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Il caso GameStop: quando i social conquistarono Wall Street

Tempo di lettura stimato: 6 min.

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Articolo pubblicato su Econopoly – Il Sole 24 Ore

Quello che è successo al titolo di GameStop nelle scorse settimane farà discutere a lungo gli esperti del settore. Prendendo alla sprovvista i colossi della finanza mondiale, il caso Gamestop lascia molti interrogativi sul potere di influenzare i mercati. Il titolo GME è volato a +333% sulla borsa di New York nel mese di gennaio. Ormai, però, bisogna considerare che l’andamento dei titoli azionari in borsa è regolarmente colpito da bolle speculative. Questo è ciò che è accaduto essenzialmente anche questa volta. 

Gamestop è una catena di negozi fisici che vende principalmente videogiochi nuovi e rivende quelli usati. Si tratta quindi di un business in crisi, poiché i videogiochi oggi vengono principalmente distribuiti online. Le aziende di questo settore, dunque, sembrano destinate al fallimento. Per capire realmente quello che è successo bisogna ripercorrere per tappe l’evoluzione di questo fenomeno, focalizzandosi su quali siano stati i fattori che hanno portato un titolo prossimo al fallimento a diventare uno dei più redditizi sul mercato.

Fase 1: La grande scommessa 

Sui mercati finanziari gli elementi chiave alla base del prezzo di un titolo in borsa sono due: la reputazione e le opportunità di crescita. Questi due fattori praticamente intangibili sono ciò che realmente è alla base del valore finanziario di un’impresa. È dunque chiaro quale sarebbe dovuta essere la fine del prezzo della quotazione di GameStop sulla borsa di New York. Quello che accade di solito in questi casi è la speculazione al ribasso tramite la “vendita allo scoperto”. Gli investitori, in tal caso, vendono dei titoli che non sono posseduti da loro direttamente, ma li prendono in prestito contando di riacquistarli in futuro ad un prezzo minore. Vendendo sul mercato ingenti quantità di questi titoli il prezzo crolla. Anche in questo caso, i grandi investitori istituzionali, come importanti fondi d’investimento londinesi, avevano scommesso al ribasso contro la catena della grande distribuzione di videogiochi per poter, infine, registrare ingenti guadagni se avessero vinto la scommessa. 

Fase 2: Si apre la sfida 

Le cose però, come abbiamo visto, non sono andate secondo i piani. Sono arrivati sulla scena gli “investitori retail”, ovvero gli investitori individuali, che sono stati chiamati alle armi da un vero e proprio passaparola sui social. L’11 gennaio la società aveva annunciato l’intenzione di aggiungere tre nuovi manager al proprio Cda. È come se si fossero aperte nuove opportunità di crescita, e il prezzo del titolo ha iniziato a salire. Sempre più investitori hanno cominciato a scommettere al rialzo sulla società in difficoltà, comprando ingenti quantità di titoli e scatenando un generale clima di entusiasmo a Wall Street. 

Questa reazione inaspettata è stata soprattutto il risultato di un passaparola propagatosi su un canale di Reddit, sito web e forum di informazione. L’effetto finale è stato il balzo repentino del titolo, che è passato da 3 dollari a metà 2020 a 370 dollari a gennaio invertendo tutte le dinamiche prospettate e attese da mesi sui mercati. Quella organizzata su Reddit è stata una vera a propria sfida rialzista e gli investitori retail si sono organizzati come uno sciame di cavallette, che ha “fastidiosamente” travolto la Borsa di New York in modo repentino e inaspettato. Il motivo apparente di tale acquisto sfrenato è la speranza che GameStop possa innovarsi e avere anch’esso la propria transizione al digitale per sfuggire al fallimento. 

Fase 3: Cocktail di opzioni call e social network 

Le “cavallette” si sono servite non solo di meme e chat sui social ma anche di un particolare strumento finanziario: le opzioni call. Sono strumenti che hanno il proprio valore legato ad un’attività sottostante, che in questo caso è il titolo di GameStop. Di solito chi vende le opzioni si protegge dal rischio di fallimento acquistando il sottostante, cioè l’azione. La call è sostanzialmente un contratto che dà diritto di acquistare un titolo, il sottostante, ad un determinato prezzo. Se dunque il prezzo dell’azione sottostante aumenta più di quanto pattuito al momento della stipulazione del contratto, l’investitore registra un profitto. La valanga di acquisti di opzioni call sul titolo ha automaticamente scatenato il boom di acquisti del relativo sottostante, facendone salire vertiginosamente il prezzo. Sono bastate poche affermazioni sui social a riguardo, come il tweet postato dal fondatore di Tesla Elon Musk che incitava all’acquisto, per scatenare la tempesta. 

