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Tra petrolio e green: il futuro incerto dell’Oman

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L’autrice di questa analisi è Letizia Graziani, vincitrice per la sezione Medio Oriente del concorso indetto da Orizzonti Politici durante il workshop “Scrivere nell’era della post-verità”, tenutosi all’interno dell’Hikma Summit of International Relations 2020. 

Il 10 gennaio scorso il remoto sultanato dell’Oman ha assistito alla morte del suo storico leader, Qabus bin Said al Said. Al potere dal 1970, l’ex sultano ha plasmato gli ultimi 50 anni della storia omanita, promuovendo l’inserimento del Paese all’interno delle complicate trame diplomatiche internazionali. In virtù del bagaglio storico che portava con sé, la scomparsa di Qabus bin Said al Said ha aperto per l’Oman un periodo di transizione politica, economica e culturale.

Transizione su cui si è innestato anche lo scoppio della pandemia da Covid19, che non solo ha inflitto gravi colpi al sistema economico e sanitario del Paese, ma ne ha anche disturbato gli equilibri a livello regionale. Tra le criticità emerse con la crisi pandemica, si annovera, ad esempio, l’inasprimento della relazione tra Cina e Stati Uniti. Tali potenze, legate o, per meglio dire, “slegate” fin dal secolo scorso da rapporti conflittuali più o meno espliciti, nella storia più recente si sono contese l’influenza sulla zona MENA (Medio Oriente e Nord Africa), articolando il proprio conflitto lungo una dimensione economica, geopolitica e commerciale.

Il nuovo sultano, Haitham bin Tariq Al Said, figura chiave nell’ambito della sostenibilità ambientale omanita, è dunque chiamato a gestire una fase indubbiamente delicata, dalla cui riuscita potrebbero dipendere la transizione economica medio-orientale, oltre che i futuri rapporti di forza tra Washington e Pechino.

L’Oman da un punto di vista geopolitico 

L’Oman, per la sua posizione geografica, rappresenta una zona molto appetibile agli occhi delle grandi potenze globali: assieme all’Iran è l’unico Stato ad affacciarsi sullo stretto di Hormuz, snodo primario delle rotte commerciali da e verso il Golfo Persico. L’ottimo legame tra Oman e Iran risale in parte proprio alla comune gestione dello Stretto e in parte al supporto che il secondo ha dato alla causa dell’indipendenza omanita.

Al contempo, soprattutto durante il sultanato di Qabus bin Said al Said, il Paese ha tessuto rapporti diplomatici con alcune potenze occidentali, tra cui anche gli Stati Uniti, senza creare intralcio alla relazione con l’alleato iraniano. Al contrario, questa sua posizione d’eccezione ne ha favorito il ruolo di mediatore: oltre ad aver contribuito al rilascio di cittadini statunitensi a Teheran, è stato anche tra i promotori del processo di negoziazione sul programma nucleare iraniano. Se l’accordo raggiunto a novembre 2013 con il presidente Obama aveva inaugurato una fase più rassicurante all’interno del conflitto tra Iran e Usa, il ritiro dell’attuale presidente Trump dallo stesso è motivo di crescente preoccupazione.

Mentre da un punto di vista strettamente geopolitico l’Oman di Qabus bin Said al Said sembrava occupare una posizione di neutralità rispetto alle classiche aree di influenza Usa-Cina, da un punto di vista prettamente economico i suoi rapporti commerciali più intensi si sviluppavano con i Paesi asiatici, in primis con la Cina, destinatari delle esportazioni di idrocarburi.

Qaboos bin Said al-Said: un’eredità non trascurabile

Qaboos bin Said al-Said, sultano dell’Oman dal 1970 alla sua scomparsa nel 2020 [crediti foto: Tribes of the World CC BY-SA 2.0]

Il nuovo sultano Haitham bin Tariq Al Said ha espresso la volontà di proseguire con la linea politica del suo predecessore, ma si riscontra dello scetticismo all’interno della comunità internazionale circa l’effettiva capacità di mantenere tale promessa.

La prima fonte di tale scetticismo risiede proprio nel fatto che l’eredità del vecchio leader omanita sia tutt’altro che trascurabile. Oltre ad aver sfruttato i proventi derivanti dai giacimenti petroliferi per aprire il Paese alla modernizzazione economica e infrastrutturale, di cruciale importanza sono stati i suoi impegni nel campo delle relazioni diplomatiche omanite. Impresa ancora più lodevole se si considera la tumultuosità della regione geografica entro cui si inserisce. Un grande ruolo nell’attuazione di tale politica è stato giocato dalla forte personalità di cui godeva, sebbene non si debba trascurare che la situazione economico-sociale fosse ben diversa da quella ereditata di recente da Haitham bin Tariq Al Said.

