Europa

La favola senza lieto fine del blocco navale per fermare i migranti

Il refrain è tipico della destra sovranista, ma dagli sbarchi di metà anni Novanta l’idea del blocco navale per fermare i migranti ha attraversato tutto l’arco parlamentare. Tanto che – seppur nominato diversamente – l’unico, drammatico precedente in cui il blocco navale ha trovato attuazione è targato Romano Prodi, governo di centrosinistra, anno domini 1997. Sul tema negli ultimi mesi è tornata Giorgia Meloni, leader di Fdi, che della necessità di attuare un blocco alla frontiera ha fatto un mantra che sembra pronta a ripetere all’infinito. E per crederci basta scorrere a ritroso le cronache degli ultimi anni, quando – specie a fronte di stragi o in concomitanza con appuntamenti elettorali – il blocco navale è stato invocato da Fdi, Lega, ma anche dal Pd come unica soluzione per fermare l’esodo sulle coste italiane.

Sul piano giuridico, attorno al mito del blocco navale per fermare i migranti si sono creati orientamenti contrapposti, con parte della dottrina che ha richiamato le legittime limitazioni al transito e alla sosta di navi mercantili disciplinate dal codice della navigazione e dalla convenzione di Montego Bay. Ma, orientamenti minoritari a parte, a sgombrare il campo dai dubbi sulla fattibilità di una sua attuazione c’è il glossario di diritto del mare: il blocco navale – precisa – è una “classica misura di guerra” volta ad impedire l’entrata o l’uscita di qualsiasi nave dai porti di un belligerante, non più attuabile dopo l’entrata in vigore della Carta delle Nazioni Unite del 1945 al di fuori dei casi di legittima difesa, perché compresa tra gli atti di aggressione. 

Misura bellica, dunque, ai limiti dell’attacco frontale. Come l’operazione compiuta dalla Marina militare italiana nel 1997 nel Canale d’Otranto. Al Governo c’è Romano Prodi. Sull’altra sponda la guerra civile in Albania. C’è chi come l’ex presidente della Camera leghista Irene Pivetti si convince – salvo poi ritirare la provocazione – che il contenimento dell’esodo di poche centinaia di migranti albanesi possa attuarsi solo “ributtandoli in mare”. E chi, come la corvetta Sibilla della Marina che i migranti in mare effettivamente ce li butta. 

Storia di un affondamento: la Katër i Radës e il mito del blocco navale sui migranti

La storia del primo blocco navale italiano è una storia familiare, quella dello scontro tra le politiche securitarie, di chiusura dei Paesi d’approdo, e la fuga dei migranti. Un fronte caldo alla metà degli anni ’90 è l’Albania, alle prese dopo la caduta del regime stalinista di Enver Hoxha con una transizione difficile e una povertà dilagante.

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Il sistema di riforme finanziarie cola a picco nel ’97, ripartono gli sbarchi dopo l’approdo dei 30mila della Vlora nel porto di Bari. I lasciti dell’esodo biblico – come fu definito lo sbarco del ‘91 – si scorgono soprattutto nella retorica dell’invasione, che trascina con sé l’idea del blocco navale: a marzo del ’97 – tra le critiche dell’Onu e le sollecitazioni del leghista Mario Borghezio, che accusa gli albanesi di portare in Italia l’Hiv – il governo Prodi adotta un decreto legge che disciplina i respingimenti. Qualche giorno più tardi il bilaterale con l’Albania che autorizza l’ingresso nelle acque albanesi di unità navali e aeromobili della Marina militare e del corpo delle capitanerie di porto italiane per prevenire e contenere il flusso di migranti. Tra le regole d’ingaggio – come ricorda Alessandro Leogrande ne “Il Naufragio” – l’ordine che “se natante dirige con propri mezzi verso le coste italiane procedere ad intimazione su sequestro et arresto equipaggio. Ove natante prosegua in rotta mettere in atto azioni cinematiche et di interposizione volte ad interrompere la navigazione verso coste italiane et successivamente scortare rimorchio in acque albanesi’’. 

