Gli accordi di libero scambio sono di grande rilevanza economica e geopolitica e ne sono un esempio quelli recentemente siglati dall’Unione Europea con Mercosur e India. In questo contesto si inserisce perfettamente il concetto di geoeconomia, un’evoluzione della geopolitica secondo cui il commercio, i capitali e il controllo delle tecnologie sono diventati i nuovi “armamenti” per esercitare la propria influenza globale.
Dato il contesto geopolitico che ha caratterizzato i primi mesi del 2026, è utile approfondire la questione del petrolio, un tema ampiamente dibattuto al giorno d’oggi. Nello specifico quest’analisi si propone di evidenziare la rilevanza del petrolio come strumento geopolitico e come questa risorsa sia in grado di influenzare e condizionare la stabilità dei mercati globali.
Gli accordi con la Cina e le conseguenze della chiusura dello Stretto di Hormuz
Per trattare il tema del petrolio iraniano e i relativi meccanismi di profitablity — ossia la capacità di un’attività economica di generare margini positivi una volta sottratti i costi di produzione, trasporto e intermediazione — è utile partire dai rapporti che Teheran ha con il suo principale importatore di greggio, la Cina. Come spiegato in un’analisi elaborata dal think tank europeo Bruegel, l’asse con l’Iran rappresenta per Pechino una strategia di cooperazione iniziata nel 2021 e che si prevede resterà in vigore per 25 anni. Quest’accordo garantisce a Pechino petrolio a prezzi scontati in cambio di investimenti infrastrutturali, ma non finisce qui. Per aggirare le sanzioni e massimizzare i profitti, il sistema utilizza dei meccanismi precisi.
Per evitare rischi reputazionali e finanziari alle grandi compagnie petrolifere di Stato cinesi, l’acquisto materiale del greggio iraniano viene delegato a piccole raffinerie private indipendenti, note come teapot refineries. Inoltre, i pagamenti per il petrolio non avvengono in dollari, ma in renminbi (la valuta cinese). Per farlo, le transazioni passano attraverso il nuovo sistema di pagamento interbancario transfrontaliero cinese (CIPS), evitando così la rete di messaggistica SWIFT per i pagamenti internazionali, che esporrebbe le transazioni al controllo delle autorità occidentali. Grazie a queste ingegnose procedure, a fine 2025 la Cina risultava la destinazione dell’80-90% di tutte le esportazioni petrolifere di Teheran.
Lo scoppio del conflitto a inizio anno e la conseguente chiusura dello Stretto di Hormuz hanno portato all’interruzione dell’estrazione del greggio iraniano, privando la Cina di 1-1,4 milioni di barili al giorno di petrolio a basso costo. Tuttavia, il Paese asiatico può contare sulle proprie riserve strategiche per un periodo stimato di quattro mesi, oltre che sulle importazioni via gasdotto dalla Russia.
A livello globale, il blocco del petrolio iraniano genera un aumento dei prezzi causato dai maggiori costi di energia e trasporti, e l’impatto che avrà sull’economia mondiale è ancora tutto da decifrare. Questa dinamica inflattiva preoccupa meno la Cina, che invece sta attraversando un periodo di deflazione, anche se potrebbe comunque essere indirettamente colpita da uno shock di domanda esterna che rischierebbe di tagliare le sue esportazioni.
La vulnerabilità europea e la sfida per l’autonomia energetica
A seguito del blocco, i mercati hanno reagito con uno shock immediato: il prezzo del petrolio (Brent) è aumentato del 50%, superando i 100 dollari al barile, e i prezzi del gas in Europa sono raddoppiati, passando da meno di 30 €/MWh a oltre 60 €/MWh. Sebbene l’Unione Europea abbia drasticamente ridotto la sua dipendenza dal gas russo (scesa al 13% nel 2025) affidandosi prevalentemente a quello statunitense, rimane fortemente vulnerabile agli effetti a cascata che queste crisi hanno sui mercati globali delle materie prime.
