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L’Ue verso l’espansione nei Balcani: a che punto siamo?

Tempo di lettura stimato: 6 min.

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I Balcani (Dal turco “Balkans”, cioè “montagne”) sono una regione estremamente eterogenea, benché segnata da una storia comune. L’avvicinamento europeo si è concluso nel 2013 per Romania, Bulgaria e Croazia, entrate ufficialmente a far parte dell’Unione Europea a partire dal 2007 e i primi Paesi della penisola balcanica a varcare le porte di Bruxelles. Il processo di allargamento verso Est però non si è ancora concluso e altri Paesi dei Balcani dell’ovest sono attualmente in negoziazione con l’Ue per le procedure di adesione. L’Ue ha dimostrato negli anni di essere fortemente interessata strategicamente alla regione per espandere i proprio confini istituzionali e del mercato unico.

I Balcani sono stati un fulcro importante della storia europea

Inizialmente conquistata e amministrata dai Romani, la regione si spaccò poi tra l’Occidente e i territori di Costantinopoli. Le invasioni portarono nell’area gli Slavi, che in quel periodo si separarono in quattro gruppi principali: Sloveni, Croati, Serbi e Bulgari, questi ultimi inizialmente una tribù turca. Si iniziava così a formare l’intricato mosaico etnico che avrebbe caratterizzato l’estrema diversità della regione e causato conflitti sanguinosi.

Con lo scoppio della prima guerra mondiale proprio in Bosnia, si definì lo scacchiere balcanico del ‘900, con la formazione del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, diventato nel 1929 il Regno di Jugoslavia. Durante la successiva seconda guerra mondiale e l’invasione nazista si formò un movimento partigiano per la liberazione del territorio che portò poi alla proclamazione della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia, che ebbe come Presidente nel 1953 il famoso Maresciallo Tito.

Nel 1992 scoppiò la guerra civile jugoslava, la fine dell’esperienza titina. In quegli anni il Continente Europeo fu teatro ancora una volta di crimini come pulizia etnica e genocidio, specialmente verso i bosgniacchi – la comunità musulmana della Bosnia ed Erzegovina. Al termine della guerra i vari stati nazionali attuali presero forma. Con l’accordo di Dayton anche in Bosnia ed Erzegovina si trovò una soluzione territoriale. Dall’altro lato dei Balcani, nel 1991, con la dissoluzione dell’URRS, Romania e Bulgaria si smarcarono dal blocco sovietico, con l’adozione di nuove costituzioni che le fecero diventare repubbliche parlamentari democratiche.

Dagli anni novanta iniziò così un processo di liberalizzazione economica e di rinnovamento delle istituzioni. Tutti i Paesi della regione iniziarono un percorso di avvicinamento verso l’Europa centrale e occidentale, con riforme economiche, istituzionali e politiche per allinearsi agli standard delle democrazie liberali europee.

La convergenza e integrazione economica è avvenuta davvero?

Nonostante i Balcani abbiano attraversato un periodo di sostenuta espansione economica, sembra che la convergenza economica e il riallineamento con il resto del continente non sia ancora stata raggiunta. Sussistono infatti problemi di stagnazione o recessione economica (dal 2008 in poi non c’è mai stata una vera e propria ripresa), e i livelli di povertà risultano più alti rispetto all’Ue (in Albania il 25% vive con meno di 2 dollari al giorno, in Serbia la stessa percentuale è in condizioni di povertà ed in Kosovo si raggiunge anche il 30%). Inoltre, per esempio, la Bosnia e la Serbia devono ancora tornare ai livelli di crescita del Pil reale del 1989 (prima della guerra civile). Nella mappa sottostante è invece possibile osservare il Pil pro capite nel 2020 in Europa: i Balcani hanno evidentemente i valori più bassi del continente anche sotto questo punto di vista.

La transizione verso un modello occidentale quindi sembra non essere stata completamente di successo. Anche per Paesi già membri dell’Ue come Romania e Bulgaria infatti persistono i problemi. In Romania e Bulgaria più del 30% della popolazione è a rischio povertà, a fronte della media Ue del 21,1%, anche a causa di un minore costo del lavoro. Per esempio, nel 2020, il costo stimato all’ora era di poco più di 5 euro in Romania e Bulgaria, a fronte della media europea di 28,50 euro. Questo ha portato molte aziende europee del manifatturiero a ricollocare i propri stabilimenti in queste regioni, estendendo agli altri stati membri le conseguenze negative della mancata convergenza economica balcanica verso il resto del Continente.

Chi sono i candidati ufficiali per l’ingresso nell’Unione? A che punto siamo?

Ad oggi, i quattro paesi dei Balcani che hanno ufficialmente presentato la propria candidatura per entrare nell’Ue sono l’Albania, la Macedonia del Nord, il Montenegro e la Serbia. Per poter fare richiesta gli Stati devono aver compiuto passi importanti per soddisfare alcuni requisiti, delineati come i criteri di Copenaghen, decisi dal Consiglio Europeo nel 1993. Questi requisiti includono criteri politici come la stabilità istituzionale e democratica (uno stato di diritto in linea con gli standard continentali), un mercato funzionante e competitivo e la capacità amministrativa e istituzionale di rispettare gli oneri della membership europea.

