Recentemente in Russia si è assistito alla recrudescenza del fenomeno del terrorismo di matrice fondamentalista islamica, su una scala che non si vedeva nel Paese dalla metà della scorsa decade. L’attentato al Crocus City Hall di Mosca a marzo (145 morti e 551 feriti), uno dei più gravi tra quelli avvenuti sul suolo russo, e la recente serie di attacchi che hanno coinvolto il Daghestan (27 morti compresi i 5 attentatori e 45 feriti) a fine giugno sembrano segnare il ritorno di questo fenomeno dopo anni di relativa calma.
La Russia post-sovietica non è nuova al fenomeno del terrorismo, specialmente quello riconducibile all’estremismo e al fondamentalismo islamico. La presa di ostaggi al teatro Dubrovka nel 2002, l’attacco alla metropolitana di Mosca e i fatti di Beslan del 2004 testimoniano la lunga striscia di sangue con cui la Russia si è dovuta confrontare. Questi fatti sono da inquadrare entro la cornice storica della seconda guerra cecena, un conflitto che ha interessato tra il 1999 e il 2009 la Federazione russa e i separatisti ceceni, acquisendo ai suoi margini anche i contorni di una guerra di religione.
Quali sono le motivazioni del terrorismo in Russia?
Gli attentati a cui si è assistito di recente presentano la medesima matrice ideologica, ma la loro origine è diversa in seguito alla relativa riappacificazione della Cecenia, nonostante alcuni recenti problemi. Il terrorismo in Russia non è da interpretare come uno scontro tra religioni o tra civiltà, essendo l’islam ufficialmente riconosciuto come religione tradizionale e parte integrante del patrimonio storico russo, ma bensì come la contrapposizione entro la medesima fede di correnti diverse. Va infatti tracciata una linea di separazione per dividere i circa 20 milioni di fedeli musulmani in Russia, i quali hanno profonde radici secolari nel tessuto sociale russo, visti come una comunità religiosa tradizionale dagli islamisti e dalle reti di fondamentalisti provenienti e finanziate dall’estero, aderenti a scuole quali quelle wahhabita e salafita. Ciò che la Russia percepisce come un pericolo, quindi, è l’infiltrazione della sua comunità islamica autoctona da parte di queste forme estreme e politicamente radicalizzate.
Gli estremisti islamici stranieri e autoctoni hanno una lunga serie di motivi per percepire la Russia come un avversario. Innanzitutto il principale problema per la Russia risiede nel fatto che il Caucaso del Nord sia un bacino dell’estremismo islamico entro i confini della Federazione. In Cecenia, Daghestan, Ingushetia e Kabardino-Balkariya etnonazionalisti e islamisti radicali considerano la Russia una forza occupante che vogliono sostituire con un regime islamista simile a quello portato avanti dai talebani nel vicino Afghanistan. Per questo motivo ad essere colpiti in questa regione non sono solo russi di religione non musulmana, ma anche figure religiose moderate che non aderiscono all’islam radicale. Un altro motivo è da rintracciare nel supporto russo al regime di Bashar al-Assad contro lo Stato Islamico, il quale ha catalizzato la posizione della Russia come obiettivo dell’estremismo islamico sunnita. Tramite il suo supporto la Russia è diventata agli occhi degli estremisti una potenza imperiale che sostiene un regime nemico, assumendo nella regione la stessa posizione degli Stati Uniti come avversario da colpire e sconfiggere.
Per ciò che riguarda la Siria è da sottolineare come, secondo un’investigazione della Reuters del 2016, questa sia stata per certi versi usata come valvola di sfogo da parte della Russia, la quale ha tacitamente lasciato che diversi estremisti uscissero dal Paese e si unissero allo Stato Islamico. In questo modo la Russia poteva sgonfiare la minaccia del terrorismo autoctono, lasciando partire gli elementi più estremi che quindi si sarebbero messi a combattere in Medio Oriente e non sul suolo russo. Il lassismo nei confronti degli estremisti sarebbe stato motivato in particolare dal voler evitare incidenti durante il periodo delle olimpiadi invernali tenutesi a Sochi, sul Mar Nero, nel 2014.
