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Una crisi lunga 30 anni: i salari in Italia

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Da una recente analisi condotta dall’Ocse è emerso che i salari italiani sono più bassi rispetto a trent’anni fa. L’Italia è l’unico dei 27 paesi membri dell’Ue ad aver assistito ad una contrazione delle buste paghe, più precisamente del 3%, dal 1990 fino ad oggi.

Quali sono le cause del triste primato italiano e che cosa ha proposto di fare il governo in materia?

Questo dato ha suscitato, a buon ragione, scalpore nel dibattito pubblico. “Stipendi più alti subito”, ha denunciato il ministro del lavoro Orlando; “imprenditori, pagate di più soprattutto giovani e laureati”, ha chiesto il ministro Colao; “si tagli il cuneo fiscale” ha invece esortato il  presidente di Confindustria Bonomi. Insomma, dopo la pubblicazione, un botta e risposta ha avuto luogo nelle sedi istituzionali, con governo ed imprenditori che si sono accusati a vicenda per essere arrivati ad una tale situazione in Italia. A livello della società civile invece, laddove si esprimono coloro i quali hanno subito sulla propria pelle la riduzione del reddito, si chiede di riformare il sistema di contrattazione collettiva, di introdurre il salario minimo e di investire sulla qualità del lavoro e non sulla precarietà.

Battuta d’arresto

Insomma, pare che l’entusiasmo generale suscitato dalla formazione del governo Draghi, dall’uscita dal periodo di crisi pandemica e dall’arrivo di ben 191 miliardi di euro da parte dell’Unione Europea da investire nello sviluppo del Paese, sembra aver subito una battuta d’arresto. Si trattava infatti di entusiasmo necessario, ma un pò ingiustificato nella sua magnitudine. Sembrava quasi che ci si rifiutasse di capire che la maggior parte dei fondi del PNRR arrivasse sotto forma di prestiti, rappresentando debito, e non regali a fondo perduto.

Tra i più cauti, c’è sempre stato invece il nostro primo ministro. Fin dal suo insediamento Mario Draghi ha infatti evocato la complessità delle riforme da introdurre e ricordato le debolezze strutturali dell’economia italiana. Le difficoltà nel far approvare un’ambiziosa legge sulla concorrenza e gli ostacoli incontrati dalla ministra Cartabbia nella sua riforma della giustizia ne sono un esempio. A questi scogli politici si sono anche aggiunte le complicazioni del quadro economico italiano, che hanno radici profonde. 

Una delle più problematiche riguarda proprio il mercato del lavoro. Disoccupazione, fuga di cervelli, dispersione scolastica sono solo alcuni degli indicatori che ci permettono di valutare lo stato febbrile del mercato del lavoro in Italia. Oltre a questi, c’è l’importantissima questione dell’evoluzione dei salari.

L’andamento dei salari in Italia negli ultimi 30 anni

Dall’analisi Ocse sull’evoluzione dei salari – che sono stati calcolati in dollari a prezzi costanti, al lordo delle trattenute fiscali e previdenziali ma includendo gli straordinari – figura che mentre nel 1990 la retribuzione media annua di un dipendente italiano era di quasi 40mila dollari, posizionando l’Italia al settimo posto in Europa, nel 2020 questa è scesa a 38mila dollari. L’Italia si posiziona ora al 13esimo posto dopo paesi come Francia, Irlanda, Svezia (che negli anni ’90 avevano salari più bassi) e Spagna, in cui invece i salari sono aumentati nell’ultimo trentennio.

Nello specifico, Francia, Irlanda e Spagna hanno assistito ad un aumento rispettivo del 31%, 85% e 63%. Un’evoluzione simile a quella francese è stata vissuta dai salariati tedeschi che hanno visto i loro redditi medi annui incrementare del 33%. Anche i lavoratori dipendenti degli altri paesi mediterranei, come Grecia, Portogallo e Spagna, sebbene ad un tasso minore, hanno visto i loro salari aumentare dal 1990 in poi.

Particolarmente nefasti per i salari italiani sono stati i periodi segnati dalle crisi della zona euro (2010) e di Covid-19 (2020). In particolare, tra il 2019 ed il 2020 il reddito medio italiano è diminuito ben del 5,9%. Questa diminuzione ha aggravato il divario con Germania e Francia che hanno rispettivamente subito una diminuzione del reddito medio contenuta dello 0,9% e 3,27%. Nel 2021 queste economie, di pari passo con la media dell’Eurozona, hanno recuperato e superato il livello del 2019 segnando una ripresa finale che si attesta attorno al 2%. Italia e Spagna invece nel 2021 registravano ancora un tasso negativo rispetto al 2019 (rispettivamente dello -0,6% e -0,7%).

