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Chi è Andrej Babiš, il re della Repubblica Ceca

Tempo di lettura stimato: 8 min.

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I media si sono sbizzarriti nel trovargli un nome adatto. Lo hanno chiamato “il Donald Trump ceco” o “Babisconi”. Niente però che potesse definire la sua figura peculiare. I tratti in comune ci sono, eccome: un magnate che scende in campo contro l’establishment per iniziare un nuovo tipo di politica, o come lui stesso ha affermato per “dirigere uno Stato come un’azienda”, ecco come si presenta Andrej Babiš.

fonte: Al Jazeera

Le mani di Andrej Babiš sull’agricoltura

Babiš è infatti un imprenditore affermato, nonché il secondo uomo più ricco della Repubblica Ceca e fondatore di Agrofert, il colosso petrolchimico situato a Praga che controllo più di due terzi dell’intero settore. La Agrofert, che impiega 34.000 persone, ora domina l’agricoltura ceca, la produzione alimentare e l’agrochimica e ha permesso a Babiš di accumulare una fortuna personale di  4 miliardi di dollari. La presenza dell’azienda è così pervasiva che gli avversari hanno creato un’app chiamata “Senza Andrej” per aiutare gli acquirenti a evitare i suoi prodotti lattiero-caseari e di carne. Con più di 230 società controllate e un flusso di entrate di circa 117 miliardi corone ceche, la Agrofert è la quarta più grande azienda della Repubblica Ceca.

Ma le mani di Babiš non toccano solo il settore petrolchimico. Nel 2013 La Agrofert ha comprato Mafra, una ditta che produce detergenti per mezzi di locomozione,  che è a sua volta editore di due dei più grandi giornali cechi, Lidové noviny e Mladá fronta Dnes, nonché operatore della compagnia televisiva Óčko. Non è tutto, nel 2014 l’Agrofert ha acquistato Radio Impuls, la più ascoltata stazione radio della Repubblica Ceca.

Queste acquisizioni lo accomunano ad una nostra ben nota conoscenza: Berlusconi. Non solo ricchezza e capacità imprenditoriali, ma pure lo stesso settore. Anche se il controllo di Babiš rimane confinato all’editoria – per ora – ed il percorso è stato inverso rispetto a quello di Berlusconi, che dopo l’acquisto iniziale di Telemilano – divenuta poi Canale 5 – fondò la Fininvest  – Holding proprietaria di Mediaset – e acquisì solo più tardi la Mondadori e Il Giornale. Il controllo di Babiš sulle televisioni non è ancora pervasivo come quello di Berlusconi, ma sull’editoria è già un pezzo avanti. Il paragone regge fino ad un certo punto, abbiamo solo due imprenditori molto simili. Dove inizia il percorso comune?

ANO 2011 e la lotta al sistema

Un controllo esteso dei media nazionali non sarebbe giustificato se non in un’ottica di potere politico. È proprio qui che i due magnati iniziano a sembrare un po’ più simili: con la “discesa in campo”. Nel 2011 Andrej Babiš fonda il partito politico ANO. Non è quello che pensate: ANO è l’acronimo di Akce nespokojených občanů, che in ceco significa “azione per i cittadini scontenti”. Il partito nasce come risposta alla corruzione e all’inefficienza della classe politica che aveva governato la Repubblica Ceca negli ultimi anni – in un tempo imprecisato, poteva trattarsi dei soli anni duemila, come di tutto il periodo dopo la Rivoluzione di Velluto.

 

fonte: Affari Internazionali

Questi mali erano stati espressi soprattutto dal ČSSD, il partito socialdemocratico ceco, di centro-sinistra, e dall’ODS, di centro-destra. I due partiti si erano alternati alla guida del Paese con relativa regolarità dopo la Rivoluzione di Velluto, istituendo un vero e proprio sistema bipartitico. L’attuale Presidente Miloš Zeman, del Partito dei Diritti Civili – che nelle scorse parlamentari non ha ottenuto nemmeno un seggio – era già stato primo ministro tra il 1998 e il 2002, sempre tra le fila del ČSSD.

