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La crisi dell’integrazione economica europea

Tempo di lettura stimato: 6 min.

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L’integrazione economica europea è un processo che ha avuto inizio negli anni 50 del novecento, ma è ben lontano da una conclusione. Anzi, nell’ultimo decennio, ha affrontato problematiche profonde, principalmente dovute alla crisi economica e finanziaria del 2008. La divergenza economica conseguentemente createsi ha condotto alla divisione dell’Europa in macro aree.

L’attuale situazione europea

La prima macro area è costituita dai Paesi dell’Europa Centrale e Settentrionale. Essi si connotano per livelli contenuti di debito pubblico e per un’attività economica più solida. Di conseguenza queste nazioni hanno avvertito in maniera inferiore gli effetti della crisi del 2008, anche grazie alla riforma del Patto di Stabilità, che ha permesso a questi Paesi di applicare politiche in deficit e facilitare la ripresa economica.

All’interno della seconda macro area vi sono i cosiddetti Paesi PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna). Questi ultimi si caratterizzano per un’economia fortemente instabile e per un alto rapporto tra debito e PIL, dovuto all’indebitamento accumulato negli anni e agli elevati tassi di rendimento sui Titoli di Stato emessi per rifinanziare il debito.

La terza ed ultima macro area è costituita dai Paesi dell’Europa Orientale. Essi nonostante siano passati quasi dieci anni dal loro ingresso nell’Unione, tardano, talvolta volontariamente, ad adattarsi alle normative europee in ambito economico e fiscale.

Questo mancato adattamento è permesso perché parallelamente alla crisi dell’integrazione economica europea, vi è una crisi totale dell’eurosistema. Quest’ultimo è infatti vincolato dalla regola dell’unanimità che non permette alla maggioranza degli stati membri di intervenire contro i comportamenti opportunistici messi in atto da pochi stati attraverso sanzioni adeguate.

Queste differenze economiche sfociano in tensioni tra gli stati membri per cui alcuni di essi stanno paventando una possibile uscita dall’Unione. Ad alimentare le tensioni all’interno dell’eurosistema è stata la gestione della crisi economica, poiché al fine di ottenere i fondi da parte del Meccanismo Europeo di Stabilità sono state imposte delle forti politiche di austerità ai paesi in difficoltà economica. Questi ultimi hanno anche perso la fiducia dei mercati finanziari ed un caso eclatante è quello della Grecia, che ha dovuto garantire nel primo quadrimestre del 2012 un tasso di rendimento pari al 25% per poter rifinanziare il proprio debito in scadenza.

Vi è tuttavia un ostacolo difficile da superare per raggiungere una completa integrazione economica. Esso consiste nella delegazione da parte degli stati sovrani di un’ulteriore parte della politica economica all’Unione. Questo infatti implicherebbe una limitazione della sovranità nazionale. Tuttavia esso è un passo fondamentale per l’adozione di alcune riforme che potrebbero risolvere la disparità economica europea.

Una politica fiscale comune

Grafico del sole24ore sulle aliquote degli stati membri dell’Unione.

Come ha affermato l’ex presidente della BCE Mario Draghi, la mancanza di una politica fiscale federale è ciò che realmente differenzia l’Europa dagli Stati Uniti.

Attualmente l’Europa in materia fiscale si esprime tuttavia solo attraverso delle direttive non vincolanti, che non riescono a smantellare il fenomeno della tax competition. Il grafico del Sole24ore evidenzia che vi è una grande differenza tra le aliquote all’interno dell’eurozona. Vi sono alcuni stati, appartenenti alla macro area dell’Europa Orientale che applicano aliquote irrisorie se confrontate agli altri Paesi dell’Unione. Questo fenomeno, unitamente alle più agevoli condizioni lavorative e salariali, provoca un decentramento delle attività produttive in questi paesi, poiché queste tassazioni si applicano indiscriminatamente a residenti e non. Questo fenomeno provoca enormi danni all’economia europea ed in particolari a paesi come l’Italia. Quest’ultima impone aliquote molto elevate e di conseguenza disincentiva investimenti esteri sul proprio territorio.

Vi è quindi un progetto di armonizzazione fiscale che al contempo si propone di non prevaricare totalmente la sovranità nazionale in materia tributaria e di superare il fenomeno della tax competition.

Questo progetto consisterebbe in una base imponibile consolidata comune delle imprese che operano in territorio europeo. Inoltre sarebbe affiancato da un insieme di misure di incentivo per gli investimenti pubblici e di disincentivo per le attività speculative. Questo progetto si inquadra perfettamente nel progetto europeo di lotta contro l’evasione fiscale, di cui l’Italia ha molto giovato a seguito di accordi col Principato di Monaco, Lichtenstein e la Svizzera.