L’effetto della pandemia sui salari in Italia

La pandemia ha inasprito il tasso di disoccupazione e ridotto le ore di lavoro per gli occupati. Ciò ha avuto un forte impatto sui salari, in particolare in Italia. I settori che hanno sofferto di più in termini di calo dell’occupazione e diminuzione delle ore lavorate sono infatti stati quelli in cui l’attività è cessata a seguito dei lockdown, come la ristorazione ed il turismo: laddove sono specializzate le economie di Grecia, Italia e Spagna che sono stati anche i paesi più colpiti. Per ore lavorate si intendono ​​quelle ore lavorative in cui si dovrebbe lavorare, ma che a causa della pandemia, non si lavora.

Oltre a ciò, la disgregazione delle catene di approvvigionamento a causa delle restrizioni pandemiche ed il boom della domanda per i beni di consumo post-Covid sono due tra i tre maggiori determinanti dell’aumento dei prezzi a cui stiamo assistendo (insieme alla ridotta disponibilità di petrolio, gas ed elettricità causato dalla guerra). L’aumento dei prezzi, fenomeno che prende il nome di inflazione, diminuisce il potere d’acquisto delle famiglie e quindi il valore reale dei salari.

Quindi, le cause del divario europeo sono attribuibili alla pandemia?

No. Sebbene la pandemia abbia aggravato un quadro poco roseo, essa non è la causa del triste primato italiano in quanto alla decrescita dei salari sull’arco degli ultimi trent’anni. 

Per quanto riguarda l’inflazione, benché essa abbia registrato il più alto valore degli ultimi dieci anni (+2,6%), spiegando così la recente riduzione dei salari reali in Italia, essa non chiarifica la grande variabilità che esiste tra paesi membri il cui tasso di inflazione si muove in modo similare a partire soprattutto dal 2013.

Invece, l’effetto sproporzionato in termini di calo dell’occupazione e delle ore lavorate che la pandemia ha avuto in Italia non riesce a spiegare da solo il tasso negativo dell’evoluzione dei redditi italiani. Basti andare ad indagare i periodi precedenti alla crisi della zona euro per rendersi conto delle motivazioni. Tra il 1995 ed il 2010, il reddito medio italiano è cresciuto da 37mila fino a 42mila dollari. Questa evoluzione positiva però l’hanno vissuta anche tutti gli altri paesi europei, che hanno incrementato in maniera ancora più sostanziale i loro salari. Ad esempio, il salario medio irlandese è passato nello stesso periodo da circa 31mila a quasi 50mila dollari. Questo dato ci suggerisce che le radici del problema sono da attribuire a periodi antecedenti alla sola pandemia.

Composizione della forza lavoro

Ciò che diversifica l’Italia dalle altre principali economie europee è la distribuzione dell’occupazione dipendente, che risulta essere meno qualificata e più precaria. La media europea dei lavoratori non qualificati si attesta intorno al 9,9%. In Francia e Germania la distribuzione dell’occupazione nelle professioni non qualificate è rispettivamente del 9,8% e del 7,7%. In Italia, invece, questo dato raggiunge il 13%, appena al di sotto del dato spagnolo (14,2%). Chiaramente più è alta questa percentuale, più saranno bassi i salari che in linea generale aumentano con le qualifiche del lavoratore.

 

Distribuzione percentuale dell’occupazione dipendente (15-64 anni) per grandi gruppi professionali nelle quattro maggiori economie europee e nell’Eurozona, 2021

GermaniaFranciaItaliaSpagnaEurozona
Dirigenti3,3%5,6%1,4%2,7%3,8%
Professioni intellettuali e scientifiche20,7%23,4%13,6%19,7%21,3%
Professioni tecniche intermedie21,0%18,9%17,6%12,2%17,6%
Professioni esecutive nel lavoro di ufficio14,6%10,1%16,1%12,2%12,7%

 

Professioni nelle attività commerciali e nei servizi13,3%14,3%16,6%19,7%15,7%
Professioni manuali specializzate e qualificate19,4%17,9%21,9%19,2%18,9%
Professioni non qualificate7,7%9,8%13,0%14,2%9,9%
Totale100,0%100,0%100,0%100,0%100,0%

Fonte: elaborazione Fondazione Di Vittorio su dati EUROSTAT

 

Oltre a ciò, i salari sono più alti se un lavoratore è impiegato in un lavoro a tempo pieno rispetto che a tempo parziale. In Italia il tasso degli occupati part-time è del 16,6%, mentre in Germania è dell’11,4% e in Francia del 15,0%. Un dato più interessante è da rilevare nella quota degli occupati part-time che però vorrebbe un lavoro a tempo pieno. Questa categoria è definita nelle statistiche come quella del part-time involontario. In Italia, i lavoratori part-time involontari sono il 62,2% degli attuali lavoratori a tempo parziale, contro il 28,3% di quelli francesi ed il 7,1% di quelli tedeschi.

