Il 19 marzo la Commissione Europea e l’Alto Rappresentante hanno presentato il Libro bianco sulla Difesa Europea – Preparati per il 2030, con l’obiettivo di rafforzare le capacità di difesa paneuropee con nuovi strumenti finanziari.
Il Libro bianco arriva appena due settimane dopo la presentazione del Piano ReArm Europe da parte della Presidente della Commissione Europea Ursula Von der Leyen. Riconoscendo il momento cruciale e di grande instabilità geopolitica che l’Unione sta attraversando, il piano risponde alla necessità di agire con rapidità e determinazione per rafforzare la sicurezza del continente. L’aumento delle spese per la difesa è dunque ritenuto fondamentale sia per affrontare le emergenze, a partire dal sostegno all’Ucraina, sia per creare i presupposti per prendere più responsabilità sulla sicurezza della stessa Europa.
Nella pratica, il piano si articola in tre parti. In primis, l’aumento della spesa pubblica per la difesa tramite l’attivazione della clausola di fuga dal Patto di Stabilità. Il Patto, stipulato nel 1997 e successivamente adattato ai cambiamenti dell’UE e mondiali, è un accordo relativo al controllo da parte degli Stati Membri delle rispettive politiche di bilancio pubbliche. Tale clausola, attivata anche durante la pandemia di Covid-19, consentirebbe agli Stati Membri di non mantenere il deficit di bilancio al di sotto del 3% del PIL in caso di spese per la difesa. Ciò permetterebbe agli Stati di aumentare il budget per la difesa senza incorrere nella procedura di deficit eccessivo.
La seconda parte della proposta prevede la creazione di un nuovo strumento specifico per l’Azione per la sicurezza dell’Europa (SAFE). Si tratta di uno strumento di finanziamento grazie a cui verranno messi a disposizione 150 miliardi di euro in prestiti agli Stati Membri per investimenti nella difesa. L’obiettivo è non solo quello di spendere meglio, ma anche di spendere insieme, così da costruire una capacità difensiva pan-europea. Questo approccio consentirebbe anche di potenziare ulteriormente il supporto europeo verso l’Ucraina – dall’inizio dell’invasione russa, l’UE ha fornito sostegno economico, umanitario e militare per oltre 88 miliardi.
In terzo luogo, il piano ReArm Europe punta sul potere del budget europeo e sul Gruppo Banca europea per gli investimenti per ampliare la gamma dei prestiti erogabili a progetti nel settore della difesa. Oltre a direzionare più fondi nell’ambito della difesa e della sicurezza, la misura invierà un segnale positivo ai mercati, incentivando non solo l’impiego di investimenti pubblici, ma anche l’utilizzo di risparmio privato.
Il Consiglio Europeo e la reazione internazionale
In seguito alla presentazione dell’ambizioso piano, si sono tenute due sedute del Consiglio Europeo, la prima il 6 marzo e la seconda il 20-21 marzo. Già durante il primo incontro, il Consiglio ha sottolineato l’importanza e la necessità di un riarmo europeo così da rafforzare la sovranità e la responsabilità dell’Europa così come stabilito nella Dichiarazione di Versailles di marzo 2022, riguardante l’aggressione russa nei confronti dell’Ucraina, e la Bussola Strategica per la Sicurezza e la Difesa, con cui l’Europa stabiliva i primi passi per un ambizioso piano d’azione per rafforzare la sicurezza e la difesa dell’UE entro il 2030.
Durante il Consiglio del 20 marzo, è stata ribadita l’importanza e la necessità degli investimenti nella difesa, anche nell’ottica di rafforzare la competitività economica e industriale europea. Inoltre, alla luce del Libro bianco sulla difesa europea, il Consiglio auspice un’accelerazione dei lavori, sempre riconoscendo la NATO come la base per la difesa comune.
Il piano ha poi ottenuto il via libera da parte del Parlamento Europeo. Seppure non si tratti di un testo vincolante, a Strasburgo sono stati 419 i voti a favore contro i 204 contrari sulla risoluzione che chiede di agire con urgenza per la sicurezza dell’UE. Il voto del Parlamento riflette, almeno in parte, le opinioni dei leader politici europei. Infatti, il Piano ha in generale ottenuto il supporto di numerosi vertici, a partire dal presidente francese Emmanuel Macron che ha accolto positivamente la proposta, enfatizzando la minaccia che la Russia comporta e rinnovando la disponibilità della Francia per cooperare sulla deterrenza nucleare muovendo i primi passi già a fine 2025. Anche la Germania ha espresso il proprio supporto per il piano, nell’ottica di allineare la strategia difensiva nazionale con lo sforzo europeo.
