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Università e scuola ai tempi del Covid

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La crisi del Coronavirus ha causato repentini e forzati cambiamenti nell’educazione a livello globale, spingendo verso un nuovo tipo di didattica basato principalmente sulla tecnologia. I Paesi che avevano deciso di chiudere scuole e università in primavera si trovano ora a dover scegliere se continuare su questa strada o tentare un graduale ritorno alla normalità.

La situazione in Italia 

In Italia le scuole riapriranno il 14 settembre. Al fine di evitare la temuta seconda ondata, il nostro Paese ha deciso di stanziare 1,6 miliardi di euro da utilizzare per lavori di edilizia, acquisto di strumenti innovativi e assunzione e formazione del personale scolastico. Le linee guida e i protocolli di sicurezza stesi dal Miur e dal comitato tecnico scientifico impongono l’obbligo della mascherina in determinate situazioni dai sei anni in su, il distanziamento di almeno un metro tra gli studenti, la sanificazione degli ambienti e la riorganizzazione degli spazi e dell’orario scolastico.

Del decreto rilancio oltre un miliardo di euro sono stati stanziati per il comparto delle università. I protocolli di sicurezza per la riapertura degli atenei sono simili a quelli richiesti alle scuole. Diversa sarà invece l’organizzazione delle lezioni. La Conferenza dei rettori (Crui) ha raccomandato “di non dimenticare gli studenti fuorisede, né quelli fragili, né tantomeno gli stranieri”. A tal proposito vari atenei hanno pianificato una fase 3 “blended”, basata sulla didattica mista: aprire l’università continuando però a garantire le lezioni online. Un esempio è il Politecnico di Milano, che ha diviso gli scaglioni in sottogruppi per mantenere il distanziamento sociale nelle aule, lasciando al contempo la possibilità ai fuorisede di seguire le lezioni via computer.

Crollo degli iscritti

La crisi economica causata dall’emergenza sanitaria rischia di far crollare gli iscritti all’università: in Italia si stima un calo di 10 mila matricole per l’anno 2020/2021, di cui 2/3 (oltre 6 mila) al Sud. A dirlo è un report di questo luglio dello Svimez, Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, che evidenzia anche la relazione tra il tasso di passaggio scuola-università e l’indebolimento del reddito, basandosi su quanto accadde dopo la crisi del 2008. Già allora, secondo i dati Anvur, Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca, il tasso di passaggio (percentuale di ragazzi diplomati che si iscrivono all’università) era crollato di oltre cinque punti, passando da 48,9% nel 2007 a 43,4% nel 2013. Per il 2020/2021, lo Svimez stima una riduzione di tale tasso di 3,6 punti nel Sud Italia, dove già si registravano i valori più bassi dell’intera area Euro, e di 1,5 punti nel Centro-Nord. 

 

Sempre dopo la crisi del 2008, il numero di matricole in Italia è continuato a diminuire fino al 2013. Anno in cui è cominciata una ripresa, che nel 2019 non aveva ancora riportato le immatricolazioni ai livelli pre-crisi. Adesso a contribuire all’impoverimento dei nuclei familiari, con conseguenze sulle spese per l’istruzione, si aggiunge la crisi Covid.  Tutto questo in un Paese che negli anni ha già accumulato un ritardo rispetto ai partner europei per accesso all’educazione terziaria. In Italia infatti, secondo dati OCSE, si registra un tasso di immatricolazione del 54,7%, valore al di sotto di altri Paesi come Francia (66,2%), Germania (68,3) e Spagna (73%). Per quanto riguarda il numero di laureati l’Italia occupa il penultimo posto nell’UE, davanti alla sola Romania: solo 27,6% dei 30-34enni italiani possiede una laurea, secondo Eurostat.  

Tasse universitarie 

Per contrastare gli effetti della crisi il report dello Svimez propone di rendere sistematica la no tax area proposta dal Ministero dell’Università, estendendola a 20 mila euro in tutto il Paese (passando poi a 30 mila euro), una borsa di studio statale che copra l’intera retta del 2020-21 negli atenei pubblici, e di destinare alle università risorse specifiche del piano europeo Next Generation.

Alcune università si sono già mosse, tra cui la Federico II e la Sapienza, che ha approvato l’esenzione completa per le matricole e per gli studenti meritevoli con Isee fino a 24.000 euro ed ulteriori agevolazioni per Isee superiori; una manovra da 8,5 milioni di euro che riguarderà circa 40mila studenti. Spostandosi al Nord, l’Università di Padova ha invece adottato un pacchetto di misure da 15 milioni di euro, tra cui agevolazioni sulla retta e bonus per l’acquisto di un computer, l’affitto e mezzi di trasporto. 