Una transizione sostenibile?

Nonostante varie criticità, le premesse per cui Haitham possa giocare un ruolo importante nel contesto della transizione economica dell’Oman non mancano, quantomeno dal punto di vista domestico. Il nuovo sultano presiede infatti il comitato “Oman 2040”: il progetto promuove la transizione economica omanita sotto le parole d’ordine della sostenibilità ambientale e della diversificazione. L’Oman, che ha le più piccole riserve di carburante di tutti gli Stati del Golfo, ha dovuto affrontare un alto tasso di disoccupazione in seguito alle numerose oscillazioni del prezzo del greggio.

L’impresa è tutt’altro che semplice, ma la riuscita del progetto potrebbe modificare profondamente gli equilibri regionali e soprattutto il sistema di alleanze internazionali che ruota attorno ad essi: svincolarsi dal greggio vorrebbe dire privare l’Oman di quell’oggetto di contesa che lo ha sempre reso così appetibile agli occhi delle altre grandi potenze occidentali e orientali. Oltre che in virtù di un futuro più sostenibile, infatti, una maggiore differenziazione economica garantirebbe all’Oman entrate finanziarie alternative a quelle derivanti dalla vendita di “oro nero”. Solo così potrà attutire gli impatti economici, presenti e futuri, derivanti dalle crisi economiche europee, asiatiche e americane. Del resto, in Medio Oriente, regione che da sempre lega il suo destino a quello del petrolio (basti pensare che tra i 15 Paesi con le maggiori riserve al mondo, sei si trovano proprio qui), le conseguenze del lockdown non hanno tardato a farsi sentire: il brusco rallentamento della produzione industriale globale ha provocato il crollo del greggio. Per di più, ancor prima dello scoppio della pandemia, molti Paesi mediorientali riversavano in condizioni economiche precarie proprio a causa del traballante andamento del petrolio.

Cina: cosa si è disposti a perdere? 

Il successo o meno della transizione operata dal nuovo sultano dipenderà inevitabilmente anche dal complicato quadro di sicurezza regionale, scosso dal cambio di rotta in politica estera degli Stati Uniti di Trump. Il Presidente americano, nel 2018, si è tirato fuori dallo storico accordo sul nucleare iraniano: firmato dal suo predecessore Obama alla fine di trattative non poco estenuanti, tale documento aveva dato un margine di respiro alle travagliate relazioni tra Washington e Teheran. Vista la comune gestione dello stretto di Hormuz, che lega l’Oman all’Iran, l’inasprimento delle relazioni di quest’ultimo con gli Usa rappresenta un fattore di destabilizzazione anche per il primo.

In questo contesto estremamente incerto, le avances cinesi nei confronti dell’Oman potrebbero risultare invitanti. In quanto partner commerciale privilegiato e soprattutto in virtù del disimpegno statunitense nella regione, la Cina potrebbe rappresentare l’unica fonte di stabilità economica per il regime omanita.

La strategia cinese in Medio Oriente consiste nel coltivare relazioni strategiche con tutti gli attori regionali, basandole su commercio, risorse energetiche e investimenti. Ciò ha permesso al dragone cinese di porsi a una certa equidistanza dai vari conflitti che hanno interessato l’area, assumendo il ruolo di paladino dell’integrità territoriale e allo stesso tempo creandosi numerosi partner commerciali. Questa strategia si distingue da quella statunitense, da inserire in un quadro più prettamente politico.

Tuttavia, di fronte al crescente disimpegno e disinteresse geopolitico statunitense, che rischia di gettare l’Oman e altre aree del Medio Oriente nel caos, la Cina potrebbe trovarsi costretta ad immischiarsi in affari squisitamente politici. L’alternativa potrebbe essere una brusca frenata dell’economia omanita e la perdita della “Nuova via della seta”, un’iniziativa strategica adottata dalla Repubblica Popolare Cinese per migliorare i propri collegamenti con l’Europa e il resto dell’Asia, che vede nello stretto di Hormuz uno snodo cruciale: un prezzo forse troppo caro da pagare.

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