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Privacy e diritto alla connessione: l’Italia è pronta per il voto digitale?

Tempo di lettura stimato: 6 min.

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Lo Stato sposa la tecnologia per semplificare e ottimizzare l’appuntamento politico più importante dei cittadini: il voto. In Italia la firma digitale ha raccolto un discreto successo negli scorsi mesi, ma il potenziale del voto digitale si scontra con il gap tecnologico del Paese. Un punto cruciale per i decisori politici è fornire ai cittadini le risorse materiali necessarie per usufruire dei servizi pubblici online, nonché favorire nelle categorie colpite dal digital divide l’acquisizione di competenze informatiche di base. Al contempo, investire in piattaforme digitali affidabili è indispensabile per tutelare gli utenti. Quali sono dunque prospettive per i cittadini?

L’ascesa del voto digitale

La politica ha seguito con interesse il rapido sviluppo di Internet negli anni ‘90, valutando i possibili benefici per l’infrastruttura statale e per i cittadini. Progressivamente, si è giunti alla definizione del voto digitale, l’electronic voting, più spesso abbreviato come e-voting, ossia la procedura di espressione del voto e di conteggio delle preferenze tramite piattaforme online. Paesi pilota sono stati Brasile e Venezuela, che hanno indetto urne online per elezioni su base locale rispettivamente nel 1996 e nel 1998, seguiti dal Belgio nel 1999 che ha aperto la strada a sperimentazioni nell’Unione Europea, in particolare in Svezia, Francia e Germania. In Italia si è di recente aperto uno spazio istituzionale all’e-voting: lo scorso luglio è stato approvato un emendamento sull’introduzione della firma digitale come alternativa a quella cartacea, che da tradizione richiede agli elettori di recarsi presso appositi gazebo organizzati nelle piazze di tutto il Paese. Oggetto del provvedimento sono i referendum di iniziativa popolare, in merito ai quali i cittadini esprimono un voto dopo aver accesso tramite il Sistema pubblico di identità digitale (Spid) o la carta d’identità elettronica (Cie)

Possiamo fidarci dell’e-voting?

Il voto digitale propone considerevoli vantaggi per i cittadini e l’apparato statale. In primo luogo, permette di tagliare i costi materiali delle urne tradizionali, come l’organizzazione delle sedi elettorali e il personale volto ad assicurare il corretto funzionamento delle votazioni. Esso consente inoltre di ridurre i tempi effettivi del voto, evitando al cittadino di doversi recare fisicamente alle urne e velocizzando notevolmente lo scrutinio delle schede. Ad esempio, una ricerca del Centro per gli Studi Europei stima che in Estonia per recarsi presso il seggio elettorale ci vogliano 44 minuti, per completare la procedura di voto online solo 6 minuti. Ma i vantaggi offerti dall’e-voting riguardano anche un tema piuttosto caldo associato alla tecnologia: la sicurezza dei dati e la privacy degli utentiLe elezioni sono vitali per l’esercizio della democrazia in ogni Paese che la persegua, infatti ogni elezione è questione di sicurezza nazionale. Ciò significa che i responsabili politici devono scongiurare problemi come il furto dei dati personali degli utenti da parte di hackers, che potrebbe avvenire ad esempio attraverso il fenomeno del web spoofing, ossia la creazione di un sito web fake praticamente identico a quello ufficiale, in grado di rubare dati personali. Ulteriori problemi interessano la trasparenza nella procedura di lettura dei voti ad opera del computer, che potrebbe essere compromessa ad esempio da un sabotaggio delle elezioni ad opera di gruppi criminali o degli stessi candidati. Ambo gli scenari andrebbero a compromettere la sicurezza dello Stato e dei suoi cittadini. 

Una tecnologia complessa a difesa degli utenti

Tuttavia, già nei primi anni 2000 sono state sviluppate tecnologie volte a impedire tentativi di hackeraggio, come la blockchain technology sviluppata nel 2008, adottata per il voto online da Paesi come la Svizzera, e che viene impiegata anche in circuiti di pagamento elettronico e per le cryptovalute. Si tratta di un registro di dati crittografati che sono memorizzati in blocchi e incatenati insieme a formare una singola fonte cronologica di dati. I contenuti digitali sono distribuiti direttamente agli utenti interessati invece di essere copiati o trasferiti, dunque non c’è bisogno di terze parti capaci di manipolarli. Il registro dati è trasparente nel suo funzionamento e inalterabile, e qui sta la sua forza. La lettura delle schede elettorali cartacee può lasciare spazio ad azioni di sabotaggio contro i candidati, invalidamento dei voti e un certo margine di errore umano nel conteggio delle preferenze, mentre i meccanismi della blockchain technology impongono al server una lettura dettagliata e imparziale dei voti. Una volta che l’utente si registra con il proprio documento d’identità ed esprime il voto, il server registra l’azione e impedisce allo stesso utente di votare una seconda volta. 

