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Inclusivo o pericoloso? La democrazia di fronte al dilemma del voto digitale

Tempo di lettura stimato: 6 min.

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Il mondo digitale permea ogni sfera della nostra vita, e negli ultimi anni sta diventando protagonista anche nella vita dello Stato. In Italia la firma digitale ha raccolto un discreto successo negli scorsi mesi, aprendo il dibattito sul futuro del voto elettronico. Quali sono le possibili ripercussioni sulla democrazia, e quali lezioni dal resto del globo?

Il voto digitale e i suoi critici: il caso italiano 

Il nuovo percorso digitale per gli elettori italiani è stato inaugurato con due appuntamenti estremamente delicati per il Paese: in agosto gli aventi diritto sono stati chiamati a decidere le sorti del referendum per l’eutanasia legale, mentre in settembre è stata inaugurata la piattaforma a favore della legalizzazione della cannabis. Questo traguardo ha posto sotto la lente degli esperti numerose questioni inerenti al potenziale e ai rischi del nuovo strumento di voto. In particolare, c’è chi considera il digitale applicato al referendum una minaccia alla democrazia, per svariate ragioni. In primis, vista la rapidità di internet, diventa estremamente facile ottenere 500.000 firme per indire un referendum su qualsivoglia tematica. Basti pensare che il referendum per la legalizzazione della produzione di cannabis a uso personale ha raggiunto le 500.000 firme in soli 7 giorni. 

Il rischio è quello di diffondere tra i cittadini l’idea di poter esercitare una forma di democrazia diretta che scavalchi, delegittimando, il potere del Parlamento. Nel peggiore degli scenari, sarebbero indetti continuamente referendum su base popolare, e quelli con esito positivo andrebbero a saturare il lavoro delle due Camere e a ridurle progressivamente a meri approvatori di leggi. In questa visione negativa degli eventi s’inserisce anche la possibile strumentalizzazione dell’e-voting da parte dei partiti, che potrebbero raccogliere velocemente le firme necessarie per indire qualsivoglia referendum, nel caso più estremo sfruttando il numero delle minoranze a favore di tali proposte. 

Una questione democratica

Per scongiurare il pericolo si è già pensato ad un controllo di costituzionalità che porterebbe eventualmente all’innalzamento della soglia di firme necessarie per indire un referendum. La proposta più recente è arrivata dalle file del Partito Democratico, che opta per una soglia minima di 800.000 firme e abbassare il quorum al 50% più 1 dei votanti. C’è poi chi ricorda che il minimo di 500.000 firme era stato deciso nel 1946 in proporzione alla stima degli allora aventi diritto di voto, circa 28 milioni di persone. Oggi la popolazione italiana è cresciuta, e gli aventi diritto sono ben 50,9 milioni, pertanto innalzare la soglia di firme minime sembra l’azione più ragionevole. 

Infine, la forza costituzionale del Parlamento non va sottovalutata: spetta al Parlamento il lavoro sul disegno di legge inerente ai risultati di qualsivoglia referendum, nonché la sua approvazione, e senza le due Camere non sarebbe possibile per i cittadini o i singoli partiti elaborare e votare un testo di legge che possa essere considerato valido e legale. In aggiunta, l’esito di un referendum è dato dalla scelta espressa dalla maggioranza dei votanti, manipolare certe minoranze non può portare a leggi controverse che trovino il favore di pochi. Pertanto è difficile che un accesso più veloce ai canali politici di rappresentanza per gli elettori possa generare un ribaltamento della stessa Costituzione

Voto digitale e liquid democracy: inclusione sociale e partecipazione senza costi

Il voto digitale è stato dunque additato con il sospetto di instillare nei cittadini l’idea di una democrazia diretta malata. L’altra testa della medaglia propone invece l’e-voting come uno stimolo efficace alla democrazia partecipativa: in che modo?  Secondo uno studio condotto dalla School of Computer Science presso la Reykjavik University i sistemi di voto elettronici, grazie al supporto indispensabile della blockchain technology, si inseriscono nella più ampia sfera della democrazia liquida. La liquid democracy è un fenomeno politico che guarda all’esercizio della democrazia partecipativa in modo più efficiente per il cittadino, ergo in modo tale da ridurre i costi che comporta aderire alla vita politica del Paese.  

