Il referendum dell‘8 e il 9 giugno è ormai alle porte: i cittadini italiani sono chiamati ad esprimersi su cinque quesiti referendari abrogativi, quattro dei quali riguardano il lavoro e uno in merito alla cittadinanza. La vittoria dei Sì porterà all’abrogazione totale o parziale della legge in questione, in caso contrario, con la vittoria del No la norma rimarrà invariata. Trattandosi di una consultazione referendaria abrogativa, il numero dei votanti deve superare di un’unità il 50% degli aventi diritto al voto, pena l’invalidità del referendum stesso.
L’analisi che segue si propone di presentare il referendum nei suoi 5 quesiti, chiarendone i contenuti e di presentando le implicazioni della vittoria dei Sì o al contrario della vittoria dei No.
Il primo quesito: disciplina dei licenziamenti illegittimi
Il quesito riportato sulla scheda verde riguarda il «Contratto di lavoro a tutele crescenti – Disciplina dei licenziamenti illegittimi: Abrogazione». Si tratta, in sintesi, di decidere in merito al reintegro del lavoratore sul posto di lavoro in caso di licenziamento ingiustificato. L’obiettivo è quello di offrire la possibilità di reintegro nel posto di lavoro per i dipendenti licenziati senza giusta causa, attraverso l’analisi del singolo caso da parte del giudice.
Attualmente, per gli assunti in un’azienda con più di 15 dipendenti a partire dal 7 marzo 2017, vige la disciplina dei licenziamenti introdotta dal Jobs Act nel 2015, che sancisce in caso di licenziamento illegittimo il diritto a un indennizzo economico predeterminato stabilito in base all’anzianità maturata di assunzione, con una possibilità di reintegro nel posto di lavoro nei casi tipizzati dalla legge, come previsto dall’art. 2 del D.lgs 23/2015. Va specificato che il licenziamento viene considerato illegittimo, nei casi in cui: manca una giusta causa o un giustificato motivo, il datore di lavoro viola le procedure previste dalla legge nel procedere al licenziamento, il licenziamento si basa su una motivazione illegittima o viene comunicato in un periodo considerato protetto, come la maternità, la malattia o la paternità.
Il primo quesito propone di tornare quindi al sistema precedente al Jobs Act, abrogando il decreto legislativo n. 23/2015. Pertanto, con la vittoria del Sì e un quorum valido, il giudice sarà chiamato ad applicare la legge che tutela il lavoratore in caso di licenziamento senza giusta causa: qualora il datore di lavoro perda la causa con il dipendente, in caso di licenziamento individuale, si tornerebbe a un indennizzo di entità compresa tra un minimo di 12 e un massimo di 24 mensilità. Nel caso, invece, di indebiti licenziamenti collettivi (almeno 5 dipendenti), i lavoratori sarebbero reintegrati nel posto di lavoro, ed eventualmente potrebbero concordare un indennizzo.
Con la vittoria del No o un quorum insufficiente resterebbe in vigore la norma attuale, dunque, il datore di lavoro continuerebbe ad offrire una compensazione economica al lavoratore licenziato ingiustamente, se assunto dopo il 7 marzo 2015.
Il secondo quesito: indennità di licenziamento
Quanto al secondo quesito del referendum, sottoposto agli elettori e contrassegnato dalla scheda arancione, esso riguarderà la disciplina delle indennità per licenziamenti illegittimi nelle piccole imprese. Quest’ultimo solleva un dibattito sul bilanciamento tra la protezione dei lavoratori e la sostenibilità delle piccole imprese: mantenere l’attuale sistema di indennità o adottare un approccio più flessibile e personalizzato?
L’abrogazione in questione è quella dell’articolo 8 della legge 15 luglio 1966, n. 604 come modificato dalla legge 11 maggio 1990 n. 108. Attualmente, in caso di licenziamento illegittimo in piccole aziende, ovvero quelle con meno di 15 dipendenti, viene prevista un’indennità risarcitoria compresa tra un minimo di 2,5 e un massimo di 6 mensilità di retribuzione, con possibilità di aumento fino a 10 o 14 mensilità in base all’anzianità di servizio e alla dimensione dell’azienda. L’abrogazione delle sezioni indicate nel quesito consentirebbe al giudice di determinare l’indennizzo senza limiti prestabiliti, valutando caso per caso elementi come l’età del lavoratore, i carichi familiari e la capacità economica dell’azienda stessa.
Chi si è espresso a favore del quesito referendario ritiene che l’attuale normativa penalizzi i lavoratori delle piccole imprese, offrendo loro tutele inferiori rispetto a quelli delle aziende più grandi. Eliminare i tetti massimi alle indennità permetterebbe invece una valutazione più equa e personalizzata dei danni subiti dal lavoratore, rafforzando la giustizia sociale e disincentivando i licenziamenti arbitrari, ristabilendo un equilibrio nei diritti dei lavoratori, indipendentemente dalla dimensione dell’azienda.
Al contrario, i sostenitori del No sottolineano come l’eliminazione dei limiti alle indennità possa creare incertezza giuridica e aumentare i contenziosi legali, con conseguenti costi difficilmente prevedibili a carico delle piccole imprese. Secondo questa visione, le attuali disposizioni offrirebbero un equilibrio tra la tutela dei lavoratori e la sostenibilità economica delle aziende di piccole dimensioni, evitando che queste ultime siano disincentivate ad assumere per timore di oneri eccessivi in caso di controversie.
Il terzo quesito: causali dei contratti a termine
Il terzo quesito, riportato sulla scheda grigia, propone di eliminare la possibilità, attualmente concessa ai datori di lavoro, di stipulare contratti a termine della durata massima di dodici mesi senza dover indicare le “causali“, cioè uno o più motivi per i quali non si ricorre invece a un contratto non a termine.