Citando ancora il caso dell’Estonia, il Paese organizza urne digitali per le elezioni parlamentari nazionali sin dal 2007, mostrando che il sistema funziona nel tempo e incontra il gradimento dei cittadini, al punto che oggi oltre il 90% dei servizi pubblici e privati viene gestito online, dal versamento delle tasse alle elezioni comunali, da operazioni bancarie all’iscrizione a scuola per tutte le età. Il potenziale della blockchain technology è stato citato anche dal ministro per l’innovazione tecnologica e la transizione digitale Vittorio Colao al T20 Summit tenuto negli scorsi giorni a Milano. In Italia a occuparsi di privacy, sicurezza e trasparenza dell’e-voting è l’Agenzia per l’Italia digitale, Agid, che nel sito web dedicato fornisce tutti i dettagli sui sistemi di protezione adottati a favore degli elettori online. 

Il digital divide lungo lo Stivale

Se dunque gli elettori italiani sono al riparo dai pericoli sulla sicurezza delle piattaforme digitali, essi sono esposti a un’altra criticità, di portata globale: il digital divide. Il gap tecnologico che colpisce molti cittadini italiani potrebbe infatti rallentare la diffusione del voto digitale nel Paese, privando i più dei benefici che esso apporta. Per di più, il voto online è accusato di acuire le disuguaglianze sociali, poiché andrebbe a dividere la società tra chi ha le risorse materiali  (pc, connessione internet) e le conoscenze informatiche per seguire la procedura di voto online e chi no. Le categorie colpite dal digital divide sono più spesso gli anziani, gli immigrati, le donne non occupate, le persone con basso grado di scolarizzazione e le persone con disabilità.  In effetti, questa criticità riguarda perfettamente l’Italia, che si posiziona al 25esimo posto in Europa come livello di digitalizzazione. Dal ritratto del Rapporto Bes 2020 realizzato dall’Istat, emerge che nel 2020 ben un terzo delle famiglie non dispone di computer e accesso a internet da casa. A fare la differenza sono le differenze territoriali e il tasso di istruzione: il 93% delle famiglie mediamente più istruite (in cui almeno un componente è laureato) dispone di una connessione e di almeno un pc, ma la quota scende ad appena il 32% per i nuclei familiari in cui il titolo più elevato è la licenza media. L’uso di internet risente poi delle differenze generazionali: oltre il 90% dei ragazzi di 15-24 anni naviga in rete, quota che scende al 66,7% tra gli utenti tra i 60-64 anni, e arriva al 44% tra le persone di 65-74 anni. 

Ciò significa che le piattaforme di voto digitali potrebbero lasciare indietro le categorie sopra riportate, andando a compromettere l’esercizio effettivo dei diritti politici e democratici della popolazione. In realtà, la firma digitale prevista dall’emendamento di luglio è stata introdotta come una possibilità ulteriore rispetto al voto fisico, non alternativa e sostitutiva, pertanto chi non ha dimestichezza con le piattaforme online può ricorrere al voto tradizionale. Inoltre, da anni esistono iniziative attivate da associazioni private, dalle regioni o dagli stessi comuni, senza distinzione tra grandi e piccoli centri, che inaugurano corsi di informatica di base per i più inesperti, come i noti corsi digitali per la terza età.

Infine, una risposta considerevole al digital divide è arrivata con il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza adottato dal governo Draghi, che stanzia oltre 40 miliardi di euro per la digitalizzazione del Paese, includendo il miglioramento dei servizi digitali offerti dalla Pubblica Amministrazione. Questa misura potrebbe generare un effetto positivo sui cittadini, stimolando anche coloro più avversi al computer, poiché dovranno necessariamente avere competenze di base per accedere ai servizi della pubblica amministrazione.

Dunque, l’e-voting offre opportunità notevoli per la vita politica dello Stato, e il successo delle urne digitali è testimoniato da diversi esempi dal mondo: ora tocca all’Italia adeguarsi al futuro.

Giulia Isabella Guerra
Studio il mondo per capirlo e renderlo comprensibile agli altri. Laureata in Studi Internazionali presso l'Università di Trento, frequento Data Analytics for Politics, Society and Complex Organizations a Milano. Nel tempo libero scrivo, leggo classici, curo il giardino e coccolo i miei gatti.

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