L’Albania ha inviato la propria candidatura ufficiale nel 2009, ma solo nel 2014 l’Ue l’ha ufficialmente ritenuta candidata. Nel 2020 sono iniziate invece le negoziazioni tra l’Unione e il Paese per un allineamento definitivo e favorirne l’ingresso. La Macedonia del Nord invece è ufficialmente un candidato dal 2005, ma le negoziazioni sono iniziate solo nel 2020 dopo che si è risolta la disputa con la Grecia riguardo al nome del Paese (la Grecia infatti ha bloccato fino al 2020 anche il suo ingresso nella Nato). Il Montenegro è candidato ufficiale dal 2010 e (le negoziazioni sono iniziate nel 2012) e punta all’adesione all’Ue definitiva nel 2025 una volte risolte questioni di competitività economica. Infine, la Serbia è candidata dal 2012 e sono attualmente in negoziazione per quanto riguarda le politiche sul libero movimento dei capitali. Rimane però il punto ostico del Kosovo, problema che non trova soluzione nemmeno con l’aiuto di Bruxelles. Infatti, anche se il Kosovo è riconosciuto come stato indipendente dagli Stati Uniti e altri Paesi Europei, la Serbia non ha ancora accettato la secessione. Alla lista si aggiunge infine la Bosnia ed Erzegovina, che ha dimostrato al momento solo interesse informale ad iniziare le procedure ufficiali per entrare nell’Unione.

La strategia europea nei Balcani

L’Unione Europea ha dimostrato da anni l’interesse ad espandersi nella regione, considerandola parte integrante del Vecchio Continente. Infatti, già nel 2003 un summit del Consiglio Europeo a Salonicco si era concluso con una dichiarazione di intenti ad avvicinare i Balcani all’Unione, iniziando un processo di armonizzazione e di sviluppo tale da raggiungere gli standard richiesti per diventare parte integrante del mercato unico europeo e delle istituzioni di Bruxelles. Nel 2009 era stata poi creato il “Western Balkans Investment Framework”, per supportare lo sviluppo socio-economico della regione, grazie a un accesso facilitato a fondi e sovvenzioni per i Paesi balcanici. Nel 2020, in seguito alla crisi pandemica, l’Ue ha approvato e annunciato un piano di investimenti a lungo termine (2021-2027) di quasi 9 miliardi di euro, per supportare la ripresa economica puntando, similmente al Recovery Fund europeo, allo sviluppo delle infrastrutture e del capitale umano e alla transizione ecologica.

L’interesse dell’Ue si sta scontrando però con l’avvicinamento di Russia e Cina nei Balcani. Sebbene Mosca sia fortemente legata alla penisola per motivi culturali, storici e religiosi, il suo soft power deve fare i conti con la presenza cinese, turca e quella europeo-atlantica dell’Ue e della Nato. Negli ultimi anni la crescita del populismo nazionalista nei Balcani, soprattutto in Serbia, ha dimostrato che il legame con la Russia è ancora forte. Sempre più grande è però la presenza cinese nella regione: con la pandemia gli aiuti e gli investimenti della Cina nei Balcani sono aumentati, a partire dagli aiuti sanitari fino ai vaccini cinesi anti-covid che sono approdati in Serbia. Un esempio però lampante quel credito pari al 25% del Pil montenegrino che Pechino detiene nei confronti di Podgorica, a causa dei prestiti concessi per la costruzione di un’autostrada.

Verso una accelerazione dell’espansione dell’Ue nei Balcani

L’allargamento dell’Ue del 2004 e del 2007 aveva già portato grandi cambiamenti a Bruxelles, come per esempio l’aumento drastico del numero di attori coinvolti nelle decisioni. L’Unione Europea è sempre stata interessata a attirare nella propria sfera di soft power anche Paesi ex-socialisti dell’Est europa, come per esempio quelli Baltici. Nei Balcani la ripresa dopo la guerra è stata difficile e la convergenza economica e istituzionale è ancora in fase di svolgimento, ma Bruxelles sembra determinata a velocizzare e portare a termine questo impegno, come ribadito da von der Leyen nel novembre 2020 a Sofia, durante un summit con i leader dei paesi dei Balcani occidentali. 

*Photo by Yu Siang Teo on Unsplash

Giovanni Polli
Nato a Vicenza nel '99. Sono uno studente di scienze politiche presso l'Università Bocconi. Oltre ad essere un appassionato di politica, sono un vorace consumatore di musica; probabilmente sono l'unico a comprare ancora CD. In Veneto ho sviluppato anche un'altra delle mie più grandi passioni: lo spritz, rigorosamente a tre euro!

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