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“C’è bisogno di giornalisti con la schiena dritta come Enzo Biagi”

Tempo di lettura stimato: 5 min.

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In Rai dal 1980 Loris Mazzetti può vantare una lunga carriera nel giornalismo italiano. Storico collaboratore di Enzo Biagi, autore di programmi di successo come Vieni via con me e firma de Il Fatto Quotidiano, il giornalista emiliano è in questi giorni in onda ogni domenica su Rai 3 come volto di “Rai 3 per Enzo Biagi” trasmissione dedicata a Enzo Biagi che raccoglie le migliori interviste del grande giornalista di cui quest’anno ricorre il centenario.

Mazzetti perché oggi vale ancora la pena di ricordare Enzo Biagi?

Perché alcune innovazioni che oggi diamo per scontate sono state invece frutto del suo genio. Penso all’invenzione del format del “faccia a faccia” di cui è stato in Italia il vero pioniere o alla sua decisione, quando era direttore del Telegiornale Rai, di far presentare le notizie durante il TG da un giornalista e non da un annunciatore come veniva fatto fino a quel momento. Senza dimenticare la sua lotta per equiparare le condizioni degli operatori e dei giornalisti televisivi. Prima di questa battaglia, per esempio, giornalisti e tecnici dormivamo in trasferta in alberghi diversi. Situazione che non solo era di un’odiosa diseguaglianza, ma che causava anche ritardo nei servizi.

Fin qui i tributi. Ma cosa può trovare di utile un giovane spettatore guardando oggi un’intervista di Biagi?

Innanzitutto può scoprire che su certi temi purtroppo non è cambiato nulla. Se oggi si guardano le interviste al boss corleonese Luciano Liggio o all’ex capo della Nuova Camorra Organizzata Raffaele Cutolo si scopre che i temi toccati da Biagi sono gli stessi di oggi. Ma oltre a quest’attualità dei temi, c’è l’esempio di un giornalista con la schiena dritta.

Un esempio?

Se si guarda Proibito, trasmissione di Biagi del 1977, si può vedere il giornalista prendere accordi per l’intervista con Michele Sindona (finanziere condannato per bancarotta e coinvolto nel riciclaggio di denaro mafioso ndr). La fermezza del giornalista di fronte alla tracotanza del finanziere siciliano è oggi un monito al rispetto della propria professione per chiunque oggi voglia fare questo mestiere. Alla sua imparzialità e correttezza morale Biagi teneva molto e ricordo che ogni volta che iniziavamo una trasmissione ci diceva: “noi possiamo avere degli amici, ma la nostra trasmissione no”.

Crede che oggi i giornalisti mettano in pratica un motto simile?

Purtroppo oggi la normalità è vedere giornalisti disposti a tutto pur di intervistare i potenti. Un tempo di fronte a giornalisti come Biagi era quasi il contrario. Comunque ancora oggi ci sono giornali “senza padroni”, come Il Fatto Quotidiano e Il Manifesto per cui faccio il tifo, essendo gli unici non supportati da grandi gruppi finanziari. Ciò detto anche fra i giornali con alle spalle questi giganti si possono trovare giornalisti con la schiena dritta: penso all’ormai ex direttore di Repubblica Carlo Verdelli, che conosco personalmente e sulla cui onestà intellettuale non ho dubbi.

A proposito di influenze esterne: uno degli eventi che fece scandalo nel 2001 fu la cacciata di Enzo Biagi dalla Rai preannunciata da Silvio Berlusconi dalla Bulgaria con il famoso “editto bulgaro”. A distanza di quasi vent’anni sarebbe ancora un evento possibile in Rai?

