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Troppo grandi per le tasse? La sfida dei big tech

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Lo si è detto a più riprese: la pandemia ha spinto al limite del parossismo tendenze e distorsioni già presenti sullo scenario globale. Accade anche con le Big Tech, da tempo al centro di un dibattito internazionale alimentato dalla necessità di prevedere una riforma fiscale che imponga un sistema di tassazione diverso per le multinazionali dotate di un fatturato di miliardi di euro l’anno. Attraverso il filtro della pandemia, infatti, è possibile osservare come dalle macerie economiche del covid-19 pochi eletti abbiano trovato scampo. Tra questi i titolari dei colossi del web, che, proprio nell’anno del lockdown e degli acquisti a distanza, hanno visto aumentare esponenzialmente i propri guadagni. Esemplare è la parabola di Jeff Bezos, fondatore di Amazon e uomo più ricco al mondo, che ha visto crescere il rendimento di ogni titolo Amazon del 75% e il proprio patrimonio del 68,7%.

Stabilimento Amazon, crediti: Photo by Bryan Angelo on Unsplash

Così le big tech eludono il sistema e pagano meno tasse

A finire nel gorgo delle polemiche è in generale il sistema di tassazione dei “giganti del websoft”, secondo la denominazione contenuta nel report dell’area studi del centro Mediobanca che ha analizzato i bilanci di 25 tra le principali aziende del web e del software (tra cui Amazon, Google e Facebook) nel quinquennio 2015-2019 e nel primo semestre 2020. Stando alle rendicontazioni, queste aziende – districandosi nei Paesi a fiscalità agevolata – sono riuscite a risparmiare 46 miliardi di euro tra il 2015 e il 2019. Un cortocircuito sintomatico delle falle dell’attuale sistema fiscale: le Big tech pagano infatti le tasse nei Paesi in cui hanno le filiali, scelti – logica vuole – tra quelli che offrono maggiori vantaggi. Non stupiscono, in tal senso, le rilevazioni del report di Mediobanca, secondo cui circa la metà dell’utile realizzato dalle imprese censite nel 2019 sia stato tassato in Paesi a fiscalità agevolata. Questa tendenza era già stata evidenziata in un precedente studio con cui Mediobanca metteva sotto la lente d’ingrandimento i conti aggregati delle 390 multinazionali più grandi del mondo nel quinquennio 2012-2016, facendo emergere il consolidamento della “pianificazione aggressiva delle tasse”, ossia il ricorso a pratiche elusive come lo spostamento degli utili verso Paesi dalla giurisdizione fiscale meno invasiva. Il risultato è presto detto: soldi che scappano dalle casse degli Stati in cui le multinazionali generano il reddito. Quanti? Tanti, almeno secondo il rapporto dell’organizzazione non governativa Fair Tax Mark, che ha stimato in 100 miliardi di dollari il risparmio realizzato dalle Silicon Six – Amazon, Apple, Facebook, Google, Microsoft e Netflix – nel decennio 2010-2019. 

L’Ocse e i tentativi di riforma del sistema di tasse per le Big Tech

Il sistema di tassazione delle multinazionali è stato a lungo al centro di un dibattito declinato sul piano internazionale, ma anche su quello europeo e dei singoli Stati nazionali, in una sorta di gioco al ribasso fatto di aspettative tradite e discese ai piani inferiori. A partire dal 2013 l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo (Ocse) ha avviato il pacchetto Beps per la promozione di una revisione del sistema fiscale che provi a contrastare le elusioni sinora realizzate. È un percorso tortuoso, che passa per la pubblicazione di un programma di lavoro approvato nel 2019 e per una serie di negoziazioni condotte da 137 Stati a scansione periodica nel 2020, terminate – almeno per il momento – in un nulla di fatto. A contribuire allo stallo, la pandemia da covid-19 e l’appuntamento delle elezioni Usa dello scorso 3 novembre, che hanno rappresentato ostacoli insormontabili sul cammino che prometteva di far raggiungere la riforma della tassazione della digital economy per fine 2020. A frapporsi alle istanze di revisione ci avevano però già pensato gli Usa, coinvolti più di altri soggetti internazionali a causa della paternità di molte tra le multinazionali per cui si discute una tassazione più stringente. Si spiega così il congelamento delle trattative dello scorso giugno, quando, in pieno mandato di Donald Trump, gli Usa hanno sospeso i negoziati fiscali internazionali e minacciato ritorsioni per gli Stati favorevoli alla revisione del fisco.

