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Il Cile e il referendum su una Costituzione (troppo?) progressista

Cile Referendum

Dopo tre anni dalle proteste del 2019, con un referendum popolare il Cile ha bocciato la proposta di una nuova Costituzione suscitando clamore a livello internazionale. 

Nell’ottobre del 2019 in Cile erano esplose le manifestazioni che hanno portato allo storico referendum del 25 ottobre 2020 per scrivere una nuova Costituzione. Circa l’80% della popolazione aveva votato “Sì”, e a maggio 2021 era stata creata l’Assemblea Costituente, la prima al mondo con parità di genere. La popolazione scesa in piazza chiedeva riforme a livello fiscale, sanitario, del sistema educativo, diritti civili e sociali per le popolazioni indigene, e parità di genere nelle istituzioni. Dopo le elezioni a dicembre 2021 del nuovo Presidente di sinistra, Gabriel Boric, e il lavoro dell’Assemblea Costituente, il 4 settembre di quest’anno molti si aspettavano la vittoria dell’ “apruebo” (“approvo” in spagnolo) ma, con un’affluenza dell’85% della popolazione con diritto di voto, ha vinto il “rechazo” (“bocciatura” o “rifiuto”) con il 62,20% dei voti totali.

La Costituzione del Cile 

La necessità di una nuova Costituzione nasce dal fatto che quella attuale sia stata scritta nel 1980 dal dittatore Augusto Pinochet. Nonostante la transizione alla democrazia nel 1990, infatti, la Costituzione non è stata mai riscritta ma solo modificata. Le riforme costituzionali principali avvennero nel 1989 e riguardavano la transizione del sistema politico ad un sistema democratico. Nei 33 anni di democrazia sono state approvate molte altre riforme; tuttavia, come sostenuto da Carmen Hertz, avvocata di diritti umani e firmataria del manifesto per l’Assemblea costituente, “non dobbiamo mai dimenticare che ha un’origine illegittima e spuria. La Costituzione del 1980 è stata chiamata da qualcuno, la costituzione del gattopardismo, perché è una Costituzione che si cambia, si cambia e tutto rimane lo stesso”

Cile Referendum
La costituzione cilena del 1980 [crediti foto:Patricio Mecklenburg Díaz , via Wikimedia, CC BY-SA 3.0]
Gli anni della dittatura militare, dal 1973 al 1990, sono ricordati come i più “oscuri” della storia del Paese. Il governo di Pinochet è noto per un sistema politico dittatoriale, per lo scioglimento del Congresso nazionale, la messa al bando dei partiti politici, la restrizione dei diritti civili e politici e la violazione dei diritti umani. Riscrivere la Costituzione per i cileni significa ridare a questo strumento legittimità politica e democratica. Pinochet ha utilizzato la Costituzione per implementare il piano economico e politico dei cosiddetti “Chicago Boys, che hanno elaborato una serie di politiche neoliberiste responsabili sia di una forte crescita economica, che di un alto tasso di disuguaglianza. Con il processo costituente si mira quindi a rimuovere gli ostacoli che oggi impediscono di modificare alcune politiche pubbliche attraverso il Congresso. Secondo l’attuale Costituzione, infatti, anche se una legge è approvata da una super maggioranza parlamentare, può essere impugnata davanti alla Corte Costituzionale (TC).

La nuova Costituzione bocciata al referendum

La Costituzione presentata dall’Assemblea Costituente per il referendum di questo 4 settembre è stata definita la più progressista al mondo e troppo radicale. L’organo che ha redatto questa proposta di per sé è molto progressista. L’Assemblea Costituente è infatti composta in modo paritario da 78 uomini e 77 donne, e conta anche la rappresentanza dei popoli originari attraverso 17 seggi riservati: 7 per il popolo mapuche, 2 per il popolo aimara e uno per ciascuno degli altri popoli (kawésqar, rapanui, yagan, quechua, atacameño, diaguita, colla e chango). Inoltre, dei 155 membri, 8 sono apertamente membri della comunità LGBT+.