ANO 2011 si pone come partito trasversalista, anti-establishment. Rifiuta il collocamento classico nell’asse destra-sinistra, e per certi versi ricalca il percorso del Movimento 5 Stelle. Da forza anti-sistema, ANO 2011 si è radicata perfettamente nelle istituzioni della Repubblica Ceca. Alle elezioni del 2013 si è posizionato secondo, ottenendo un risultato sorprendente, dietro allo stesso ČSSD, con cui ha formato un governo insieme alla coalizione KDU-CSL (Unione Cristiana e Democratica – Partito Popolare Cecoslovacco). Babiš fu allora designato Vicepremier e Ministro delle Finanze, in un esecutivo con Bohuslav Sobotka (ČSSD) come Primo Ministro.

Era chiaro che Babiš puntava alla premiership, ed era prevedibile che prima o poi qualcosa sarebbe cambiato. Mentre il consenso dei partiti tradizionali, come ČSSD e ODS diminuiva in modo inesorabile, ANO cresceva nei sondaggi ogni giorno che passava. A testimonianza di questo arriva il risultato alle elezioni europee del 2014, quando ANO divenne il primo partito del Paese. La morsa di Babiš sull’esecutivo si faceva sempre più pressante, e già qualcuno aveva fiutato l’aria che tirava in quel momento. La preoccupazione emergeva non solo dai media nazionali, ma anche da quelli esteri, soprattutto per il grande conflitto di interessi di Babiš, capo politico con un immenso potere mediatico.  ANO stava erodendo consensi a tutte le forze politiche, il loro messaggio anti-establishment, anti-corruzione e anti-privilegi sembrava fare breccia nell’elettorato ceco, stanco della politica tradizionale.

fonte: vaaju.com

 L’imprenditore alla guida dello Stato

Andrej Babiš si presentava come un self-made man, un non politico, un uomo del popolo, un uomo per il quale il parlamento è un talking shop – letteralmente, un negozio di chiacchiere. La sua posizione anti-corruzione era giustificata dal fatto che era “troppo ricco per rubare” come lui stesso affermava. Non ama particolarmente la democrazia. Un esempio è emerso con la vicenda autostrade, dove la sua indignazione per la mancata riqualificazione lo ha spinto a dichiarare: “Uno di questi giorni, probabilmente saremo tutti fregati da questa democrazia”. E il popolo lo segue: il suo consenso è cresciuto vertiginosamente.

Nel maggio 2017 fu costretto dal premier Bohuslav Sobotka a dimettersi in seguito a scandali riguardanti presunti frodi finanziarie e conflitto d’interessi. Le accuse riguardavano in particolare il suo controllo esteso di alcuni media nazionali. Era de facto incompatibile con la sua carica, e l’acquisizione da parte di Agrofert dei fondi europei per l’agricoltura. Secondo l’accusa, la compagnia fondata da Babiš era riuscita per anni ad intascare i fondi europei creando microsocietà ad essa collegate che diventavano beneficiari idonei dei fondi stessi. Con questo universo di piccole imprese, la Agrofert era riuscita ad appropriarsi di ingenti somme. Nel febbraio dello stesso anno, i deputati cechi erano riusciti a far passare la Lex Babiš – nonostante il veto del Presidente Zeman – una normativa sul conflitto d’interessi. Tutto ciò contribuì a farlo cadere, ma sicuramente Babiš non intendeva fermarsi.

Alle elezioni parlamentari dell’ottobre 2017, ANO 2011  ha stravinto, ottenendo circa il 30% dei voti, superando ampiamente il risultato pronosticato dai sondaggi. I cechi in quell’occasione hanno scelto Babiš, il suo messaggio anti-corruzione ha raccolto un consenso diffuso in una popolazione disillusa. Dopo diverse consultazioni e non pochi fallimenti nell’ottenere la fiducia in parlamento, Babiš è riuscito a formare un esecutivo molto inusuale, alleato con l’estrema destra di Okamura e con il Partito Comunista di Boemia e Moravia. Un governo populista, presieduto da forze anti-sistema, apparentemente molto diverse fra loro.

Le alleanze di Andrej Babiš in Europa

Babiš, nonostante si sia dichiarato europeista e abbia portato ANO ad aderire all’ALDE – la famiglia europea dei liberali – a livello europeo, è un assiduo critico dell’UE. Si professa strenuo oppositore dell’euro, e ha sovente criticato la pervasività della burocrazia europea, i limiti degli accordi commerciali e la frammentarietà della politica estera. In un’intervista rilasciata al quotidiano economico Hospodarske, aveva infatti dichiarato “non voglio l’euro, non voglio farmi garante dei debiti greci, delle banche italiane”.  ANO rifiuta il collocamento nell’asse destra-sinistra, ma la sua natura cristiano-liberale lo avvicina ai partiti tradizionali del centro-destra.