La legislazione in tema di contratti a termine è stata oggetto di modifica nel 2015 con il Jobs Act, che aveva eliminato la necessità di indicare causali nel caso di un rapporto di lavoro pari o inferiore ai 12 mesi. L’obbligo era stato reintrodotto nel 2018 del governo Conte e poi di nuovo modificato nel 2023 dal governo Meloni, che ha escluso l’obbligo di causali per i rinnovi e per le proroghe per i contratti fino a 12 mesi e introdotto nuove causali obbligatorie per i contratti con durata compresa tra i 12 e i 24 mesi.
Se il quesito referendario dovesse essere accolto, si potrebbe assumere con un contratto a termine solo sulla base delle causali previste dai contratti collettivi di lavoro. Chi si schiera per il Sì afferma che le causali servono per evitare abusi: senza causali un’azienda potrebbe disporre dei contratti a termine, risparmiando su diritti e tutele e creando precarietà strutturale.
Chi invece sostiene il No chiede di mantenere la legislazione attuale argomentando che si tratta di uno strumento di flessibilità che consente alle aziende di gestire meglio picchi di produzione ed esigenze di personale difficilmente preventivabili a priori.
Il quarto quesito: responsabilità solidale
Il quesito sulla scheda rosso rubino, denominato dai promotori “Lavoro sicuro”, propone l’abrogazione delle norme che escludono la responsabilità delle aziende committenti di sottrarsi alla responsabilità solidale per il pagamento di retribuzioni e contributi previdenziali ai lavoratori impiegati negli appalti, tutela oggi invece prevista in caso di selezione diligente dell’appaltatore. Attualmente, infatti, se il committente dimostra di aver scelto l’appaltatore secondo criteri corretti e nel rispetto della legge, può non essere chiamato a rispondere per eventuali inadempienze verso i lavoratori.
Se il referendum avesse esito positivo, la responsabilità del committente non sarebbe più condizionata alla sua diligenza: diventerebbe automatica, qualora si verificasse un illecito ai danni del lavoratore.
Chi sostiene il Sì ritiene che si tratti di una garanzia fondamentale per i lavoratori, utile a prevenire abusi e a scoraggiare pratiche scorrette nel mondo degli appalti. La modifica potrebbe rafforzare la tutela dei lavoratori coinvolti negli appalti, prevedendo che anche il committente risponda sempre – insieme all’appaltatore e ai subappaltatori – in caso di mancati pagamenti di salari o contributi.
Chi appoggia il No crede che l’obbligo automatico di responsabilità solidale potrebbe scoraggiare il ricorso ai subappalti anche quando gestiti in modo regolare.
Il quinto quesito: cittadinanza italiana
Si tratta dell’unico quesito referendario tra i cinque proposti che non riguarda il mercato del lavoro, ma una norma sulla cittadinanza. Il testo sulla scheda gialla propone di modificare parzialmente l’articolo 9 della legge n. 91 del 5 febbraio 1992.
In particolare, esso mira ad abrogare integralmente la lettera f), che prevede l’obbligo di almeno dieci anni di residenza legale per i cittadini extracomunitari maggiorenni che intendono fare richiesta di cittadinanza. Inoltre, la modifica parziale alla lettera b) è necessaria per evitare che – una volta abrogata la lettera f) – l’unico riferimento normativo rimasto continui a prevedere il requisito dei cinque anni solo per gli adottati. Eliminando le specifiche relative all’adozione, la legge non farebbe più distinzione tra adottati e altri stranieri extracomunitari permettendo a tutti di richiedere la cittadinanza dopo cinque anni di residenza legale.
Se il quesito dovesse essere approvato, tutti gli altri requisiti per la concessione della cittadinanza, come la minima conoscenza della lingua italiana a livello B1, il possesso di un reddito adeguato, l’assenza di condanne penali e la non pericolosità per la sicurezza dello Stato, rimarrebbero invariati.

Come si può vedere dalla mappa, l’Italia è uno dei paesi europei in cui i requisiti di cittadinanza sono tra i più stringenti. Questa soglia è considerata dai promotori del referendum un ostacolo ad una vera e propria inclusione sociale di persone extracomunitarie che vivono, studiano e lavorano in Italia da anni.
I contrari sottolineano che l’Italia, ciononostante, sia già tra i Paesi europei che concedono più cittadinanze: nel 2023, sono state oltre 213.600, pari al 20,3% del totale dell’Unione Europea. Secondo questa visione, l’attuale requisito di dieci anni garantirebbe un percorso di integrazione più solido e consapevole. Inoltre, si ritiene che un referendum abrogativo non sia lo strumento più adatto per riformare una materia complessa come la cittadinanza, ma sarebbe da preferirsi un dibattito parlamentare approfondito e una riforma organica.
Oltre i quesiti del referendum: quando e come si vota?
Dopo aver presentato e auspicabilmente chiarito i cinque quesiti del referendum p.v., ribadiamo alcune informazioni pratiche: si potrà votare nei giorni di domenica 8 giugno 2025 dalle 7:00 alle 23:00 e lunedì 9 giugno dalle 7:00 alle 15:00.
Per votare, come in tutte le altre consultazioni elettorali, bisognerà recarsi nel proprio seggio di residenza, muniti di tessera elettorale e documento di identità in corso di validità. Con il “Sì”, l’elettore si esprime favorevolmente all’abrogazione delle norme in questione; tracciando una croce sul “No”, invece, ci si oppone alle modifiche proposte dai promotori, ergo si è favorevoli al mantenimento dello status quo.
*Immagine di copertina: [Foto di Mohamed Hassan da Pixabay]
Testo a cura di Riccardo Bisato, Anna Borghetti, Mattia Moretta, Marco Passalacqua e Niccolò Scaglia