La qualità dell’occupazione

Inoltre, la percentuale degli occupati a termine è indicativa del livello della qualità dell’occupazione. I contratti a tempo indeterminato infatti permettono la progressione di carriera e l’aumento salariale. Al contrario, i contratti a tempo determinato aumentano la precarietà. Ad aprile del 2022 gli occupati con rapporti a termine in Italia ha toccato la quota di quasi 3,2 milioni, la più alta mai registrata dal 1977.

Ad aggravare il quadro in termini di qualità dell’occupazione c’è la questione delle “partite iva”. Metà delle nuove partite Iva aperte nel 2019 aderiscono infatti al regime forfetario, per il quale proprio dallo stesso anno è stato esteso il limite dei ricavi. Mancano studi approfonditi, ma si teme che diversi nuovi lavoratori autonomi sotto questo regime non siano “veri” indipendenti, ma abbiano trovato nel regime forfetario solo un modo per minimizzare tasse e contributi a carico del datore e del lavoratore. A prescindere dall’obbiettivo, essere un “finto autonomo” aumenta la precarietà nel mercato del lavoro.

Il sistema produttivo italiano

 Le tre ultime caratteristiche sopra citate rappresentano condizioni che i lavoratori non scelgono, ma subiscono da parte del datore di lavoro. Esse sono, tra altre cose, il risultato di un sistema produttivo orientato a guadagnare competitività attraverso la riduzione dei salari, piuttosto che nell’innovazione dei processi produttivi e tecnologici. Questo è particolarmente comune nelle realtà delle piccole e medie imprese (PMI) collocate in settori a basso valore aggiunto e che hanno bassi incentivi ad investire in innovazione. Esse popolano il tessuto industriale italiano rappresentandone il 92% nel 2019.

Scenari e decisioni avventate

La crescita lenta dei salari, sommata alla forte inflazione, è destinata ad abbassare ulteriormente il potere d’acquisto delle famiglie italiane. Secondo le stime della Commissione europea il reddito disponibile reale dei cittadini europei dovrebbe diminuire in media ancora del 2,8% nel 2022. In Italia, è stata invece stimata una riduzione delle retribuzioni reali del 3,2%. 

In tali circostanze, l’esecutivo non può fare a meno di mobilitarsi nello sviluppare una politica salariale. L’urgenza del contesto rischia però di far prendere decisioni avventate, con la definizione di politiche ad effetto perverso. Per esempio, il ministro del lavoro Orlando aveva proposto di dare sostegno alle imprese in difficoltà solo se avessero aumentato i salari dei propri dipendenti. Proporre però legami grezzi tra incentivi ed aumenti dei salari significa aumentare ulteriormente l’inflazione. Ciò creerebbe l’effetto perverso di fare aumentare i salari nominali, ma abbasserebbe quelli reali a causa di un innalzamento ancora più drastico dei prezzi.

Il cuneo fiscale e la risposta del governo

Come consiglia Alberto Orioli, vice-direttore del Sole24Ore, serve un patto sociale che possa rilanciare tutte le leve della politica dei redditi e che si occupi in particolare di redistribuire la produttività, soprattutto quella fiscale. Sindacati e Confindustria in concertazione chiedono a questo riguardo una diminuzione del cuneo fiscale che rappresenta il costo non salariale del lavoro, ovvero le contribuzioni che il datore di lavoro deve redistribuire allo Stato a seguito dell’assunzione del personale. Un’ambiziosa misura a riguardo è prevista nella legge di bilancio di fine anno.  Ma nell’immediato il governo sta comunque lavorando per contrastare l’inflazione emergenziale. Si sta infatti vagliando l’ipotesi di sgravi contributivi  che apporterebbero un beneficio netto sia nella busta paga del lavoratore che nel costo del lavoro pagato dall’impresa.

Data la gravità della situazione, l’intervento ‘tampone’ è necessario. In seguito, si tratterà di disegnare una politica ragionata ed onnicomprensiva che vada ad affrontare le carenze strutturali del mercato del lavoro italiano.

*Crediti foto : Jeriden Villegas, Unsplash

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