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Per sconfiggere il cambiamento climatico bisogna combattere la disuguaglianza di genere

Tempo di lettura stimato: 6 min.

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La disuguaglianza di genere è molto simile al cambiamento climatico. E’ un fenomeno orizzontalmente integrato, ovvero coinvolge tutti gli aspetti della società e le conseguenze derivanti non possono essere analizzate in modo isolato. Il collegamento tra parità di genere e clima è stato statisticamente provato e di conseguenza, a prescindere dalla causa che stia più a cuore, è inevitabile non considerare entrambi nel momento in cui si prova ad avanzare proposte di policy e plausibili soluzioni.

Il cambiamento climatico è da intendersi come un fattore scatenante che, da un lato, esacerba le differenze pre-esistenti fra uomini e donne, dall’altro ne crea di nuove. Questo fenomeno interagisce anche con altri fattori, da quelli economici a quelli sociali, delineando situazioni dove è molto complesso stabilire con chiarezza cause ed effetti. 

Come è vero che una catastrofe climatica può infatti impoverire una zona, e alimentare così il divario di genere, è anche vero che zone meno sviluppate sono per natura più vulnerabili a una Madre Natura sempre meno indulgente. In questi scenari, i divari di genere aumentano, diminuiscono e ricompaiono in maniera molto complessa da analizzare singolarmente. In altre parole quindi, non si può utilizzare una sola griglia interpretativa per quanto riguarda le dinamiche sociali e le evoluzioni delle comunità.

Cosa accade quando il cambiamento climatico incontra le disuguaglianze di genere?

Il cambiamento climatico, statisticamente, tende a impoverire. Sono infatti pochi i casi, come quello della Russia, dove l’innalzamento delle temperature sia visto come un vantaggio per via del disgelo dei ghiacci che da sempre soffocano il Paese. Una comunità più povera tende anche a essere più diseguale, poiché la prevalenza di economie di sussistenza tende a rimarcare le differenze “storiche” in occupazione e reddito. 

Non solo, le donne hanno più probabilità di essere dislocate dal loro luogo d’origine e di essere vittime di violenza in seguito ad un disastro climatico. Sono più vulnerabili non solo alle malattie causate dall’inquinamento, ma anche dal punto di vista economico. In caso di una calamità naturale, infatti sono le donne a perdere maggiormente il proprio reddito e sono anche coloro che sentono maggiormente i rincari sui beni di prima necessità. 

Guardando più nello specifico ai dati, ben l’83% delle madri single per due anni non è stato in grado di tornare nella propria città natale in seguito all’Uragano Katrina. Inoltre, non solo il cambiamento climatico influenza le disuguaglianze di genere ma tale correlazione positiva funziona anche in senso opposto: i paesi con più donne in politica sono quelli che hanno ridotto di più le emissioni di anidride carbonica. Altre ricerche, poi, dimostrano che i paesi con maggiori disuguaglianze in questo senso, sono anche quelli affetti da livelli più alti di inquinamento. Non bisogna però dimenticare, nel condurre questa analisi, che i Paesi con più donne in politica sono anche quelli maggiormente sviluppati, che “possono permettersi” politiche di riduzione delle emissioni che risulterebbero stroncanti per le economie emergenti.

La combinazione delle “due grandi battaglie della nostra generazione” è quindi un tema complesso e affascinante, capace di trascendere le consuete barriere ideologiche e provocare riflessioni ad ampio respiro.

Divari di genere e divario nord-sud

Non bisogna ignorare che sono due i punti di vista che emergono nel dibattito che lega le donne al riscaldamento globale. Da un lato, queste ultime vengono viste come “virtuose per il cambiamento climatico”, dall’altro solo come “soggetti più vulnerabili”. 

Un risvolto del dibattito, infatti, è che le donne nel sud del mondo sono più esposte ai rischi legati all’ambiente, mentre gli uomini provenienti dai Paesi al nord del mondo sono quelli che contribuiscono di più a causare il surriscaldamento globale. Questa visione rigida dei meccanismi della nostra società non fa altro che rafforzare non solo i pregiudizi di genere, ma anche quelli territoriali. Una divisione netta fra donne vulnerabili e indifese al sud e istruite e emancipate al nord non riflette la realtà, che al contrario è una questione evidentemente legata ai livelli di sviluppo, che a loro volta sono legati alle dinamiche di genere (i Paesi più sviluppati del mondo sono, puntualmente, quelli con divari di genere più ridotti).

Madre e figlie in un campo di grano in una rappresentazione di inizio ‘900. Le economie meno sviluppate sono spesso quelle che mostrano livelli di disuguaglianza di genere maggiori (Foto Pixabay).