Fase 4: Tra guadagni e fallimenti

A titolo esemplificativo, secondo il Wall Street Journal, Melvin Capital Management, un fondo americano che aveva scommesso sul crollo di GME, ha registrato a gennaio una perdita di 6,6 miliardi di dollari, bruciando il 53% del suo capitale e salvandosi, poi, con un intervento di ricapitalizzazione da 2,75 miliardi. I grandi fondi volevano affondare GameStop, mentre i piccoli investitori hanno deciso di fermarli.

L’avvento delle nuove tecnologie sta modificando ogni aspetto della società moderna e sembra quasi che questo sia stato l’esito di un processo di “democratizzazione” dei mercati. Secondo Goldman Sachs, negli Stati Uniti le famiglie possiedono ancora il 35% di 52 trilioni di dollari di azioni e questo è più di 10 volte il totale delle partecipazioni degli hedge funds. Ovviamente non siamo ancora ai livelli degli anni ’60 quando in America dentisti, avvocati o contabili erano una forza sui mercati da tenere in considerazione. Ma GameStop potrebbe comunque rappresentare un emblematico punto di svolta in cui i capricci dei piccoli investitori potrebbero acquisire maggiore rilevanza. 

La storia ex post 

Il Washington Post ha accusato le autorità preposte alla regolamentazione dei mercati finanziari, ovvero la Security and Exchange Commission (Sec) e la Commodity Futures Trading Commission (Cftc, quella che regola i derivati) di non essere intervenute direttamente per porre fine all’assalto sul mercato, rimanendo solo ad osservare quello che stava accadendo. Ora, infatti, i risparmi di molti comuni americani risultano investiti in borsa. Essa però dovrebbe garantire trasparenza, sicurezza e liquidità. Il maggior rischio a cui si è esposta la borsa si può desumere dalla principale caratteristica degli investitori istituzionali, cioè l’essere più solidi in termini di capitale, avendo a disposizioni maggiori possibilità finanziarie rispetto ai singoli investitori. 

La piattaforma di trading Robinhood ha, al contrario, limitato gli acquisti dei titoli di GameStop per garantire una regolamentazione minima e un mercato ordinato a tutti gli investitori che usufruiscono di piattaforme di trading. Situazioni come quella venutasi a creare coi titoli GME sono proprio l’esemplificazione di quanto sia importante il ruolo della regolamentazione sui mercati. Il principio generale che essa segue è che si deve garantire a tutti la possibilità di usufruire di informazioni chiare e opportunità eque per effettuare investimenti consapevoli. Di recente, però, la Sec ha dichiarato che approfondirà le azioni intraprese da Robinhood, poiché esso avrebbe apparentemente minato la libertà degli investitori di scambiare i titoli, chiudendo solo gli acquisti ma non le vendite. 

È giunta la fine dei grandi fondi di investimento? 

Perché proprio ora le cose dovrebbero cambiare? Tra i motivi potrebbe esserci l’avvento del trading con basse commissioni oppure la capacità dei piccoli investitori retail di negoziare azioni molto frazionate, ovvero la possibilità di acquistare frazioni di azioni il cui prezzo, per singola azione, è invece molto alto. Non bisogna dimenticare però anche l’avvento delle tecnologie e dei social media. Oggi si può fare trading facilmente tramite un’app sul proprio telefono cellulare.Gli investitori tendono a ragionare in massa dato che i mezzi di comunicazione sono sempre più diretti e veloci. Nonostante questo possa sembrare un sottile cambiamento, è probabile che gli effetti siano molteplici e molto significativi. 

È forse necessaria una ristrutturazione della regolamentazione dei mercati finanziari: come spesso accade, il fenomeno dei microinvestitori si potrebbe arrestare bruscamente, causando ingenti perdite anche a questo nuovo tipo di attori. Nel frattempo, i fondi di investimento non sono morti: sono diventati ancora più instabili e rischiosi. I titoli sono esposti ad innumerevoli e sconosciuti rischi, ma si può affermare con certezza che a quelli noti possiamo aggiungerne un altro: il rischio “da social network”.

*crediti foto: Jamie Street / Unsplash
Sveva Manfredi
Nata e cresciuta a Nola, ridente cittadina in provincia di Napoli vent’anni fa. Curiosa di capire come mai la società non funzioni, ho deciso di studiare Economia e Finanza alla Bocconi. Nel tempo libero rincorro passioni, e alcune le metto anche su carta: sono quelle che, alla fine, ci rendono ogni giorno più vivi, salvando il mondo.

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