Questo modello comporterebbe una ridistribuzione della tassazione delle imprese delocalizzate all’estero tra il paese in cui un’impresa opera e il paese da cui essa ha origine. Di conseguenza i paesi che impongono una tassazione irrisoria si ritroverebbero a corto di fondi statali e sarebbero costretti ad elevare le aliquote. Riducendo il divario tra le aliquote il fenomeno della tax competition non sarebbe più conveniente per alcun paese dell’eurozona.

L’Italia gioverebbe sicuramente di questa redistribuzione della tassazione. Infatti, secondo dati CGIA, sono circa 35000 le imprese italiane delocalizzate in territorio europeo. Il rientro dei loro capitali porterebbe quindi un’importante iniezione di liquidità nelle casse dello stato italiano.

Cosa sono gli Eurobond

Tassi di rendimento dei Titoli di Stato decennali di alcuni paesi dell’UE.

Inoltre una politica fiscale comune è necessaria per l’implementazione degli Eurobond, uno strumento obbligazionario, il cui rimborso avverrebbe attraverso un bilancio comune. Di conseguenza vi sarebbe bisogno di un maggior controllo sui bilanci dei paesi in deficit per evitare comportamenti opportunistici.

L’implementazione degli Eurobond comporterebbe la risoluzione di una delle problematiche più ingenti per i paesi in deficit. Essa consiste nel premio al rischio che essi sono costretti a garantire per poter rifinanziare il proprio debito in scadenza, provocando un divario economico fra i paesi dell’eurozona.

Questo divario economico è quantificato tramite lo spread, cioè il distacco in termini di rendimento tra il bund tedesco (considerato il più sicuro d’Europa) e i titoli di stato nazionali con scadenza decennale. È quindi impossibile ragionare in termini di congiuntura economica quando lo spread tra Germania e Italia è superiore ai 170 punti base. Quindi non solo è un divario enorme, ma è molto variabile, anche solo a seguito della dichiarazione di un politico.

Invece, ragionando in termini di integrazione economica, i Paesi in deficit dovrebbero poter rifinanziare il proprio debito alle stesse condizioni dei Paesi in surplus. Questo sarebbe però possibile esclusivamente attraverso l’implementazione degli Eurobond, poiché il loro tasso di rendimento sarebbe solo leggermente maggiore di quello del bund tedesco.

Le possibili applicazioni del bond comunitario

Nel corso degli anni si sono considerate tre possibili applicazioni dei bond comunitari. Un’opzione piena con la sostituzione di tutti i titoli sovrani; un’opzione parziale con garanzie congiunte; infine un’opzione parziale con garanzie non congiunte.

La proposta più credibile è stata avanzata dall’ex Presidente della Commissione Eruopea Jean-Claude Juncker e da Giulio Tremonti, ministro dell’Economia e delle Finanze durante l’ultimo governo Berlusconi, attraverso l’implementazione degli EuroBond, finalizzati sia alla ristrutturazione dei debiti pubblici dei paesi europei sia al finanziamento di grandi opere pubbliche, che andrebbero a sostituire interamente i titoli sovrani. Questa è infatti l’unica possibile applicazione di questo strumento. Se si sostituissero parzialmente i titoli di stato sovrani, come ipotizzato con l’adozione degli Eurobill, che consisterebbero in titoli di debito europeo a breve scadenza, i Paesi in difficoltà non riuscirebbero a collocare la parte garantita soltanto a livello nazionale, rischiando il default.

L’implementazione degli Eurobond ha tuttavia ricevuto molte critiche soprattutto da parte della Germania. Quest’ultima ritiene infatti questo strumento finanziario solo come un onere aggiuntivo in termini di costo del debito. Tuttavia una migliore condizione economica dei paesi in deficit comporterebbe una rivalutazione economica dell’intera Eurozona, consentendo all’Europa di riacquisire un posto centrale nell’economia mondiale.

Nel caso italiano, l’adozione degli Eurobond, permetterebbe di abbattere gli interessi sul debito pubblico, che ad oggi costituiscono circa il 9% del passivo statale. I fondi così risparmiati potrebbero poi in parte essere riallocati per il rimborso del debito ed in parte essere allocati in direzioni di politiche espansive, che permetterebbero una ripartenza dell’economia italiana, ormai ultima per crescita secondo le stime della Commissione Europea.

Queste proposte sono tuttavia criticate da alcuni paesi membri: sia dalla Germania, che minaccia di rendere gli Eurobond incostituzionali, sia dai paesi dell’Europa Orientale che non vogliono abbandonare quel privilegio ottenuto attraverso lo sfruttamento della tax competition. Tuttavia, questi strumenti incanalerebbero l’Europa verso quello che era il reale progetto dei fondatori dell’Unione: un’integrazione economica e politica; gli Stati Uniti d’Europa.

Alessandro Carrata
Nato a Monopoli all’inizio del millennio. Di giorno studio Economia e Finanza all’Università Bocconi, di sera alterno sport e politica. In OriPo ho trovato uno spazio di confronto e un gruppo di persone che non mi prende per folle se comincio a parlare di politica in un bar.

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