La vicinanza della Russia all’Iran sciita è un altro elemento da considerare come causa della profonda inimicizia portata avanti dalle frange più estreme dell’islam sunnita. Anche le relazioni quantomeno tiepide, se non addirittura positive, con i Talebani in Afghanistan hanno rinforzato la posizione della Russia come bersaglio dell’estremismo, in particolare tenendo conto del rapporto conflittuale tra i Talebani e l’ISIS-K, una ramificazione dello Stato Islamico attiva nel Paese. Questa conflittualità è andata aumentando dopo il ritiro degli Stati Uniti dall’Afghanistan, sfociando nell’attentato contro l’ambasciata russa a Kabul nel 2022. In particolare l’ISIS-K è attivo non solo in Afghanistan, ma in tutta l’Asia Centrale, quindi direttamente sulla soglia della Federazione Russa. I suoi membri possono beneficiare della relativa facilità di spostamento dalle repubbliche dell’Asia Centrale verso la Russia, permettendo quindi infiltrazioni di estremisti che vanno a mischiarsi con i milioni di lavoratori centroasiatici nel Paese. Si nota quindi come la Russia sia diventata bersaglio non solo della jihad globale guidata da al-Qaeda all’inizio degli anni 2000, per via dei fatti nel Caucaso del Nord, ma anche delle cellule vicine alle varie ramificazioni del più recente Stato Islamico. In particolare non è da escludere lo scontro con quelle attive nell’Africa subsahariana per via del supporto fornito dalla Russia ai vari regimi presenti nel Sahel, spesso impegnati anche nella lotta ai movimenti jihadisti.
Perchè ultimamente si è assistito ad un ritorno del terrorismo?
La ricomparsa del terrorismo in Russia, con l’intensità a cui si è assistito, non è da imputare tanto ad un ritorno di potenza degli attori che lo portano avanti, i quali hanno sempre cercato di pianificare attacchi in Russia venendo sventati in tempo, quanto alla diminuzione delle capacità degli apparati di sicurezza russi di fronteggiarlo.
La guerra in Ucraina sta impegnando un grande numero di risorse e soprattutto di personale, il quale deve essere necessariamente trasferito da altre mansioni per poter contribuire allo sforzo bellico russo. Gli apparati di sicurezza russi sembrano essere impegnati a reprimere qualsiasi forma di opposizione sul piano domestico e a cercare possibili sabotatori ucraini sia in Russia che nelle regioni dell’Ucraina invase nel febbraio 2022. Questo cambiamento di priorità ha portato ad una diminuzione dell’efficienza per quello che riguarda la prevenzione e la lotta al terrorismo.
Tre giorni prima dell’attacco al Crocus City Hall di Mosca, il presidente russo Vladimir Putin si è rivolto al consiglio del Servizio federale di sicurezza russo (FSB), la principale agenzia di sicurezza interna del Paese. Durante il suo intervento ha ribadito come la massima priorità fosse il supporto all’operazione militare speciale, come viene ufficialmente chiamata in Russia l’invasione dell’Ucraina. Putin ha affermato che “il regime neonazista di Kiev è passato alle tattiche terroristiche” tra cui il tentativo di reclutare personale per portare avanti attacchi contro infrastrutture critiche e luoghi d’aggregazione in Russia. Appare quindi evidente la priorità della questione ucraina per la sicurezza russa, anche per quello che riguarda, secondo la visione del Cremlino, il terrorismo.

L’Ucraina viene utilizzata inoltre per deflettere i deficit degli apparati di sicurezza russi. Dopo l’attacco al Crocus City Hall si è assistito, almeno inizialmente, al tentativo di piegare la narrazione dipingendo l’attentato come un’azione portata avanti dall’Ucraina e da alcuni attori occidentali contro la Russia. In questo modo si sarebbe potuta giustificare l’intensificazione delle offensive militari contro l’Ucraina e un’ulteriore stretta repressiva in Russia. Questa linea è stata abbandonata nelle quarantott’ore successive, quando Mosca si è essenzialmente arresa all’evidenza, anche se non del tutto, affermando che l’attentato era stato portato avanti dall’ISIS-K, lo Stato Islamico di Khorassan. Ciononostante si è voluta tenere aperta la porta propagandistica di un possibile coinvolgimento ucraino come facilitatore dell’attacco. Circa una settimana dopo l’attentato un sondaggio ha evidenziato come circa la metà dei rispondenti credesse nel coinvolgimento di Kiev.