Come si ferma, dunque, un natante che non intende fermarsi? Come si attua un blocco navale? Con “manovre cinematiche et di interposizione”, dicono le regole d’ingaggio. Per la cui spiegazione basta attendere pochi giorni: a 48 ore dalla promulgazione dell’accordo, una motovedetta albanese – la Katër i Radës – parte da Valona con 120 persone a bordo. Molto più della normale capienza. È il 28 marzo. Quel giorno cinque navi della Marina italiana svolgono le operazioni di pattugliamento. Una di queste – la Sibilla, una corvetta che opera in seconda linea – avvista la motovedetta albanese, la raggiunge e inizia a ruotarle attorno in cerchi concentrici, sempre più piccoli, sino a colpire la Katër i Radës, di stazza notevolmente inferiore. Una, due volte. La nave si rovescia, i corpi cadono in mare, le onde si richiudono sulla motovedetta. Al termine dell’operazione di speronamento si contano i morti: 81, tra loro molti bambini. 27 i dispersi. Anni più tardi i comandanti delle due navi sono condannati dalla Cassazione in via definitiva: due anni di carcere per il comandante della Sibilla, 3 anni e 6 mesi per il timoniere della motovedetta albanese.

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Di rimpatri, chiusure, respingimenti

Quella della Katër i Radës non è solo la storia del primo blocco navale italiano. È la storia, spinta al parossismo, dell’inizio della fase dei respingimenti, che dopo quel marzo del 1997 ha conosciuto nuove fasi in concomitanza con nuove crisi e nuove fughe da Paesi piombati nel disordine. 

È il caso degli accordi stretti dal governo Berlusconi con la Libia di Gheddafi nel 2009. Il Protocollo addizionale sottoscritto a Tripoli il 4 febbraio 2009 è la naturale prosecuzione del Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione stipulato con la Libia nel 2008, per implementare la cooperazione tra i due stati. Obiettivo, come da clausola dell’articolo 19, è prevenire l’immigrazione clandestina, con l’impiego di pattuglie marittime ed equipaggi comuni formati dal personale italiano e personale libico. È l’inizio dei respingimenti verso la Libia – Paese che non riconosce il diritto all’asilo e che rinchiude i migranti in centri di detenzione dalle condizioni disumane – che costeranno all’Italia la storica condanna inferta dalla Grande Chambre di Strasburgo il 23 febbraio del 2012. 

Il caso è Hirsi Jamaa e altri contro Italia, e riguarda un respingimento di 200 migranti giunti a bordo di tre imbarcazioni a poche miglia da Lampedusa. I barconi sono respinti in Libia dalle navi militari italiane, che assumono – dice la corte di Strasburgo – un comportamento in grave violazione della Convenzione europea dei diritti umani che vieta la tortura e i trattamenti inumani e degradanti, nonché le espulsioni collettive. La Libia, difatti, non è un luogo sicuro e non rispetta gli standard di dignità umana fissati a livello comunitario. Sulle modalità di respingimento a fronte del bilaterale il giornalista Stefano Liberti ha poi raccolto delle testimonianze. In una di queste parla un uomo rinchiuso dopo il respingimento nel carcere di Misurata. “Ci hanno detto che stavamo andando in Italia. Ma in realtà hanno preso la direzione sud. Dopo alcune ore, abbiamo capito che stavamo andando in Libia e abbiamo cominciato a protestare. Loro hanno reagito molto male. Ci hanno picchiati. Hanno usato manganelli e pistole elettriche. Noi li abbiamo supplicati. Ma non hanno mostrato la minima pietà. Hanno ferito quattro di noi. Poi ci hanno riconsegnato ai libici”. 

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Testimonianze che negli anni si sono moltiplicate, specie dopo il Memorandum d’intesa tra Italia e Libia siglato nel 2017, che completa l’opera di esternalizzazione della frontiera avviata con gli accordi con Turchia e Sudan. Oggi i controlli sono appaltati all’esterno, il risultato è lo stesso: impedire le partenze, rimpatriare, respingere, con tutto il rotolio in termini di violazioni di diritti e messa in pericolo di vite umane che ne consegue. 

Mare nostrum come exemplum di buona pratica

Di segno opposto è stata invece l’operazione Mare Nostrum, avviata dopo l’ecatombe dell’Isola dei conigli del 3 ottobre 2013. Obiettivo primario era salvare vite umane con operazioni di pattugliamento oltre le acque territoriali compiute anche dalla Marina militare, impiegata in attività diametralmente opposte a quelle che hanno caratterizzato la storia precedente. Durante l’operazione – durata solo un anno e poi rimossa perché considerata costosa – sono stati soccorsi 189.741 migranti. Anni dopo avremmo visto nuovi naufragi, la creazione della fortezza Europa, la costituzione di nuove rotte migratorie. Avremmo risentito parlare di blocchi navali, visto srotolare altro filo spinato. Non avremmo più visto, invece, un’operazione finalizzata al salvataggio delle persone, sostituita dalle battaglie alle Ong e dall’aspirazione di impedire le migrazioni apponendo del nastro adesivo alle frontiere.

*immagine in evidenza: Photo by geralt on Pixabay

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