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L’Italia e il dilemma dell’imposta di successione

Tempo di lettura stimato: 6 min.

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Quando si parla di tasse gli animi tendono a scaldarsi, soprattutto se se ne discute con l’obiettivo di aumentarle. Quella che al momento si trova al centro di ferventi discussioni è l’imposta di successione, che in Italia vanta una delle aliquote più basse a livello globale: se da un lato c’è chi invoca una maggiorazione delle aliquote per incrementare la distribuzione della ricchezza, dall’altro vengono ricordate le innumerevoli altre imposte già applicate sui redditi italiani. Ma l’equità nazionale beneficerebbe davvero di un aumento di queste aliquote?

Un po’ di storia dell’imposta di successione in Italia

Nel 2000, prima dell’eliminazione da parte del governo Berlusconi, il pagamento dell’imposta sulle successioni e sulle donazioni si applicava su ogni trasferimento superiore a 350 milioni di lire per erede (la cosiddetta franchigia). 

Quando nel 2006 il governo Prodi l’ha reintrodotta, la nuova legge ha fissato differenti aliquote a seconda della parentela tra erede e donatore: l’aliquota più bassa viene infatti pagata dal coniuge e dai parenti in linea retta, pari al 4%, con una franchigia di 1 milione di euro a erede. Spostandosi lungo l’albero genealogico l’aliquota diventa del 6% per i fratelli e le sorelle, con franchigia pari a 100.000€. Infine, gli eredi più lontani pagano un’aliquota del 6% o dell’8% a seconda che un legame di parentela sussista o meno. 

Il confronto con gli altri Paesi Ocse

Un tema sollevato da molti è quello relativo alla grande disparità tra l’imposta sulle successioni presente nel nostro Paese e quella applicata negli altri Paesi Ocse.

Un report proprio dell’Ocse, sottolinea come in realtà questo tipo di imposta contribuisca scarsamente alle entrate di quasi tutti gli Stati: nel 2018 le ricchezze guadagnate grazie all’imposta, in tutti i ventiquattro Paesi Ocse che la applicano, ammontavano solo allo 0,5% delle entrate totali. I restanti dodici Paesi hanno invece soppresso l’imposta.

Per fare un confronto tra l’Italia e gli altri Paesi possiamo guardare a due degli elementi che caratterizzano l’imposta: da un lato le franchigie e le esenzioni sui trasferimenti, dall’altro le aliquote d’imposta. 

Molti Paesi includono una franchigia maggiore per i parenti più stretti del defunto rispetto agli altri potenziali eredi; in molti Stati viene anzi praticata una esenzione totale dal pagamento, come mostrano i grafici seguenti.

L’Italia è caratterizzata da una franchigia particolarmente elevata per coniugi e figli, pari a un milione di euro, superata solo dagli Stati Uniti. A differenza di altri Paesi però non presenta categorie esentate dall’imposta.

Andando a guardare invece i valori delle aliquote vere e proprie, l’Italia risulta molto generosa: l’aliquota varia infatti solo tra il 4% e l’8% a seconda della categoria come visto sopra, mentre il grafico seguente mostra le aliquote degli altri Paesi.

Se quindi l’assenza di esenzioni dall’imposta non è una caratteristica esclusiva del sistema italiano, le aliquote basse sono invece tipiche del nostro Paese e si discostano di molto rispetto a quelle degli altri Stati. Ma questo ha un impatto sulla distribuzione della ricchezza?

L’imposta di successione e gli effetti sulla disuguaglianza

Sempre secondo il report dell’Ocse, in 27 Paesi su 36 il 10% più ricco della popolazione possiede metà delle ricchezze familiari nazionali, mentre l’1% possiede in media il 18% delle stesse.

Se guardiamo all’Italia in particolare, da uno studio condotto da Oxfam, “Time to Care”, risulta che le tre persone più ricche del Paese possiedano più soldi rispetto al 10% più povero della popolazione. L’indice di Gini, che misura la concentrazione della ricchezza, e che negli ultimi anni è in aumento, in Italia era uguale a 0,359 nel 2017, un dato relativamente nella media rispetto agli altri Paesi Ocse considerati prima, come evidenziato dal seguente grafico.