Multinazionali del tech, crediti Thomas Ulrich da Pixabay

Problemi in Ue: tra Stati contrari alla revisione delle tasse e le minacce degli Usa

Non molto meglio vanno le negoziazioni in sede Ue, nonostante la Commissione abbia annoverato la creazione di un mercato unico digitale tra le priorità per i prossimi anni. Il tentativo di ripiegare verso una web tax europea si è scontrato con la riluttanza degli Stati che tradizionalmente hanno tentato di attirare le multinazionali del tech nella propria orbita, come l’Irlanda. Il congelamento delle trattative ha portato la Commissione a paventare il superamento della regola dell’unanimità per attuare la riforma del fisco sul suolo europeo. Lo ha fatto – senza sviluppi – invocando l’applicazione dell’art. 116 del trattato di Lisbona, che consentirebbe di passare al voto a maggioranza qualificata in virtù di una possibile distorsione della concorrenza nel mercato unico. Ma, in assenza di novità, anche in Europa tutto resta fermo.

Nello stallo generale si è quindi scesi all’ultimo piano, quello nazionale, con singoli Stati resisi protagonisti di fughe in avanti per superare l’impasse internazionale ed europeo. È stata la Francia, lo scorso luglio, ad avviare le danze, con l’imposizione di una tassazione specifica sui ricavi di Google, Facebook e Amazon tra le altre. L’imposta è del 3 per cento sui ricavi delle società online che raggiungono la soglia dei 750 milioni di euro a livello globale, di cui almeno 25 milioni legati ai servizi utilizzati da utenti francesi. Così anche l’Italia, la cui web tax è stata introdotta dalla legge di bilancio del 2019 ed entrata in vigore nel 2020, ma la cui prima riscossione – a fronte dei rinvii per il varo della legge d’attuazione – dovrebbe avvenire a metà marzo. La digital tax in salsa italiana prevede un’aliquota del 3 per cento per le imprese che abbiano ricavi globali pari almeno a 750 milioni di euro, di cui 5,5 milioni derivanti da servizi digitali realizzati in Italia. Anche qui, come a livello internazionale, c’è stata una forte opposizione degli Usa, che in un report prodotto dallo United States Trade Representative hanno accusato la nuova tassa italiana di discriminare le imprese Usa. Stessa sorte della web tax francese, che ha innescato un duro braccio di ferro tra Usa e Francia, giocato a colpi di minacce di aumenti delle tariffe per l’importazione di prodotti francesi negli Usa. 

L’amministrazione Biden, dubbi e aspettative per la riforma delle tasse delle Big tech

Se l’insofferenza di Trump nei confronti di una tassazione stringente delle Big tech non è mai stata un mistero, non altrettanto nitido appare l’orizzonte con l’insediamento di Biden. Nell’agenda politica del presidente Usa la riforma del fisco non è al primo posto, e il suo approccio al tema è stato sempre molto temperato. Fa eccezione alla mitezza il botta e risposta con Amazon risalente all’estate 2019, quando Biden – testualmente – aveva scritto su Twitter che “nessuna società che realizza miliardi di dollari di profitti dovrebbe pagare aliquote più base di quelle di pompieri e insegnanti”. Ma, polemiche a parte, anche questa resta una dichiarazione datata ed estemporanea. Ora, con il suo insediamento alla Casa Bianca, ci si attende un cambio di passo in direzione di una riforma internazionale. Lo hanno fatto capire gli omologhi europei tra cui Angela Merkel, che al forum di Davos ha sottolineato la necessità di contenere lo strapotere delle multinazionali. La posizione dell’Europa resta quella di attendere lo sblocco in sede Ocse, ma l’inerzia non sarà duratura: il commissario europeo Paolo Gentiloni ha già fatto sapere che in assenza di accordi internazionali intervenuti entro il primo semestre 2021 la Commissione presenterà una nuova proposta di Digital tax europea. Polemiche all’interno dell’Ue permettendo. 

Crediti foto in evidenza: Thomas Ulrich da Pixabay

Pierfrancesco Albanesehttps://orizzontipolitici.it
Nato a Galatina (Le) nel 1998. Dalla prima caduta le testate fanno parte della mia vita: soprattutto quelle giornalistiche. Collaboratore di Leccenews24 e Piazzasalento, studio Giurisprudenza presso l'Unisalento.

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