L’arresto del sindaco di Istanbul è l’ennesima sfida di Erdogan allo stato di diritto in Turchia, la popolazione risente del lento smantellamento della democrazia in atto e di seguito ne analizziamo le ragioni sostanziali.
La posizione ibrida del paese
Non basterebbe un volume universitario per riassumere la complessità politica e culurale della Turchia. Il paese, erede di un passato imperialista, si configura oggi come ponte tra cultura europea ed asiatica, e negli ultimi vent’anni ha intrapreso una nuova traiettoria che la sta gradualmente allontanando dalla democrazia. Il suo sviluppo atipico lo rende uno stato unico nel panorama geopolitico. Nel 1923, il fondatore della Repubblica Atatürk, prospettava per la Turchia un futuro progressista, anticipando in alcuni aspetti anche i paesi occidentali (come nel caso del suffragio femminile nel 1930), abbattendo caratteristiche tipiche della tradizione islamica e altre consolidate negli ultimi due secoli riformisti dell’impero.
Si perpetua da anni nel paese una crisi politica senza precedenti. Il Presidente Recep Tayyip Erdoğan, al potere da 22 anni, rappresenta una crescente minaccia per la democrazia. Se n’è discusso a seguito del mandato di arresto per il principale oppositore politico Ekrem İmamoğlu, il quale ha causato proteste in tutto il territorio. Sebbene formalmente all’ultimo mandato, il presidente turco dispone di due opzioni per preservare la sua posizione: indire elezioni anticipate o modificare (nuovamente) la Costituzione.
A seguito del tentato golpe militare nell’estate del 2016, la Turchia ha vissuto i seguenti due anni in stato di emergenza, permettendo al presidente di governare per decreto. Nel pieno del processo di epurazione della macchina statale, dei media e delle università Erdoğan ed il suo partito APK promuovono un referendum costituzionale per riformare il sistema politico del paese: il piano verrà approvato con il 51,4% dei voti a favore (molto discussi) e nel 2017 la Repubblica diventa di stampo presidenziale, con l’abolizione della figura del premier e le nomine di ministri e magistrati sotto il controllo diretto del capo di Stato.
Ad oltre cent’anni dalla sua nascita, l’identità della repubblica resta in bilico tra l’Europa occidentale e la tradizione mediorientale, e si pone negli indici di democrazia tra i regimi ibridi a causa di un leader al potere da quasi un quarto di secolo.
L’arresto del sindaco
Ekrem İmamoğlu è da anni la figura più rilevante tra i rivali politici di Erdoğan. Sindaco di Istanbul, ha sostenuto tre campagne elettorali per ottenere il suo ruolo: la prima nel 2019 fu annullata proprio per presunti brogli accusati da Erdoğan, eponendo fine al potere dell’AKP sulla città dopo 25 anni. Nel marzo del 2024 viene confermato ed è ritenuto in patria tra le poche figure in grado di sovvertire il potere indiscusso del presidente.
Le accuse mosse dal tribunale di Istanbul sono gravi: corruzione e legami con il Partito paramilitare dei Lavoratori del Kurdistan (organizzazione internazionalmente riconosciuta come terrorista, che da pochi giorni ha annunciato il suo irreversibile scioglimento). Accuse del genere sono portate avanti dal governo anche nei confronti di altri esponenti non graditi da Ankara, anche se sembra che il candidato presidente abbia un trattamento particolarmente duro. Dalla sua prima elezione e nel corso degli ultimi sei anni, sono state presentate oltre 90 indagini tra amministrative e giudiziarie nei confronti di İmamoğlu, alcune al limite dell’assurdo, come quella dell’aver definito “sciocchi” i funzionari che confermarono la ripetizione delle elezioni nel 2019, reato per cui il processo è ancora aperto e rischia ulteriori due anni di reclusione.
Con l’arresto del sindaco di Istanbul traspare l’obiettivo della magistratura di stroncare in pieno la carriera politica di İmamoğlu. Dal carcere, il leader di opposizione ha ringraziato i cittadini per la sua designazione a candidato del CHP alle prossime elezioni presidenziali, a seguito delle primarie del 23 aprile. Secondo il leader del partito Özel, al voto hanno partecipato oltre 14 milioni di persone, di cui solo un milione tesserati CHP: un segnale di sostegno trasversale alla sua candidatura.
La vicenda ha del paradossale: nel 1998 il giovane leader democratico, sindaco di Istanbul, imprigionato per ragioni politiche era proprio Erdoğan, che ottenne fama a livello nazionale e si afferma come nuovo volto della Turchia vincendo le elezioni nel 2003.
Le proteste (precedenti e conseguenze)
Il giorno prima l’arresto del sindaco di Istanbul, l’Università ha revocato a İmamoğlu il titolo di laurea, impedendogli di fatto la candidatura alle elezioni presidenziali, requisito necessario per i candidati. Il governo cerca di minimizzare la questione, ed a soli due mesi dall’arresto più controverso della politica turca l’attenzione internazionale sembra calare.