Quello che si nota è quindi che nonostante la generosità dell’imposta di successione la ricchezza italiana non risulta eccessivamente concentrata nelle mani di pochi. Incrociando i dati sulla  grandezza delle aliquote e sull’indice di Gini risulta in qualche caso una associazione: ad esempio il Belgio, che presenta l’aliquota maggiore, presenta un indice di Gini molto basso, secondo solo a quello sloveno; l’Italia invece ha un indice di Gini tra i maggiori presentando l’aliquota più bassa tra tutti i Paesi considerati. Tuttavia per gli altri Paesi non è evidenziata una vera e propria correlazione, ed è quindi difficile concludere che una imposta di successione generosa porti ad una maggiore concentrazione della ricchezza.

Diversi economisti hanno cercato di studiare l’impatto delle imposte di successione sull’equità e sulle disuguaglianze. I loro studi sottolineano innanzitutto come i trasferimenti di ricchezza da una generazione all’altra diano un vantaggio competitivo agli eredi contro il quale il resto della popolazione non può competere, partendo immediatamente in svantaggio da un punto di vista delle opportunità. Secondo il concetto di meritocrazia, è corretto andare a tassare i trasferimenti in modo da spianare le disuguaglianze patrimoniali della popolazione, consentendo una maggiore mobilità sociale. Come evidenziano ancora i tre economisti Piketty, Saez e Zucman, per consentire di raggiungere un buon livello di equità è preferibile che lo Stato imponga una tassazione elevata sui trasferimenti intergenerazionali e che vada invece a ridurre le imposte sul reddito personale, in quanto quest’ultimo è ottenuto prevalentemente con i propri sforzi.

Sempre Piketty e Saez calcolano l’aliquota ottimale in base a una serie di parametri ottenendo un valore che spazia dal 50% al 60%, quindi decisamente superiore alle aliquote italiane ma anche relativamente maggiori rispetto alla maggior parte delle aliquote applicate dagli altri Paesi Ocse.

Gli effetti indiretti dell’imposta 

L’imposta di successione porta con sé però vari problemi. L’introduzione o l’aumento di aliquote sui trasferimenti infatti possono causare mutamenti nei comportamenti delle persone, tanto in quelli dei futuri donatori quanto in quelli dei futuri eredi.

Guardando agli effetti sui futuri donatori, essi possono essere portati a risparmiare di più, a trasferire le loro ricchezze in Paesi dove la tassazione sulle successioni sia nulla o più bassa, oppure a investire i loro soldi in cose che poi non risultano tassabili (come l’istruzione dei figli). Il problema infatti sussiste perché questa imposta è molto prevedibile: i donatori e i futuri eredi hanno di solito abbastanza tempo per pianificare una strategia per riuscire a pagare il meno possibile. Ecco che quindi i grandi patrimoni vengono utilizzati per acquistare ogni genere di asset esentato dall’imposta e per realizzare donazioni tra vivi che sfuggono alla tassazione successiva. 

L’Italia dovrebbe aumentare le aliquote?

Rispetto ai Paesi dell’Ocse, oggi l’Italia ha ancora ampi margini di aumento delle aliquote; la società potrebbe beneficiarne in termini di una marginale diminuzione della concentrazione della ricchezza, che al momento è leggermente al di sopra della media degli altri Paesi.

Un simile aumento dovrebbe però essere accompagnato da una riduzione nella tassazione sui redditi, dal momento che l’Italia si trova già a un livello di tassazione complessivo molto elevato: nel 2018 la pressione fiscale risultava infatti pari al 42,051% del PIL, il che portava il Paese a ottenere il settimo posto in classifica tra i più tassati dei Paesi industrializzati.

Ad oggi una legge in favore di un aumento dell’imposta probabilmente incontrerebbe molta resistenza da parte dei cittadini; tuttavia se in futuro la politica deciderà di prendere questa direzione e si mostrerà disponibile a diminuire l’attuale pressione fiscale, non è da escludere che l’opinione pubblica si mostri più favorevole a questo cambiamento.

 

*Imposta (crediti foto: stevepb / Pixabay)
Sofia Sacco
Nata a Milano, classe 1999, studio economia aziendale in Bocconi. Tra le mie passioni ci sono i cavalli, i libri gialli e il disegno. Seguo con interesse le vicende economiche globali e in Orizzonti Politici scrivo di economia e di policy.

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