Dopo 9 mesi di lavoro, una proroga di 3 mesi, oltre 500 sessioni di commissioni e 110 sessioni della sessione plenaria, l’organo costituente ha presentato un documento di 11 capitoli e 388 articoli. I punti più radicali, secondo gli analisti, sono sei. Il primo riguarda la proposta di una democrazia paritaria. Nell’art.4 dell’attuale costituzione il Cile viene definito come una repubblica democratica mentre nel corrispettivo articolo della proposta il Paese viene definito come una Repubblica democratica inclusiva e paritaria, e questo implica che almeno 50% degli organi statali debba essere composto da donne. Altra iniziativa storica e “radicale” riguarda i popoli indigeni, che rappresentano il 12,8% dei 17 milioni di cileni. Se mentre nell’attuale Costituzione questi non sono neanche nominati, nella proposta bocciata pochi giorni fa il Cile viene considerato uno Stato “plurinazionale, interculturale, regionale ed ecologico”, che riconosce 11 popolazioni e nazioni e i loro organi giuridici, oltre a conferire loro più autonomia e potere decisionale. 

Uno dei temi più divisivi degli ultimi anni, anche in altre cosiddette “democrazie consolidate”, è il tema dell’aborto. Se nell’attuale Costituzione viene protetta la vita che sta per nascere, la proposta riconosce l’esercizio libero, autonomo, informato e non discriminatorio dei diritti sessuali e riproduttivi, e afferma che lo Stato debba garantire una gravidanza volontaria e protetta, così come la sua stessa interruzione. Riguardo la salute e la pensione, due temi centrali delle proteste del 2019, l’Assemblea costituente ha voluto un cambio di paradigma abbastanza radicale del modello politico rispetto a quello di Pinochet. Nella Costituzione ufficiale lo Stato delega la gestione dei servizi basici, come salute, educazione, lavoro e le pensioni, alle imprese private, mentre nel nuovo disegno si presuppone che sia lo Stato a preoccuparsi di questi servizi. 

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Proposta cartacea della Nuova Costituzione della Repubblica cilena. [crediti foto: Vocería de Gobierno, Via Flickr, CC BY-SA 2.0 ]
Un’altro cambio radicale riguarda il sistema politico cileno. Nella nuova proposta di Costituzione si vuole abolire il sistema bicamerale tradizionale con Camera dei deputati e Senato, sostituito da una camera nazionale e una regionale con potere asimmetrico, più un congresso con deputati e deputate per disegnare le leggi e una camera delle regioni incaricata delle le leggi “di accordo regionale”. Inoltre, l’età minima per l’elezione presidenziale si abbassa da 35 a 30 anni, e si autorizza la rielezione consecutiva per una volta. 

Ultimo punto rivoluzionario è l’amministrazione dell’acqua. Il Cile è l’unico Paese che ha privatizzato l’acqua, considerato nel resto del mondo un bene primario. La nuova proposta stabilisce l’acqua un bene “inappropriabile” e il suo accesso un diritto umano basico. Inoltre, si vorrebbe creare un’ Agenzia Nazionale dell’acqua per l’uso sostenibile di questa. 

Il Cile dice: “Una nuova Costituzione Sì, però non questa”

Il messaggio dopo il 4 settembre sembra essere chiaro: si vuole cambiare la Costituzione ma quella proposta non va bene. I risultati del referendum possono apparire sorprendenti dopo tre anni di proteste, elezioni e un referendum per un cambiamento progressista, ma diversi fattori hanno contribuito a tale rifiuto.

Una delle critiche più forti a livello nazionale riguarda proprio la proposta di uno Stato plurinazionale per il riconoscimento delle popolazioni indigene. Il termine “plurinazionale”, infatti, è stato interpretato come una divisione del Paese e come un fattore contrario del principio di uguaglianza di fronte alla giustizia. Così anche i temi sopra nominati, come l’aborto, la rielezione presidenziale e la riforma delle camere, sono stati motivo di bocciatura. 