Nel frattempo prosegue la lotta dell’esecutivo ai media: il governo ha richiesto alla piattaforma X il blocco per 126 account correlati all’opposizione, prontamente contestato dall’amministrazione del social. L’arresto ha innescato ondate di proteste nelle principali piazze del paese nonostante il divieto di manifestazioni imposto dalle autorità. Migliaia di cittadini sono scesi nelle strade per esprimere solidarietà a İmamoğlu e protestare contro quella che percepiscono come una repressione politica. Le forze dell’ordine hanno risposto con arresti di massa con oltre 1400 persone fermate nel corso delle proteste. Inoltre, per censurare i social, altri37 individui sono stati arrestati per aver condiviso messaggi ritenuti “provocatori” in relazione all’arresto del sindaco.
La Commissione europea, pur avendo intensificato i rapporti e i colloqui con Ankara, ha commentato l’arresto del sindaco di Istanbul richiamando il processo di adesione del Paese all’UE, ma non ha espresso alcuna condanna nei confronti delle accuse rivolte ad İmamoğlu. Tuttavia il portavoce della Commissione, ha ricordato alla stampa l’aderenza della Turchia ai principi democratici, ricordando che in quanto membro del Consiglio d’Europa deve sostenere i valori della democrazia. Invitando al rispetto dei diritti per i funzionari eletti tanto quanto per i manifestanti pacifici.
Il rapporto Turchia-Occidente
La Turchia, Insieme all’Ungheria, è tra i membri più controversi nell’Alleanza Atlantica. Tuttavia, a differenza del paese magiaro, vanta una posizione strategica invidiabile: il controllo del Bosforo nonché il congiunto controllo sul Mar Nero con la Russia di Putin. Il bilancio geostrategico permette all’esecutivo di Erdoğan di ergersi a principale mediatore, dopo il passaggio in secondo piano di Trump nelle trattative per la pace in Ucraina.
Durante il vertice informale di Adalia, lo scorso 17 maggio, i paesi dell’Alleanza hanno annunciato obiettivi di spesa per la difesa più elevati, ampliando al 5% della spesa del PIL. Seppure nel corso degli ultimi anni lo stato di diritto stia subendo forti tensioni nella repubblica della mezzaluna, questa presenta ancora elezioni regolari, uniche nel panorama islamico. Questa posizione di bilanciamento la rende un partner essenziale per la NATO nel Medio Oriente, in ottica di contrasto all’Iran, ma anche per preservare il paese economicamente più forte dell’area in questione. Un eventuale assenza dell’Alleanza lascerebbe spazio ad infiltrazioni da parte di Mosca, considerando anche la perdita delle due basi militari siriane seguita alla caduta del regime di Assad.
Il tentato golpe del 2016, ha fortemente allarmato i paesi europei, e ha di fatto congelato il processo di integrazione nell’Unione a causa dello stato di emergenza stanziato da Erdoğan. Questa manovra ha concesso al presidente turco concentrare più potere nelle proprie mani., e mettere gradualmente in ginocchio lo stato di diritto. Il dominus della politica turca è consapevole di poter pretendere lussi ed ottenere maggiore libertà d’azione rispetto ai restanti membri NATO. Ne sono esempio le relazioni piuttosto distese con attori storicamente ostili all’occidente come Mosca ed Hamas.
Se nell’Alleanza Atlantica Ankara è un jolly con margini di manovra più ampi, la sua relazione con la comunità europea è altalenante da oltre mezzo secolo. Sebbene la candidatura all’UE sia ferma da dieci anni, sono stati avviati partenariati cruciali per entrambe le parti. L’Unione doganale per le merci industriali nel 1995, il discusso EU-Turkey Joint Action Plan in contrasto alla crisi migratoria nel 2016, l’inclusione nei programmi di difesa europei ed il gasdotto Turkstream inaugurato nel 2020, ultimo canale di approvvigionamento europeo per il gas russo. Quest’ultimo progetto dovrebbe garantire nel medio termine alla repubblica turca di diventare il nuovo partner energetico principale per l’Unione e rafforzare ulteriormente la posizione di Erdoğan come leader regionale.
Dove mira Erdoğan
Il capo di stato turco non mira più a guidare semplicemente il paese, ma vuole ridisegnarne la forma. Dopo oltre due decenni di dominio incontrastato, modellato una presidenza iper-centralizzata, dove opposizione, stampa e magistratura sono sotto pressione costante.. I segnali degli ultimi mesi come la repressione giudiziaria contro İmamoğlu, il tentativo di controllo dei social, la manipolazione delle regole elettorali mostrano che l’obiettivo non è solo governare, ma blindare un sistema che ne preservi il potere.
Sul piano internazionale, Erdoğan si propone come ago della bilancia tra NATO, Russia, Iran e Unione Europea. Un attore ibrido, capace di sedersi a più tavoli, capace di giocare su contraddizioni strategiche, talvolta trasformandole in strumenti di pressione per le forze esterne, anche se alleate. Se il suo predecessore Atatürk voleva occidentalizzare la Turchia, Erdoğan sembra volerne ridefinire (anche se entrasse nell’Unione) il ruolo di potenza regionale autonoma, fedele solo ai propri interessi.
La democrazia diventa così un rituale, più che un equilibrio tra poteri. L’arresto del sindaco di Istanbul è già passato in sordina per i media ed il presidente turco guarda oltre l’Europa, ed oltre il proprio mandato, verso una nuova architettura in cui lo Stato coincide con il leader. Una transizione ancora in corso, ma sempre più lontana dallo spirito della Repubblica del 1923.