Tuttavia, non mancano voci più caute e talvolta critiche. Sia la premier italiana Giorgia Meloni sia il primo ministro spagnolo Pedro Sànchez hanno manifestato il proprio sostegno alle misure, pur ritenendo il termine “ReArm” eccessivamente militarista. Inoltre, entrambi suggeriscono un focus maggiore sui temi della difesa comune e della cyber sicurezza, pilastri fondamentali per lo sviluppo di un sistema europeo omnicomprensivo.Tra i maggiori oppositori del piano in Italia figurano la segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, e il leader del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, contro al riarmo e all’impiego di risorse nel campo della difesa.
Differenze politiche tra gli Stati membri
Dal termine della seconda guerra mondiale l’Europa non ha mai consolidato l’idea di un assetto militare coordinato (iniziata dalla CED negli anni ‘50). Anche dopo Maastricht, ad una coesione militare sono state sempre preferite alleanze esterne, in particolare la NATO, con la conseguente dipendenza strategica che porta oggi alla discussione di questo piano. L’assenso per il ReArm Europe rappresenterebbe quindi un evento critico per l’Unione portando allo scoperto disallineamenti in materia di sicurezza per i 27 Stati membri.
Tra i fattori decisivi risalta la disparità nei singoli bilanci della difesa. Alcuni Stati membri, come Francia e Regno Unito (prima della Brexit), spendono tradizionalmente ingenti somme per la difesa, mentre altri, come Italia e Spagna, pur essendo Paesi di grande rilevanza strategica, possiedono bilanci più limitati. Difatti una delle critiche più sentite riguardo un’uniformità a livello difensivo per l’UE riguarda la distribuzione dei costi per il rafforzamento. Questo potrebbe causare attriti, specialmente riguardo alla gestione dei fondi e degli eventuali appalti.
Un’ulteriore discrepanza riguarda il bilanciamento dellacooperazione nel Patto Atlantico. La visione antieuropeista, considera la coesione militare una possibile frattura della storica alleanza con gli Stati Uniti, già sul filo del rasoio nell’era Trump, opposta ad una visione di indipendenza strategica, favorevole ad uno sviluppo congiunto europeo e della NATO stessa.
In questo contesto, è necessario poi considerare un problema sostanziale: l’Unione Europea non è politicamente una federazione, né una confederazione dotata di politiche realmente coese. A rafforzare questa frammentazione c’è il discusso principio di unanimità, ancora in vigore in seno al Consiglio dell’UE per le decisioni inerenti la politica estera e di sicurezza.
Problemi di coordinamento e standardizzazione
E’ doveroso fare una distinzione: il progetto per il riarmo non prevede la formazione di un esercito unico, quanto piuttosto un rafforzamento coordinato dei 27 eserciti nazionali. Il ReArm della Von der Leyen propone investimenti massicci al fine di rinforzare il procurement dei sistemi d’arma, vale a dire il processo di rifornimento di risorse per i nostri eserciti. Così facendo si troverebbe un coordinamento nel rifornire gli eserciti sfruttando ed alimentando il know-how delle aziende europee del settore.
I miliardi euro previsti per il programma saranno erogati tramite la Banca Europea per gli Investimenti. Tuttavia, è proprio su questo punto che emergono forti divergenze::gli interessi nazionali, spesso prevalendo sull’ideologia comunitaria, hanno impedito una politica estera comune e soprattutto una strategia comune per gli investimenti. Ne è esempio l’approvvigionamento di veicoli come i carri armati. Un rapporto del 2017 della Commissione europea spiegava che in UE ci sono 17 modelli di carri armati, 29 di fregate, 20 di aerei da combattimento. Negli Stati Uniti, per confronto, i numeri erano significativamente inferiori: uno, quattro e sei rispettivamente.
Per essere efficace, il ReArm presenterà la necessità di un piano concreto di coordinamento, che preveda la creazione di hub per le aziende europee capaci di sfruttare le eccellenze tecnologiche del continente. Da lì, sarà possibile avviare collaborazioni strutturate e durature, in grado di favorire la standardizzazione degli strumenti militari e rendere più integrata e competitiva la difesa europea.
