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Privacy o Sicurezza? Il dilemma nella guerra al Covid-19

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Primum vivere deinde philosophari dicevano quei romani che in guerra si auto-imponevano un dittatore, per poi tornare alla repubblica. Così, la tendenza diffusasi, insieme al contagio, sembra quella di poter sacrificare la propria privacy per il bene della sicurezza pubblica. Ci si abituerebbe in questo modo all’eccezione: all’invasione della nostra privacy tramite l’accesso ai nostri dati al fine di tracciare e contenere l’espansione del virus. Il nocciolo della questione riguarda la probabilità che tali misure, giustificabili in questa situazione, possano prolungarsi nel tempo fino a normalizzarsi. Yuval Noah Harari, saggista, storico e docente universitario israeliano, parla, sul Financial Times, del rischio di una svolta autoritaria mascherata dalla politica dell’emergenza. Lo fa servendosi dell’esempio a lui più vicino, quello del suo Paese:  “nel 1948, durante la Guerra d’indipendenza di Israele, fu dichiarato lo stato di emergenza e furono prese misure di censura della stampa e persino regole speciali per fare il pudding. Le norme sul pudding sono state eliminate nel 2011, le restrizioni alla libertà sono rimaste.

Il rischio del “Facciamo come in Cina”

É riscontrabile spesso, in questa situazione, la tendenza a farsi sedurre dal modello autoritario adottato in Cina. La sorveglianza rigida dei cittadini e la limitazione delle loro libertà avrebbe così permesso di uscire dal periodo più buio del contagio. Questo è stato possibile monitorando gli smartphone dei cittadini, utilizzando milioni di fotocamere con riconoscimento facciale, obbligando le persone a controllare e riportare la loro temperatura corporea e le loro condizioni mediche. Non bisogna però dimenticare che tali misure sono state adottate in un Paese la cui struttura è molto diversa da quella delle democrazie occidentali che la ergono ad esempio.

Il successo della Corea del Sud

 Nel tracciamento degli spostamenti per contenere il contagio del virus, la Corea del Sud è sicuramente il Paese che ha investito più risorse. Il governo, da settimane, utilizza le reti cellulari, i sistemi GPS, le transazioni bancarie e le telecamere di videosorveglianza per tracciare i propri cittadini. Le informazioni sono poi mostrate in forma anonima su un sito web dedicato e inviate anche tramite SMS a chi potrebbe avere incrociato un infetto, in modo da ridurre la catena dei contagi.

Così, dopo essere stato per alcuni giorni il paese con più casi positivi dopo la Cina, la catena dei contagi in Corea del Sud è rapidamente diminuita. Questo cambiamento è in gran parte attribuito ai sistemi adottati tempestivamente dal governo, dei quali permangono però molti dubbi relativi alla tutela della privacy individuale. Sebbene i dati sugli spostamenti resi pubblici del governo siano anonimi, sono risultati però piuttosto dettagliati, al punto da rendere identificabili, per conoscenti e familiari, i luoghi in cui si è stati. Il labile confine tra sorveglianza sanitaria e tutela della privacy, che Jeong Eun-kyeong, direttore dei Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie della Corea del Sud, ha detto di voler rispettare sembra essere inevitabilmente a rischio.

Israele e la “nuova guerra

 Di fronte all’emergenza Covid-19, il premier israeliano Netanyahu definisce la situazione come una guerra, della quale vuole usarne gli strumenti. L’idea è infatti quella di servirsi dei sistemi di sorveglianza tecnologici che lo Shin Bet, il servizio segreto interno, usa per la guerra al terrorismo.

Si tratterebbe di monitorare chi sia risultato positivo: individuare i luoghi dove queste persone sono passate e controllare che non violino il periodo di isolamento a casa. Lo Shin Bet garantisce che non verrà violata la privacy e le informazioni non saranno sfruttate, ma l’opposizione denuncia comunque la violazione dei diritti civili.

