Il 5 giugno 2026 è stato approvato dalla Camera dei Deputati il disegno di legge del ministro Gilberto Pichetto Fratin sul futuro dell’energia atomica in Italia. Nel seguente articolo si analizzano gli obiettivi del ddl e la posizione italiana sull’indipendenza energetica.
Il tema del nucleare è tornato al centro del dibattito pubblico europeo dall’inizio della guerra in Iran e dalla conseguente chiusura di Hormuz che ha portato a notevoli rincari nel costo dell’energia.
DDL approvato, ma di cosa si tratta?
All’inizio di giugno 2026 la Camera dei Deputati ha approvato con una netta maggioranza (155 favorevoli, 86 contrari e 8 astenuti) un disegno di legge che mira a ridare all’Italia una normativa sul nucleare.
Qualora il ddl venga approvato dal Senato, tramite la legge delega le Camere conferiranno al governo una delega da esercitare entro un anno per disciplinare la produzione di energia da fonte nucleare sostenibile, la ricerca sulla fusione nucleare e la gestione dei rifiuti radioattivi.
Il ddl discusso ed approvato alla Camera definisce i campi d’intervento dei futuri decreti governativi. In particolare la disciplina per la costruzione e l’esercizio di impianti nucleari (SMR, AMR e micro-reattori), la produzione di idrogeno, la gestione del combustibile esaurito e la sicurezza nucleare, il riassetto della governance e delle funzioni attribuite agli enti competenti. L’obiettivo di governo sarebbe ottenere l’approvazione del Senato prima della pausa estiva, così da emanare i primi decreti attuativi entro l’anno.
L’attuale strategia europea sull’energia nucleare
La strategia energetica dell’Unione europea prevede una decisa accelerazione verso la neutralità climatica, come confermato dal lancio della SMR Strategy da parte della Commissione Europea e dall’adozione del programma di lavoro Euratom 2026-2027 (dotato di circa 600 milioni di euro per la ricerca, la sicurezza e lo sviluppo di competenze).
Il fulcro di questa svolta green è rappresentato dagli SMR (Small Modular Reactors), i mini-reattori di nuova generazione che promettono maggiore sicurezza, tempi di costruzione ridotti e la flessibilità necessaria per decarbonizzare i settori industriali più energivori, già analizzati in un precedente articolo.
Per sostenere questa transizione energetica ed estendere la capacità nucleare dell’UE fino a una proiezione compresa tra i 17 e i 53 GW al 2050, il piano dell’Esecutivo europeo prevede massicci investimenti: l’Ottavo Programma Illustrativo Nucleare (PINC) stima una mobilitazione di circa 241 miliardi di euro fino al 2050, supportata sia da capitali privati sia da strumenti pubblici come i fondi della Banca Europea per gli Investimenti (BEI) e le garanzie InvestEU.
In questo rinnovato panorama, l’Italia ha abbandonato da esattamente un anno – era il 19 giugno 2025 – la storica posizione attendista diventando membro effettivo dell’Alleanza Nucleare Europea. L’obiettivo italiano è duplice: ridurre la dipendenza dall’elettricità importata e valorizzare il solido know how della propria catena di fornitura, posizionandosi come uno dei partner tecnologici chiave nella transizione atomica continentale.
I tempi richiesti dall’energia nucleare in Italia
Nonostante l’accelerazione politica e l’inclusione del nucleare nella versione definitiva del Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima (PNIEC) nel 2024, gli analisti istituzionali e i report indipendenti concordano sul fatto che l’effettiva accensione di un reattore sul suolo italiano richiederà una complessa tabella di marcia pluridecennale. Lo scenario delineato fissa l’obiettivo di coprire circa l’11% della domanda elettrica nazionale al 2050: ciò corrisponde a una capacità installata di circa 8 GW tramite SMR e AMR (reattori di IV generazione).
Tuttavia, la transizione dalle attuali fasi preliminari alla produzione commerciale deve superare stringenti tappe intermedie. La prima fase cruciale risiede nel completamento del quadro normativo, di cui tratta proprio il ddl Pichetto Fratin. Una volta ottenuta l’approvazione dal Senato, sarà necessaria la creazione di un’autorità di regolamentazione indipendente e la definizione di iter autorizzativi ad oggi inesistenti.
Questo step abilitante, parallelamente al consolidamento della tecnologia SMR a livello internazionale rappresenta la chiave per l’apertura dei primi cantieri. Secondo le stime più bilanciate dell’industria e del mondo accademico, l’entrata in funzione di un primo reattore dimostrativo o commerciale non avverrà prima del periodo 2035-2037. Di conseguenza, l’apporto del nuovo nucleare inizierà a registrare una rilevanza quantificabile nel mix energetico italiano (stimata intorno ai 2 GW) solo a partire dal 2040.
L’atomo, dunque, rientra in una strategia a lungo termine per il traguardo della neutralità climatica di metà secolo. Pertanto non è considerabile come alternativa realistica alle urgenze energetiche che il paese affronta, ad oggi.
La necessità di indipendenza energetica
La corsa europea verso l’atomo di nuova generazione e la graduale riapertura dell’Italia a questa tecnologia rispondono a un’urgenza che va oltre la sola transizione ecologica. La necessità vitale di sovranità energetica.
L’inizio del conflitto in Ucraina nel 2022 ha segnato un punto di svolta nella corsa verso le energie rinnovabili e l’autonomia nella produzione energetica: dipendere dalle importazioni di materie prime rappresenta una vulnerabilità strategica ed economica non sostenibile nel lungo periodo per l’Ue.
Sebbene per vedere i primi reattori nucleari attivi sul suolo italiano siano necessari tempi lunghi e passaggi complessi, pianificare sin da oggi il mix energetico del 2050 è il passo indispensabile per garantire nel lungo termine a famiglie e imprese un approvvigionamento sicuro, stabile, pulito e soprattutto, indipendente.
*Immagine di copertina: [Foto di Kilian Karger via Unsplash]