Opinione pubblica e pacifismo in alcuni Paesi
La necessità di un cambio di rotta in Europa per la difesa si sentiva da tempo, l’ombrello di protezion degli USA non è più scontato. In questo contesto, l’approvazione del Piano da 800 miliardi ha avuto un forte impatto. I mercati hanno visto un incremento fino al 15% delle quotazioni per le principali aziende europee per la difesa, e, in generale, sembra che l’opinione pubblica sia favorevole ad un piano per la difesa europeo. Tuttavia non sono mancate le critiche sull’approvvigionamento delle risorse economiche del ReArm, in particolare per il fatto che una parte delle risorse verrà tagliata dal Fondo per la Coesione e lo Sviluppo. Come ha sintetizzato il sociologo Marco Revelli, “per ogni euro speso in F-35, la gente vuole vedere scuole e ospedali”, evidenziando lo scontro tra le esigenze pacifiste di una parte della popolazione e le scelte strategiche delle élite politiche e istituzionali.
Il Fondo Europeo per la Difesa e la PESCO
Istituito ufficialmente nel 2017, Il Fondo Europeo per la Difesa (EDF) e si inserisce all’interno di un più ampio processo di integrazione della difesa europea, mirato a ridurre la dipendenza dall’industria statunitense e a creare una capacità di difesa europea autonoma. Il fondo ha come obiettivo principale quello di sostenere ricerca e sviluppo, e l’acquisizione di tecnologie avanzate, tuttavia le risorse risultano esigue. Nel quadro pluriennale 2021-2027 è stata prevista una dotazione di 7.3 miliardi, che raddoppierà il proprio valore a partire dal 2028. Questa scarsità di risorse nel fondo è determinata dall’assenza della percepita minaccia russa fino al febbraio 2022. L’EDF è strettamente legato alla Cooperazione Strutturata Permanente (PESCO), un’iniziativa che mira a promuovere progetti di difesa congiunti tra Stati membri e non, fornendo finanziamenti per progetti di cooperazione, e garantisce che i progetti promossi siano allineati con le politiche di sicurezza dell’Unione Europea.
I programmi di armamenti congiunti
I paesi UE già da tempo collaborano nello sviluppo e nell’acquisto di sistemi di armamento avanzati, riducendo i costi individuali e aumentando l’efficacia operativa delle loro forze armate. I due progetti più discussi in materia sono il FCAS (Future Combat Air System) e il MGCS (Main Ground Combat System). Il primo mira a sviluppare un sistema di combattimento aereo che sostituirà i caccia Eurofighter Typhoon e Dassault Rafale, attualmente in servizio in diversi paesi europei. Il progetto mira a realizzare un velivolo di sesta generazione integrato con AI e capace di operare negli ambienti più complessi.
Il MGCS, invece, è un progetto volto allo sviluppo di un nuovo carro armato principale e di veicoli blindati avanzati, destinati a sostituire i carri armati attualmente in uso in Germania e Francia rispettivamente. Altri progetti per la difesa integrata sono rappresentati dall’Eurodrone, ed il Maritime Surveillance Program, volto a sviluppare tecnologie per la sorveglianza marittima e la difesa navale. In quest’ultimo programma, l’Italia si presenta come leader di settore con le eccellenze navali di FinCantieri.
Conclusione
Guardando al futuro, l’Unione Europea sta compiendo un passo decisivo verso un’autonomia strategica dalle altre otenze globali. L’attuale contesto geopolitico offre all’UE un’occasione irripetibile: : quella di convertire l’instabilità sul piano internazionale generata, tra le altre cose, dall’amministrazione Trump, in un’opportunità concreta di rafforzamento strutturale, preservando il modello a 27 distinti eserciti nazionali. In questa prospettiva, la via più realistica per consolidare una vera capacità difensiva europea sembra essere quella di costruire domini paneuropei nel campo degli armamenti e dell’industria della difesa, senza imporre l’unificazione formale delle forze armate. Solo così l’Unione potrà acquisire una posizione solida e autonoma nel complesso scacchiere geopolitico contemporaneo, diventando un attore credibile e influente in ambito internazionale.
a cura di Claudia Morbidini e Samuele Leccese