Il rapporto dell’UNFPA del 2009 già identificava le donne con attore fondamentale nella salvaguardia dell’ambiente e citava l’attivista keniota Wangari Maathai affermando che “le donne hanno la chiave per il futuro climatico”, considerando anche l’importante contributo di queste ultime al settore agricolo. Questa è una prospettiva molto interessante, risultando più concreta di speranzosi appelli di maggiore rappresentatività femminile nei parlamenti (sicuramente una battaglia importante, ma molto legata alle dinamiche dei singoli Paesi, basti pensare alle rappresentanti Repubblicane americane, che di certo non fanno del climate change il primo punto sulla loro agenda). Valorizzare il ruolo dei miliardi di donne coinvolte nei settori agricoli dei Paesi in via di sviluppo, e garantire loro nozioni di sostenibilità, sembra sicuramente una soluzione rivoluzionaria sui grandissimi numeri.

Il caso del Bangladesh

Proprio in relazione al contributo delle donne nel settore agricolo, è interessante analizzare il caso del Bangladesh

Il Bangladesh è un Paese soggetto a violente inondazioni a causa della sua composizione geografica caratterizzata da fiumi. Nel 2012 era stato classificato dalle Nazioni Unite come un Paese poco sviluppato, con un elevato tasso di povertà, un governo debole e di conseguenza particolarmente vulnerabile ai disastri naturali. Come già affermato le donne risultano essere più vulnerabili in caso di calamità naturali non solo da un punto di vista di salute fisica ma anche economico. 

La ricerca condotta da CARE mostra che dopo le inondazioni del 1991, le donne bengalesi tra i 20 e i 44 anni avevano un tasso di mortalità molto più elevato rispetto agli uomini della stessa età. Guardando poi al mercato del lavoro, in caso di un disastro naturale, e conseguente aumento della disoccupazione, come di consueto in queste situazioni erano le donne a farne maggiormente le spese. Queste venivano infatti spesso dirottate lontane dalla carriera per continuare ad occuparsi della casa e di continuare a prendersi cura di bambini e anziani. Con l’aumento degli uomini disoccupati, aumentavano anche le violenze domestiche e gli abusi mentali e fisici denunciati. Secondo lo studio, dunque, la diffusione in Bangladesh di occupazioni diverse dall’agricoltura e l’allevamento meno vulnerabili al cambiamento climatico per gli uomini, avrebbe un beneficio per la situazione femminile

Le donne ancora non sono state invitate

Nonostante la relazione riconosciuta tra cambiamento climatico e dinamiche di genere, le donne non sono ancora equamente rappresentate nei tavoli di discussione sul clima. Risultano escluse dal policy-making e dai negoziati sui cambiamenti climatici. Nonostante il valore aggiunto della partecipazione delle donne ai movimenti ambientalisti, gli uomini ricoprono ancora il 67% dei ruoli decisionali in tale ambito e la rappresentanza di queste ultime nelle negoziazioni  sul clima a livello nazionale e globale rimane al di sotto della soglia del 30%.

In aggiunta, i movimenti ambientalisti guidati da donne non ricevono fondi sufficienti. La Generation Equality Action Coalition on Feminist Action for Climate Justice ha rilevato che solo il 3% dei finanziamenti ambientali filantropici sostiene l’attivismo ambientale di ragazze e donne. Inoltre, le organizzazioni guidate da donne, che sono spesso di piccole dimensioni, hanno difficoltà ad accedere ai finanziamenti per supportare la lotta al cambiamento climatico, che riguardano principalmente progetti su larga scala, a partire da 10 milioni di dollari.

La sfida più grande

Spesso considerate come questioni sociali differenti, con rispettivi sostenitori da un lato e dall’altro, cambiamento climatico e parità di genere appaiono oggi sempre più collegate. Piuttosto che scatenare una reazione disillusa, questa consapevolezza dovrebbe invece spingere i decision makers, ma anche l’opinione pubblica, a pensare che le grandi questioni del nostro tempo sono raramente descrivibili come lo scontro tra due schieramenti, e sono invece interpretabili come una sovrapposizione di tutti gli scontri epocali della nostra epoca.

 

Così come si è dimostrata la relazione tra cambiamento climatico e diritti di parità di genere, infatti, si potrebbero avanzare molte riflessioni sull’impatto delle disuguaglianze, sullo strapotere di alcuni gruppi privati, sul delicato equilibrio migratorio. Alle soluzioni concrete, quindi, deve alternarsi necessariamente una visione completa, che tratti realmente le sfide globali come tali, e non come appassionanti eventi sportivi nei quali prendere una o l’altra posizione.

 

Sveva Manfredi
Nata e cresciuta a Nola, ridente cittadina in provincia di Napoli vent’anni fa. Curiosa di capire come mai la società non funzioni, ho deciso di studiare Economia e Finanza alla Bocconi. Nel tempo libero rincorro passioni, e alcune le metto anche su carta: sono quelle che, alla fine, ci rendono ogni giorno più vivi, salvando il mondo.

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