Purtroppo la situazione in Rai da allora è molto peggiorata. E devo dire con dispiacere che il punto più basso riguardo il pluralismo non è stato toccato con Berlusconi, contro il quale comunque vi era qualche forma di resistenza, ma con la gestione Renzi. Anche se l’oggi leader di Italia Viva ha ragione a dire di non essersi mai interessato di Rai, avendo delegato tutte le faccende di lottizzazione al membro del Giglio Magico, Luca Lotti

Detta così, però, sembra che prima di Berlusconi e Renzi la Rai fosse libera dei condizionamenti dei partiti.

Assolutamente no: ai tempi della Prima Repubblica si diceva che su cinque giornalisti in Rai erano assunti due democristiani, un comunista, un socialista e uno bravo. Ma in realtà vi era una grande differenza con oggi: all’epoca anche fra i lottizzati c’erano professionisti per i quali al primo posto c’era lo spettatore. Il vero danno di Berlusconi e dei suoi successori non è stato lottizzare, ma mettere degli incompetenti del settore nei ruoli chiave.

Proprio sotto la gestione degli “incompetenti” lei ha realizzato nel 2010 un programma da quasi dieci milioni di telespettatori come “Vieni via con me”, condotto da Roberto Saviano e Fabio Fazio. Oggi in un Paese così diviso, anche sullo stesso Saviano, sarebbe possibile realizzare un programma del genere?

Purtroppo no, “Vieni via con me” è stato un successo figlio del suo tempo, tanto che ricevemmo lettere come quelle di una giovane coppia che aveva rispolverato il televisore dalla cantina per guardare il programma. Oggi è cambiato tutto e non solo nell’atmosfera del Paese, anche nei mezzi utilizzati con lo streaming che va per la maggiore.

Parlando di nuovi mezzi, internet è ormai uno dei principali, se non il principale, mezzo di informazione. Crede sia un bene o un male?

Sicuramente per il modo in cui viene oggi usato internet è un problema, nel senso che non fa comunicazione, ma informazione. La mancanza di verifica delle fonti è un vizio molto grave, così come la sua mancata punizione. Non sono per la censura preventiva, ma credo debba essere messo in piedi un sistema per cui chi sparga disinformazione ne paghi le conseguenze anche solo con una multa. Un altro grave problema è l’anonimato sul web: chi diffonde informazioni deve metterci la faccia e assumersi le responsabilità di ciò che dice.

Un altro problema dell’informazione sul web è la richiesta di una sorta di damnatio memoriae da parte di personaggi pubblici, ovvero di rimozione di informazioni sul loro passato in quanto non più attuali. Lei è d’accordo con questa pratica?

Credo sia importante fare dei distinguo: un conto è la richiesta di far sparire ad esempio una foto intima non autorizzata, un altro è chiedere, come la maggior parte di questi soggetti fa, di far sparire le notizie riguardanti le vicende giudiziarie. Per i cittadini è un diritto e un dovere sapere con chi si ha a che fare. Se poi si vuole essere dimenticati, basta sparire dai riflettori facendo un passo indietro.

Un’ultima domanda: oggi sono in tanti anche del mestiere a dare il giornalismo per moribondo. Lei che ne pensa e cosa direbbe oggi a un giovane che si approccia a questa professione?

È da quando ho iniziato a svolgere a questo lavoro che danno il giornalismo per morto, quindi direi che ormai ci ho fatto il callo. A un ragazzo che oggi inizia, direi che non basta saper scrivere ed essere curiosi: per poter oggi essere un bravo giornalista bisogna conoscere tutta la filiera di produzione di una notizia, da quando nasce a quando viene pubblicata e questo vale per qualsiasi mezzo di informazione.

Giunio Panarelli
Nato a Bologna, ma cresciuto salentino, frequento il corso di laurea magistrale in Politics and Policy Analysis in Bocconi. Da febbraio 2020 sono caporedattore di Oripo quindi se vi piace quello che leggete è merito mio se non vi piace è colpa degli autori. Nel 2018 è uscito per Edizioni Montag il mio primo libro "La notte degli indicibili". Un chiaro segno della crisi dell’editoria italiana.

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