A questo punto, l’Ue si trova davanti ad un bivio. Da una parte mettere da parte le politiche sulla transizione energetica e stipulare accordi convenzionali con i Paesi produttori, magari diversificando quanto più possibile per immunizzarsi dalle crisi sempre più frequenti. Dall’altra, ridurre del tutto la dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili, poiché questa dipendenza delle importazioni è colpevole di indebolire l’economia europea e la sua competitività. La crisi dimostra che diversificare semplicemente i fornitori di fossili ha dei limiti evidenti e non risparmia l’Ue da crisi di questo calibro. Per l’Europa, l’unico modo per garantirsi una reale autonomia politica, economica ed energetica in un panorama geopolitico instabile è accelerare in modo deciso verso la decarbonizzazione industriale.
La risposta della Bce alla crisi energetica del 2022
Per discutere di ciò che l’Unione Europea dovrebbe fare nell’immediato, è utile chiarire come le istituzioni intervengono per mitigare gli effetti di shock esogeni – come nel caso del blocco dello Stretto di Hormuz – che rischiano di destabilizzare le aspettative degli operatori economici. In situazioni di forte incertezza, un ruolo centrale è svolto dalle banche centrali, chiamate a preservare la stabilità dei prezzi e la fiducia nei mercati finanziari. Il loro strumento principale è la gestione dei tassi d’interesse, calibrati in funzione del ciclo economico e con l’obiettivo di mantenere il tasso di inflazione al livello target del 2%.
Un ottimo termine di paragone da utilizzare come riferimento è rappresentato proprio dalla risposta della Banca Centrale Europea all’ultima recente crisi energetica affrontata, a seguito della guerra tra Russia e Ucraina iniziata nel 2022. Come mostrato nel grafico sottostante, in corrispondenza degli anni della guerra in Ucraina, si registra un’impennata dei tassi di interesse. Questo è in linea con l’obiettivo della BCE: in caso di pressione al rialzo sui prezzi, il modo più efficace per rallentare l’economia è rendere meno attraenti gli investimenti e più oneroso il ricorso al credito per imprese e famiglie. Innalzando il costo del denaro, la BCE mira a ridurre la spesa complessiva nell’Eurozona, frenando così la velocità di circolazione della moneta e impedendo che lo shock temporaneo dei prezzi energetici — come quello causato dal petrolio iraniano o dal gas russo — si trasformi in un’inflazione strutturale e persistente.

In aggiunta, per garantire che l’aumento dei tassi venisse trasmesso in modo ordinato in tutti i Paesi dell’area euro, la Banca Centrale Europea aveva appositamente creato il Transmission Protection Instrument (TPI). Questo strumento aveva l’obiettivo di contrastare le dinamiche di mercato disordinate e ingiustificate e salvaguardare l’unicità della politica monetaria.
Questa pronta risposta alla dilatazione degli effetti della crisi ha fortemente mitigato l’impatto sull’economia europea, grazie anche all’utilizzo di strumenti di politica fiscale come i piani di investimento massicci del REPowerEU e il NextGenerationEU.
Il confronto tra le due crisi: similitudini e differenze
Per concludere, è interessante provare a fare un paragone tra le due crisi energetiche, per capire cosa ci si aspetta che possa accadere e quali nuovi aspetti considerare per la crisi energetica che sta caratterizzando i primi mesi del 2026. Per prima cosa, è lecito prevedere – a maggior ragione se non si arriverà ad una celere risoluzione del conflitto – una forte pressione al rialzo dei prezzi, e conseguentemente un aumento dei tassi. Come chiarito, questo ha un effetto diverso tra le varie potenze globali: la Cina è più “pronta” arrivando da un periodo di deflazione, mentre l’Europa sembrerebbe più esposta, seppur abbia già dimostrato di saper inibire gli effetti strutturali delle crisi.
Quello che altresì risulta importante sottolineare è come in questi anni sia cambiato il rapporto tra Ue e Usa: l’Unione Europea sta percorrendo il piano dell’autonomia strategica, con una massima diversificazione dei rapporti commerciali. Questo è ancora reso più evidente da come gli Stati Uniti siano passati da “salvare” nel 2022 l’Europa grazie all’export di gas in sostituzione a quello russo, ad essere nel 2026 militarmente coinvolti nel conflitto che sta minacciando l’economia globale.
*Immagine di copertina: [Foto di Zbynek Burival via Unsplash]