La situazione in Europa

Ma la crisi del coronavirus non ha coinvolto solo gli studenti italiani. L’Unione Europea ha, a tal proposito, deciso di stanziare 200 milioni di euro per sostenere la formazione digitale, lo sviluppo delle competenze e l’insegnamento sia digitale che tradizionale nei propri Paesi. La Commissaria europea per l’Innovazione, la ricerca, la cultura, l’istruzione e i giovani Mariya Gabriel ha evidenziato come “la crisi del coronavirus” abbia messo in luce “l’importanza e il valore aggiunto della cooperazione europea nel settore dell’istruzione e della formazione. Dall’inizio della crisi, i Ministri dell’Istruzione si sono riuniti ogni mese e insieme abbiamo esaminato gli insegnamenti tratti dalle numerose sfide che il settore dell’istruzione e della formazione ha dovuto affrontare durante il confinamento. Insieme definiremo le nostre azioni e iniziative future per trasformare questa crisi in un trampolino verso sistemi di istruzione inclusivi adatti all’era digitale del 21° secolo.” 

Mancando una direttiva europea comune sulla gestione della pandemia nelle scuole e università, i vari Paesi dell’Unione si organizzati in maniera eterogenea. Mentre l’Italia ha deciso di far ripartire le lezioni in classe da settembre, altri Stati come la Francia e la Germania si sono mossi dalla scorsa primavera. La riapertura delle scuole è stata gestita diversamente addirittura tra gli Stati federati tedeschi, senza una linea nazionale. Specchio di un’opinione pubblica divisa sull’obbligatorietà delle mascherine in classe. Così, nello Stato federato dello Schleswig-Holstein non vi è nessuna legge che ne vincoli l’utilizzo.

In Svezia, invece, le scuole non sono mai state chiuse. Secondo il virologo svedese Anders Tegnell, la decisione non ha influenzato particolarmente i tassi di contagio. Tegnell ha anzi avvertito la comunità internazionale che aprire le scuole solo per poi richiuderle avrebbe delle conseguenze disastrose, in particolare sulla fiducia popolare nelle autorità pubbliche.

Anche nel Regno Unito, nonostante le critiche di varie organizzazioni, le scuole e università riapriranno entro la fine di settembre. La University and College Union, composta da più di 120mila accademici e lavoratori universitari, ha accusato il governo di “incoraggiare una crisi sanitaria pubblica” e invitato a non riaprire gli atenei prima di Natale. È della stessa idea la National Union of Students, che ha ribadito la necessità di misure sanitarie che diano la priorità alla salute degli studenti e dello staff.

Secondo uno studio di The Lancet, se la riapertura delle scuole e dei college non fosse accompagnata da un severo controllo e rispetto dei protocolli di sicurezza, si rischierebbe una seconda ondata di Coronavirus a dicembre. Il sistema di tracciamento dei contatti del sistema nazionale inglese deve raggiungere il 68% dei casi e i loro contatti, a fronte dell’attuale 50%.

Futuro dell’università

In una lettera pubblicata a giugno, più di 1.500 medici del Royal college of paediatrics and child health del Regno Unito (Rcpch), hanno invece espresso la loro preoccupazione per una chiusura prolungata delle scuole, che rischierebbe “di compromettere la crescita di un’intera generazione di ragazzi”. Allo stesso modo, una ricerca di Universities UK ha rilevato che quasi il 60% degli studenti universitari crede che la vita in campus ricopra una parte fondamentale negli studi, in quanto luogo di crescita personale e sviluppo delle capacità collaborative. Come ha dichiarato al The Guardian Kendrick Oliver, professore dell’Università del Southampton, “niente può sostituire l’esperienza in classe. Essere fisicamente insieme in uno spazio equivale a una ricca comunicazione e più energia e sperimentazione da tutte le persone coinvolte.”

In più, l’abbandono della didattica dal vivo risulterebbe nella perdita di una grande fetta di studenti internazionali e avrebbe forti ripercussioni sulla parità di genere, già diminuita di trent’anni durante il lockdown. In Europa, nelle coppie etero-genitoriali la cura dei figli ricade in media per il 60% sulle donne. Qualora la didattica a distanza (dad) persistesse, le madri si ritroverebbero a dover contemporaneamente lavorare e seguire i propri figli nello studio. 

Testo a cura di Elena D’Acunto e Maria Luisa Zucchini

 

*Studente con mascherina [crediti foto: Alexandra_Koch. Pixabay License]

 

Redazione
Orizzonti Politici è un think tank di studenti e giovani professionisti che condividono la passione per la politica e l’economia. Il nostro desiderio è quello di trasmettere le conoscenze apprese sui banchi universitari e in ambito professionale, per contribuire al processo di costruzione dell’opinione pubblica e di policy-making nel nostro Paese.

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