App in corso

Contact Tracing (foto: Orbon Alija via Getty Images)

 Sì alle misure eccezionali per far fronte all’emergenza coronavirus, purché siano proporzionate e limitate nel tempo. Questo è il monito del Garante per la Privacy Antonello Soro.

Questa dovrebbe essere la linea guida da seguire all’interno dell’iniziativa “Innova per l’Italia” promossa dal ministero per l’Innovazione il 23 marzo e valida per pochi giorni. Rivolta ad aziende, università, enti e centri di ricerca pubblici e privati, l’obiettivo è stato quello di offrire le migliori soluzioni di data analytics allo scopo di monitorare e contrastare la diffusione del Covid-19.

Le regioni del Nord, colpite per prime, sembrano già essersi mosse: mentre secondo il governatore veneto Zaia le norme sulla privacy andrebbero sospese in questo frangente, la regione Lombardia, principale focolaio italiano, ha già sviluppato una forma di contact tracing servendosi dei dati forniti dalle compagnie telefoniche.

C’è chi rassicura

Il regolamento per la protezione dei dati nell’Unione Europea offre diverse tutele e protezioni per i cittadini ma prevede alcune eccezioni per casi di emergenza e di utilità pubblica. La presidente del Comitato europeo per la protezione dei dati (Edpb), ha dichiarato che  “anche in questi tempi eccezionali il responsabile del trattamento dei dati deve garantire la protezione dei dati personali delle persone interessate”, obbligando i Paesi a individuare misure “necessarie, appropriate e proporzionate a una società democratica”.

Soro è colui che dovrà approvare qualsiasi proposta nel bouquet di quelle considerate dal governo e sembra rassicurare affermando chela forza stessa della democrazia sta nella sua resilienza”: nella sua capacità cioè di modulare le deroghe alle regole ordinarie, in ragione delle necessità, inscrivendole in un quadro di garanzie certe e senza cedere a improvvisazioni.

Cosa aspettarsi?

 La riflessione di Harari sul Financial Times obbliga a pensare al tema, che non sarà di certo di secondo piano quando questa emergenza potrà dirsi, almeno in gran parte, risolta.

In quella che il sociologo canadese Derrick de Kerckhove ha definito Datacrazia, in uno scenario globale in cui le tendenze in atto risultano allontanarsi dal modello di democrazia liberale, che Putin ha recentemente definito obsoleta, la questione appare più centrale che mai. Il mondo sta affrontando una crisi globale, la più grande di questa generazione, e le decisioni che vengono prese oggi daranno probabilmente forma a quello delle prossime generazioni. Per questo bisogna tenere in conto anche le conseguenze a lungo termine di tali decisioni, una volta che la tempesta sarà passata.

Un aspetto rilevante riguarda la tecnologia di cui oggi si dispone: per la prima volta nella storia, essa permette di monitorare chiunque costantemente. Tecnologie sofisticate, strumenti ubiqui e algoritmi e non persone addette a monitorare i cittadini.  Harari mette in guardia sulla vera novità: la situazione emergenziale potrebbe normalizzare l’uso di tali strumenti di sorveglianza, passando così da una sorveglianza over the skin a una under the skin.

C’è chi reagisce dicendo che tali misure costituiscono qualcosa di temporaneo, in linea con la situazione emergenziale. Il rischio è l’insidiosa tendenza delle misure temporanee: quella di sopravvivere alle emergenze. Un rischio già esemplificato da Harari con il caso di Israele.  Per quanto riguarda l’Italia sarà il futuro a dirci se le misure prese in questi giorni in Lombardia si riveleranno provvisorie o se, riportando le parole di Giuseppe Prezzolini: “in Italia non c’è nulla di più definitivo del provvisorio”.

 

 

 

 

 

Francesca Pavanohttps://orizzontipolitici.it
Nata su quel ramo del lago di Como, vivo oggi a Milano e studio in Bocconi. Difetti rimandati a un’altra bio, cose belle in via d’estinzione su di me: sono romantica, credo nella politica e sogno in grande. Studio, leggo, viaggio e ogni tanto scrivo qualcosa di interessante per OriPo.

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