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Politainment, quando la politica sfocia in intrattenimento

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Nella nostra società dello spettacolo, anche la politica è diventata uno show. L’aumento dei talk politici, ma soprattutto il cambiamento delle modalità con cui questi programmi vengono condotti, sono i segni di una “politica pop” (Gianpietro Mazzoleni, Anna Sfardini). Ebbene, questa spettacolarizzazione della politica ha trovato un nome: politainment, termine coniato dall’unione di politics ed entertainment.

Cos’è il politainment?

Coniato nei primi anni Duemila da David Schultz, professore di Scienza Politica alla Hamline University “politainment” è la completa saturazione della politica con i media e il marketing. Schultz detta alcuni codici per i nuovi aspiranti politici. Per esempio, definirsi come personaggio chiaro, distinto e appassionato, usare le migliori nuove tecnologie per le proprie campagne e soprattutto essere capaci di raccontare una storia. Così molti politici oggi sono autori del proprio personaggio (mediatico oltre che politico): ospiti di talk show, oggetto di scoop, satira e meme sui social media

Con il politainment i confini tra popolarità e potere politico sfumano fino a confondersi. Si pensi alla prassi dei sondaggi di gradimento dei leader; oppure, di contro, all’ingresso in politica di persone legate al mondo dello spettacolo. Tra queste, Jesse Ventura, ex-wrestler e attore, che nel 1998 fu eletto Governatore del Minnesota con il Partito Riformista, ma anche Ronald Reagan, attore in varie produzioni Western prima di diventare Presidente degli USA; fino ad arrivare al rapper americano Kanye West e all’annuncio della sua candidatura alle Presidenziali USA del 2020.

politainment
Jesse Ventura in un poster della Food and Drug Administration (FDA) contro gli steroidi.

Per Jorg-Uwe Nieland, docente dell’Università di Munster, il termine politainment non si riferisce solo alla presenza sempre crescente di politici-intrattenitori o di politici legati al mondo dello spettacolo, fenomeno da lui definito entertaining politics. Bisogna parlare anche di political entertainment quando temi e attori politici vengono trasformati – con più o meno successo – in output riconducibili ai format della cultura popolare: show televisivi, film, riviste di gossip e serie tv. Caso lampante in tal senso è il record della serie tv House of Cards, i cui “intrighi del potere” hanno reso Netflix il colosso mondiale che è oggi. 

La politica pop in Italia

L’Italia non è estranea al politainment, anzi. Ricondotto per antonomasia all’uso politico delle reti Mediaset da parte del proprietario Silvio Berlusconi, questo politainment costituì l’ideale trampolino di lancio per la sua “discesa in campo” nel 1994. In Italia, inoltre, non essendo mai esistiti tabloid simili all’inglese The Sun e al tedesco Bild, la spettacolarizzazione del discorso politico è avvenuta principalmente nei salotti televisivi, prima in Mediaset e poi anche in Rai. 

Dalla rivista giornalistica “Problemi dell’informazione”, n.1 del 2011, è possibile quantificare come la politica sia diventata più popolare e più accessibile. Sulla carta stampata, tra 1992 e 2011, il Corriere della Sera passa da uno spazio dedicato alla politica dell’8% al 17%. L’incremento per Repubblica è meno sensibile (dall’11% al 17%); triplica il colonnaggio di politica de il Giornale (passato dall’11 al 31%). Per quanto riguarda la tv, sempre dal 1992 al 2011, si passa da poco meno di una decina di ore settimanali di talk show (Mixer, Profondo Nord, Samarcanda, L’istruttoria), più le incursioni dei politici al Maurizio Costanzo Show e a Fatti Vostri, a una presenza quotidiana massiccia e continua.

Tra gli esempi italiani di political entertainment più celebri ci sono le produzioni di Paolo Sorrentino, con Giulio Andreotti e Silvio Berlusconi rappresentati rispettivamente ne Il Divo (2008) e in Loro I e II (2018), e la produzione Sky di 1992, 1993 e 1994 sulle inchieste Mani Pulite. All’entertaining politics, invece, appartiene Beppe Grillo, la cui carriera nel mondo dell’intrattenimento ha catalizzato la crescita del Movimento 5 Stelle, o anche Iva Zanicchi, eletta eurodeputata per il Popolo della Libertà tra 2009 e 2014. 

Un nuovo modo di fare politica

Come emerge da “Poteri e Informazione” di Massimiliano Panarari, docente di comunicazione politica alla LUISS, il processo di mediatizzazione contribuisce significativamente alla genesi di una “democrazia media-centrica” con caratteristiche piuttosto differenti da quelle di una democrazia liberal-rappresentativa. 

Si faccia riferimento alle tre grandi teorie degli effetti dei media sulla politica: priming, framing e agenda setting. I media rivestono un ruolo cruciale nel plasmare il dibattito politico: fissano i criteri con cui presentano i fatti politici (priming), influenzano la loro interpretazione (framing), e, infine, contribuiscono a stabilire le priorità – e la frequenza – dei temi nel discorso politico (agenda setting). Questo si intende per democrazia media-centrica: una democrazia inedita, fondata su una politica sempre più spettacolarizzata. Negli ultimi anni, anche grazie a format televisivi e social sempre più sensazionalistici, vari personaggi hanno saputo sfruttare questo nuovo ambiente, ormai scisso dai canoni politici tradizionali. Quando a dettare l’agenda politica è ciò che intrattiene e crea seguito si può dire che il politainment è in atto.

 

Testo a cura di Giovanni Carletti e Giovanni Polli

 

Redazione
Orizzonti Politici è un think tank di studenti e giovani professionisti che condividono la passione per la politica e l’economia. Il nostro desiderio è quello di trasmettere le conoscenze apprese sui banchi universitari e in ambito professionale, per contribuire al processo di costruzione dell’opinione pubblica e di policy-making nel nostro Paese.

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