Anche in seguito alla serie di attentati avvenuti a giugno in Daghestan si è cercato di incolpare l’Ucraina e la NATO, dipingendo la Russia come vittima di un complotto guidato dall’Occidente in cui si vuole aprire un secondo fronte di scontro utilizzando il terrorismo islamico come arma. Questa corsa ad incolpare l’Ucraina e l’Occidente per fatti di terrorismo è stata criticata anche in Russia e sicuramente non può essere, nel caso del Daghestan, una soluzione per risolvere i problemi sociali e economici che affliggono la regione andando ad alimentare le fila dell’estremismo.
La volontà di deflettere le proprie responsabilità incolpando attori esteri e soprattutto la conflittualità aperta nei confronti dell’Occidente hanno portato la Russia a chiudersi ulteriormente in se stessa. Ciò ha portato a ignorare o a non agire quando vengono condivise informazioni d’intelligence relative a minacce terroristiche, soprattutto quando queste provengono da agenzie occidentali.
In particolare il 7 marzo gli Stati Uniti avevano pubblicato un’allerta relativa a possibili attacchi nei confronti di luoghi affollati della capitale russa. Ciononostante, anche se non si sa in maniera specifica a cosa facesse riferimento l’allerta, Mosca ha respinto gli avvertimenti, con il presidente Vladimir Putin che ha definito l’allerta americana come “dichiarazioni provocatorie” per destabilizzare la società russa. Ad attentato avvenuto Sergei Naryshkin, capo del servizio d’intelligence estero della Federazione, ha criticato le informazioni ricevute dagli Stati Uniti come “troppo generali” e che la Russia aveva adottato tutte le misure appropriate per prevenire un attacco. Sembra comunque che la Russia abbia agito almeno in parte sulla base delle informazioni condivise dall’intelligence americana, sventando l’8 marzo un attentato ad una sinagoga di Mosca.
Cosa significa questo per la situazione russa?
Le falle emerse nel sistema di sicurezza domestica russo sono state ampiamente sfruttate dai terroristi per i propri fini. La mancanza di volontà o di capacità di Mosca di agire contro gli estremisti di stampo islamico rischia di far incrinare il patto sociale alla base della società russa, la quale è disposta a tollerare limitazioni della libertà se in cambio riceve stabilità, non solo economica, e sicurezza. Parte della legittimità del regime russo si basa infatti sulla promessa di sicurezza contro minacce esterne ed interne. Con il proseguire della guerra in Ucraina si è già assistito al degrado della sicurezza dalle minacce esterne con una serie di attacchi ucraini su obiettivi localizzati sul suolo russo e in Crimea, considerata dalla Russia illegalmente come parte della Federazione al pari delle regioni ucraine occupate da febbraio 2022.
Il ritorno del terrorismo porterebbe quindi all’aggiunta di un fronte interno capace di minare ulteriormente la percezione di sicurezza dei cittadini russi e stavolta non solo di quelli che abitano nelle zone al confine con l’Ucraina, ma anche di quelli delle grandi metropoli quali Mosca e San Pietroburgo. I cittadini dei centri urbani più importanti sono fondamentali affinché Putin possa mantenere il proprio potere sulla Russia, infatti cerca di riparali per quanto possibile dagli effetti della guerra, ma sono anche gli obiettivi primari per un possibile attentato terroristico.
La Russia si trova quindi in un doppio dilemma di sicurezza, con apparati securitari esterni e domestici che non sono in grado di neutralizzare le minacce in maniera efficace in quanto impegnati nella guerra che da due anni la Russia muove contro l’Ucraina. Con il proseguire della situazione attuale è possibile attendersi un ulteriore degrado della sicurezza interna russa, rendendo la Federazione sempre più esposta ad attentati terroristici.
*Due pompieri del ministero delle emergenze fuori dal Crocus City Hall di Krasnogorsk, vicino Mosca, dopo l’attentato del 22 marzo 2024 [crediti Servizio stampa del Governatore della regione di Mosca, via Wikimedia Commons, CC BY 4.0]




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