Per certi versi ricorda la prima Forza Italia di Berlusconi, che nel ’94 si presentava come movimento alternativo al vecchio sistema, ma con profonde radici nel liberismo economico e nel conservatorismo sociale ereditato dalla Democrazia Cristiana. Pratica il pugno ferro sui migranti, combattendo ogni forma di immigrazione irregolare. Nel luglio 2018, quando sbarcarono 450 migranti a Pozzallo, in Italia, Babiš si oppose ferocemente alla richiesta del premier Conte di redistribuire i migranti. affermando “un approccio del genere è la strada verso l’inferno”. Tutte queste posizioni lo hanno portato ad entrare nel gruppo dei Paesi di Visegrád. A proposito di Orbán ha detto “l’unico a fermare i flussi a partire dal 2015, quando Budapest era invasa da 500.000 immigrati illegali”.

La Repubblica Ceca è stata, per larga parte della seconda metà del ‘900, il baluardo della resistenza contro l’ingerenza sovietica. La Primavera di Praga fu solo l’inizio di un rifiuto viscerale nei confronti dell’URSS, culminato nella Rivoluzione di Velluto dei primi mesi del ’90. Dopo la liberazione, la Repubblica Ceca è stata per tanti anni un modello di Stato democratico nel cuore della Mitteleuropa , lontana dalle pulsioni autoritarie di Paesi come Ungheria e Polonia. La stampa ceca era guardata dagli altri Paesi con ammirazione, le istituzioni godevano di grande rispetto e il popolo ceco guardava con speranza al futuro. Il Paese cresceva e nel 2004 culminò il suo percorso democratico con l’adesione all’Unione Europea. Qualcosa ben presto cambiò.

Oggi sembra che la popolazione abbia perso la fiducia nel futuro. Gli standard di vita elevati dei principali Paesi europei hanno alimentato un senso di frustrazione nei confronti dell’Unione Europea. l popolo ha maturato un malcontento sempre maggiore nei confronti dell’élite post-comunista che ha continuato a ricoprire ruoli di potere politico anche dopo la Rivoluzione di Velluto. Lo sdegno verso la classe dirigente e nei confronti dell’UE hanno provocato l’insorgere di sentimenti anti-establishment e anti-corruzione. Questo ha portato i cechi a scegliere Babiš ed il suo messaggio anti-sistema.

La risposta ad Andrej Babiš dalla Generazione di Velluto

La stampa Ceca sembra anestetizzata, lontana dagli anni migliori dove era simbolo di libertà di pensiero ed indipendenza. La sfiducia nelle istituzioni e nella politica è ai massimi livelli, la popolazione crede sempre meno nel futuro. Il controllo di Babiš sui media e sull’opinione pubblica sembra intramontabile. Ma non sono mancati segnali di rivolta, come la massiccia protesta di più di 250000 persone svoltasi a Praga al Letná Park  ad opera del movimento “Mille Momenti per la Democrazia” fondato da Mikulas Minar. Il movimento reclama libertà e democrazia, e chiede a Babiš di restituire tutte le sue proprietà in virtù dell’enorme conflitto di interessi. La protesta si è ripetuta qualche mese dopo, a novembre, nello stesso posto: questa volta i manifestanti presenti sono stati 300000. Un segno di come nonostante la degenerazione dei media e la svolta populista, nel Paese c’è ancora quel forte sentimento dissidente che a Praga aveva fatto salire i giovani sui carri armati sovietici nel ’68. Gli stessi giovani che, solo qualche decennio fa, liberarono definitivamente la Repubblica Ceca dall’oppressione dell’URSS.

Massimiliano Garavallihttps://orizzontipolitici.it
Classe ’97, ma con le occhiaie da quarantenne. Fondatore del blog culturale Sistema Critico, scrivo di politica e filosofia, e nel mezzo qualche poesia. Mi sono laureato con double degree in Economia e Management ad Urbino ed in European Economic Studies a Bamberg, Germania. Mi piace pensare che ogni nostro piccolo pensiero sia una spinta per qualcuno a cambiare.

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