Ma uno dei motivi principali è stata l’informazione scarsa e manipolata riguardo il contenuto della proposta. Nonostante questa sia stata pubblicata su tutte le piattaforme e distribuita anche in forma cartacea e gratuita tra la popolazione, la macchina di comunicazione dell’opposizione si è rivelata più forte rispetto quella governativa. Secondo il giornale nazionale  “El Ciudadano”, è stata implementata una operazione chiamata “operación Rechazo” (“operazione Rifiuto”), da parte delle grandi corporazioni, dell’opposizione e dell’élite cilena, per sabotare il processo costituente. Sembrerebbe che le grandi aziende che controllano i big data abbiano ricevuto enormi somme di denaro per influenzare le opinioni e le decisioni di milioni di persone. D’altra parte, il governo non ha utilizzato bene i mezzi di comunicazione per far fronte a questa operazione. Il Gruppo di Studi sui Media dell’Università Aperta di Recoleta ha pubblicato una serie di rapporti sulla copertura mediatica del plebiscito costituzionale, in cui è stato rivelato che nei giornali cartacei e televisivi la tendenza verso il “rechazo” era evidente.

Anche il lavoro dell’Assemblea costituente è stato pesantemente criticato a causa del basso livello di comunicazione e di alcuni scandali, e questo ha creato una certa distanza dalla cittadinanza, nonostante sia stata essa stessa ad eleggere l’organo. Inoltre, nelle settimane precedenti al plebiscito di questo 4 settembre, il governo di Boric ha iniziato ad annunciare che indipendentemente dal risultato si sarebbe portato avanti il processo costituente con altri strumenti democratici. Questo ha probabilmente mosso la parte dell’elettorato più indecisa verso il “rechazo”. 

Gabriel Boric non si ferma e cerca alternative al referendum

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Primo cambio di gabinetto del presidente Gabriel Boric.[crediti foto: Vocería de Gobierno, via flickr, CC BY-SA 2.0]
Il Presidente neoeletto, Gabriel Boric, molto legato alle istanze delle proteste del 2019, ha accettato il risultato del plebiscito promettendo che il processo per un vero cambiamento in Cile non si fermerà. Tuttavia, Boric si appoggia ad un Congresso molto frammentato e la sua popolarità è calata dal 50% a poco più del 30% dalla sua elezione a dicembre 2021. Inoltre, l’economia cilena sta attualmente subendo duri colpi. L’inflazione è accelerata al 7,8% su base annua a febbraio 2022, alimentata da forti pressioni sul lato della domanda, aumenti dei prezzi delle materie prime, interruzioni delle forniture e deprezzamento del peso. Nonostante la ripresa delle entrate, il disavanzo fiscale ha raggiunto il 7,7 % del PIL nel 2021 a causa dell’elevata spesa pubblica e, nonostante l’uso intensivo dei fondi pubblici di risparmio, il debito pubblico ha raggiunto il 37% del PIL, il più alto degli ultimi trent’anni

Il 6 settembre c’è stato il primo cambio di gabinetto, che ha coinciso con i primi sei mesi di lavoro dell’attuale governo e con la sconfitta del ‘Approvo’ al Plebiscito di per una nuova Costituzione. Il Presidente ha cercato di dare una nuova aria ad un gabinetto che ha ricevuto molte critiche ed avere più appoggio per il futuro del processo costituente. Nonostante la bocciatura della proposta dell’Assemblea Costituente, infatti, tre quarti della popolazione cilena vuole cambiare la Costituzione, come già espresso dal referendum del 2020. Boric deve quindi trovare un altro strumento.

*Manifestazioni per il “rechazo”. [crediti foto: Janitoalevic, via Wikimedia, CC BY-SA 4.0]



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