su due Vicepresidenti esecutivi: Raffaele Fitto e Teresa Ribeira.

Teresa Ribeira

Esponente di spicco del governo socialista spagnolo guidato da Pedro Sanchez, e designata Vicepresidente esecutiva “For Clean, Just and Competitive Transition”, l’esponente socialista ha suscitato un aspro dibattito tra le forze politiche. Al centro delle tensioni la sua strenua difesa dello European Green Deal, di cui promuove un’accelerazione al fine di rispettare gli obiettivi assunti dall’UE nel quadro dell’Accordo di Parigi, ma anche la gestione della recente alluvione che ha colpito l’area di Valencia. 

Raffaele Fitto

L’opposizione a Raffaele Fitto, designato Vicepresidente esecutivo “For Cohesion and Reforms” e unico membro della Commissione von der Leyen II proveniente dal gruppo di destra ECR, si è invece principalmente cristallizzata sulla sua vicinanza a Giorgia Meloni, e al timore di un’ingerenza eccessiva della Presidente del Consiglio nelle politiche di indirizzo del commissario italiano.

Esito del processo

Al termine di lunghe settimane di confronto, i tre principali partiti europei della “coalizione Ursula” sono giunti ad un accordo che prevede l’approvazione di entrambi i Commissari nelle rispettive Commissioni parlamentari, oltre che dell’intero Collegio. Il compromesso include, tra l’altro, una riduzione delle deleghe assegnate al Commissario ungherese alla Salute e al Benessere degli animali, Olivér Várhelyi (formalmente indipendente ma considerato vicino a Viktor Orban), e l’impegno di Teresa Ribeira a dimettersi nel caso di indagine delle autorità spagnole sulla gestione dell’alluvione di Valencia.

Una cosa è certa: i prossimi cinque anni si annunciano ben più turbolenti per la maggioranza a sostegno di Ursula von der Leyen.

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