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Covid-19: un passo indietro per la gender equality?

Tempo di lettura stimato: 5 min.

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Se il Covid-19 ha colpito tutto il mondo provocando più di 500.000 morti e una crisi economica globale, alcune categorie stanno sicuramente risultando più danneggiate di altre. In particolare, guardando alle differenze di genere, l’impatto sembra accentuare alcune disuguaglianze pre-esistenti. Se in termini clinici gli uomini sembrano essere più a rischio, la pandemia non si è tradotta solamente in una crisi sanitaria. Le conseguenze che essa ha avuto sul piano economico e sociale sembrano aver avuto infatti un impatto penalizzante per il genere femminile, mettendo a rischio i passi in avanti fatti negli ultimi anni in tema di gender equality. 

Gender equality: a che punto eravamo e cosa aspettarsi

La gender equality è diminuita negli ultimi 30 anni. L’aumento di partecipazione femminile ha ridotto il gap tra forza lavoro maschile e femminile, specie nelle economie più avanzate. Anche il gap educativo si è ridotto: nel mondo, 35 Paesi hanno raggiunto la piena parità e 120 hanno colmato per il 95% le disuguaglianze presenti in passato. 

Tuttavia, sono ancora relativamente poche le donne che lavorano: il 94% degli uomini tra i 25 e i 54 anni ha un’occupazione, contro il 63% delle donne della stessa fascia di età. Inoltre, quando queste trovano occupazione, hanno spesso retribuzioni minori. Gli ultimi dati Eurostat sulla disparità salariale tra uomo e donna fotografano una situazione che, in Europa, vede una differenza media nello stipendio del 15%, seppur in costante diminuzione.

Gli ultimi mesi risultano essere critici: se dal punto di vista sociale risultano allarmanti le segnalazioni di violenza domestica, aumentate sensibilmente nel periodo di lockdown, in ambito economico e lavorativo le donne sono state maggiormente penalizzate per motivi differenti. 

Perché questa recessione è diversa 

Le recessioni del passato hanno colpito maggiormente il genere maschile in termini di rischio di disoccupazione: i settori tradizionalmente colpiti erano quelli dell’edilizia, della produzione, del commercio, dei trasporti e dei servizi di pubblica utilità. Tutti settori caratterizzati da una percentuale di uomini occupati (46%) maggiore rispetto a quella delle donne (24%). 

Quest’ultima recessione ha invece colpito settori differentigoverno, servizi sanitari e istruzione, nei quali l’impiego femminile (40%) è maggiore rispetto a quello maschile (20%).

La valutazione in merito all’intensità del rischio a cui il lavoratore è soggetto può essere valutato oggi secondo due criteri: se l’occupazione riguarda o meno quelle che sono considerate attività critiche e/o deve poter essere svolta in modalità smart-working. Queste ultime vedono impiegati maggiormente uomini (52%) rispetto a donne (39%).

I settori più colpiti

Settori sociali
Le donne, come già anticipato, risultano maggiormente occupate in settori sociali (quali  ospitalità, vendita al dettaglio, ristoranti e turismo): questi richiedono necessariamente interazioni umane, messe oggi in difficoltà dal distanziamento sociale.

Lavori informali
Il settore informale, specie nei Paesi in via di sviluppo, vede maggiormente coinvolto il genere femminile. In questi settori non solo la sicurezza del lavoro, così come la protezione sociale, è minima ma anche le retribuzioni sono inferiori. La situazione è particolarmente acuta nei Paesi a medio e basso reddito, dove il 56% delle donne lavora in questi settori ad alto rischio, rispetto al 39% degli uomini.

Settore manifatturiero
Il settore manifatturiero risulta uno dei più colpiti dall’epidemia Covid-19 e dalle conseguenti misure di contenimento. Considerate impegnate in larga parte in attività non essenziali, le aziende di questo settore sono state costrette a chiudere o a ridurre la propria attività.

Gender equality: lavoro e famiglia

Durante la crisi pandemica l’assenza dell’assistenza all’infanzia è stata forse una delle sfide più cruciali per i nuclei familiari di tutto il mondo. Scuole primarie e secondarie di primo grado e asili nido sono state le prime istituzioni a serrare i battenti. Le famiglie si sono quindi trovate senza alcun punto d’appoggio nella gestione dei figli, non potendosi avvalere né di babysitter né del tradizionale ausilio dei nonni, in quanto considerati categorie ad alto rischio.

Negli Stati Uniti, il 44% delle coppie sposate con figli vede entrambi i coniugi impegnati lavorativamente a tempo pieno. Nelle coppie con doppio reddito il lockdown ha costretto i coniugi a ripartirsi le responsabilità derivanti dall’assistenza all’infanzia diventata full-time.

In linea generale, notiamo come, nelle coppie in cui entrambi i genitori lavorano, le madri siano coinvolte già coinvolte in circa il 60% di assistenza all’infanzia: gli uomini svolgono 7,2 ore di assistenza all’infanzia a settimana contro le 10,3 delle donne. 

Se questo problema ha quindi rappresentato un ostacolo importante per quelle famiglie che possono contare sul contributo di entrambi i genitori, esso è stato ancora più sentito dai genitori single. Negli Stati Uniti, secondo US Census Bureau 2019, sono 19 milioni i bambini che vivono con genitori single (70% dei quali sono madri single). Secondo una analisi dell’American Time Use Survey, solo il 20% dei genitori single ha riferito di essere in grado di telelavorare rispetto al 40% delle persone sposate con figli: molti di questi sono stati dunque  costretti a lasciare il lavoro per prendersi cura dei propri figli

Se è certo che la perdita di posti di lavoro, in una recessione, può avere effetti negativi duraturi sui guadagni futuri e sulla sicurezza del lavoro, c’è spazio anche per l’ottimismo. Questa crisi potrebbe infatti portare molte aziende a considerare nel lungo termine la modalità smart working, così da agevolare la gestione di vita familiare e lavorativa per molte donne. Inoltre, potrebbe essere tempo di un importante cambiamento culturale: quello che vedrebbe molti padri, affiancare o sostituire la propria coniuge nella cura dei figli tramite nuove disposizioni in campo di congedo parentale, per il quale l’Italia risulta ancora essere indietro sullo scenario europeo. 

Testo a cura di Francesca Pavano e Caterina Romano

Nata su quel ramo del lago di Como, vivo oggi a Milano e studio in Bocconi. Difetti rimandati a un’altra bio, cose belle in via d’estinzione su di me: sono romantica, credo nella politica e sogno in grande. Studio, leggo, viaggio e ogni tanto scrivo qualcosa di interessante per OriPo.

Milanese di nome e di fatto, cittadina europea per scelta. Classe ’98, studio Giurisprudenza all’Università degli Studi di Milano. Sono molto energica, non mi fermo mai: membra attiva in numerose associazioni (ELSA Milano, Parlamento Europeo Giovani, etc), sono sempre alla ricerca di tutto ciò che possa ampliare le mie prospettive. Per questo motivo ho deciso di intraprendere il mio percorso in OriPo.

Redazione
Orizzonti Politici è un think tank di studenti e giovani professionisti che condividono la passione per la politica e l’economia. Il nostro desiderio è quello di trasmettere le conoscenze apprese sui banchi universitari e in ambito professionale, per contribuire al processo di costruzione dell’opinione pubblica e di policy-making nel nostro Paese.

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