Ebbene, la possibilità di votare online facilita l’implementazione dei diritti politici. Come? Votare online significa accedere alle urne dal proprio computer portatile, non richiede di uscire di casa per recarsi presso il seggio del proprio distretto, ed è più veloce nella procedura di espressione delle preferenze. Dunque, il sistema facilita le persone che hanno difficoltà ad accedere al seggio elettorale o esprimere fisicamente la preferenza, come quelle con disabilità, e non sottrae tempo eccessivo ai più impegnati, ma coinvolge anche maggiormente gli elettori più giovani, stimolando i meno interessati a dedicare pochi minuti alla politica. Vista la semplicità della procedura, ci si attende una riduzione del tasso di astensionismo, e un aumento della qualità nell’informazione politica che precede il voto elettronico, grazie ai materiali caricati sui siti istituzionali o quelli dei singoli partiti. Infine, il voto digitale potrebbe avvicinare i cittadini allo Stato perché le proposte dei primi raggiungono il secondo con appositi canali istituzionali più veloci e non mediati necessariamente dai partiti. Tutti questi fattori ben si sposano con l’idea di efficienza politica propria della democrazia liquida e preludono al miglioramento della qualità del voto. Questo acquista davvero una dimensione intima e privata, in quanto il cittadino può seguire l’intero processo politico di raccolta delle informazioni ed espressione delle preferenze tra le mura domestiche, un ambiente ideale per riflettere e maturare decisioni consapevoli .

Lezioni dal mondo

Le applicazioni dell’e-voting nel mondo sono molteplici e svariate nel tempo, con risultati che parlano di discreti successi a livello nazionale e decisi passi avanti su base locale. Belgio ed Estonia sono gli esempi europei più riusciti. Il primo ha avviato le sperimentazioni nel 1991 con elezioni amministrative locali, e già in occasione delle elezioni europee del 2004 ben il 44% della popolazione ha votato tramite un sistema elettronico. Il sistema ha inizialmente rilevato delle falle nella sicurezza, che però hanno stimolato una nuova fase di ricerca, con i cittadini comunque entusiasti del nuovo strumento, giudicato user-friendlyL‘Estonia ha steso la base legislativa per l’e-voting nel 2002, per poi avviare la procedura nel 2005 e diventare nel 2007 il primo paese al mondo ad indire elezioni parlamentari tramite urne digitali. Da allora, non solo le elezioni ma anche il 90% dei servizi pubblici e privati sono erogati tramite piattaforme online, a cui i cittadini accedono con la propria carta d’identità. Il sistema ha rivelato che il voto online riscuote successo tra i cittadini di tutte le età: gli over 55 votano online tanto quanto gli elettori tra i 25 e i 34 anni, mentre viene scelto più frequentemente dalle donne per il notevole risparmio di tempo rispetto alle urne fisiche.

Paesi che hanno sperimentato almeno una volta il voto digitale. Fonte: International Institute for Democracy and Electoral Assistance

La Svizzera ha invece istituito la prima task force ufficiale per preparare il sistema di voto elettronico nazionale nel febbraio 1998.  Ci sono state più di 300 prove di voto sino al 2019, su questioni a carattere economico, giuridico e sociale. Le prove hanno evidenziato falle nel sistema che ancora rendono impossibile proporre la pratica a livello nazionale, ma testimoniano anche l’interesse dei cittadini verso il voto digitale. Stando ai dati ufficiali, gli elettori online nei Cantoni interessati dall’ultima elezione con questo sistema, avvenuta il 19 maggio 2019, sono stati oltre il 20% dei totali aventi diritto nel complesso, con percentuali che vanno dal 9 al 29% nei singoli cantoni. Un trend simile si registra già nel settembre 2012, con percentuali che vanno dall’8 al 24%.

Ma la flessibilità del voto digitale ha servito anche scopi specifici, non necessariamente su base nazionale. Oltreoceano, a San Francisco, l’e-voting è stato infatti pensato per ridurre il gap di rappresentanza tra cittadini e membri del Congresso. Nel 2016 è stata così creata la piattaforma United.vote, dove gli elettori, divisi in distretti, possono selezionare dei rappresentanti e presentare loro delle istanze da riportare a senatori e deputati. 

Questi esempi testimoniano che la tecnologia dietro il voto digitale è in continua evoluzione, diretta verso il perfezionamento della procedura e capace di imparare dagli errori verificatisi di prova in prova. La democrazia, dal proprio canto, non è compromessa bensì supportata ed estesa al meglio tra gli elettori, poiché il digitale riduce i costi materiali e temporali del voto per tutte le categorie ed età degli aventi diritto. L’Italia si inserisce nella serie di sperimentazioni attive da anni in diversi paesi europei: i risultati dell’e-voting applicato al referendum sarà un’esperienza utile non solo al nostro Paese, bensì all’intero campo della politica in digitale.

Questo articolo è parte di una raccolta sul potenziale del voto digitale e il suo impatto sugli elettori. Leggi anche: “Privacy e diritto alla connessione: l’Italia è pronta per il voto digitale?“.

*crediti foto: Myriam Jessier da unsplash.com

Giulia Isabella Guerra
Studio il mondo per capirlo e renderlo comprensibile agli altri. Laureata in Studi Internazionali presso l'Università di Trento, frequento Data Analytics for Politics, Society and Complex Organizations a Milano. Nel tempo libero scrivo, leggo classici, curo il giardino e coccolo i miei gatti.

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