Come gli USA vivono la nuova dottrina Donroe
Nel corso degli ultimi due secoli la diplomazia e l’identità statunitense sono state costantemente condizionate dall’impronta politica del presidente James Monroe. Nel 1823 gli States avevano ottenuto l’indipendenza da quasi mezzo secolo e mancavano ancora trent’anni all’annessione totale del territorio contiguo continentale. Eppure, nel contesto di una federazione acerba, nacque una chiara divisione del mondo in sfere d’influenza, che tuttora detta legge nel continente americano. La dottrina Monroe per la prima volta introdusse il concetto di “America agli americani”, scongiurando possibili future ingerenze europee nel continente, la cui gestione doveva essere sostanzialmente statunitense.
La “maschera” di isolazionismo che le amministrazioni post-Obama hanno voluto mostrare a una popolazione sempre più insofferente verso le complicazioni interne, appaltando i propri interessi a stati terzi (vedi Israele, Arabia Saudita e Qatar in Medio Oriente), è definitivamente crollata. Gli eventi che hanno infiammato la diplomazia globale all’inizio dell’anno lo hanno dimostrato.
Da anni il regime di Caracas rappresentava per gli Stati Uniti una minaccia alla sicurezza nazionale nel backyard. Le motivazioni le troviamo nelle relazioni con rivali strategici come Cina (sotto Maduro, alla superpotenza era destinato il 90% dell’export di greggio), Russia e Iran. Dopo mesi di minacce e tensioni nei Caraibi da parte dell’amministrazione Trump, gli States sono passati all’azione.
L’operazione Absolute Resolve
Sotto la supervisione del capo di Stato maggiore congiunto, John Daniel Caine, lo scorso 3 gennaio il 160º reggimento dell’aviazione statunitense ha consentito l’ingresso degli operatori della Delta Force a Caracas. In meno di tre ore l’operazione militare speciale era già conclusa e, dopo aver preso in custodia Maduro, le forze statunitensi sono rientrate in territorio nazionale via mare.
Un’operazione militare di questa portata nel backyard mancava dal 1989. In quell’occasione, a un mese dal termine della Guerra Fredda, gli USA occuparono Panama City ed estradarono il leader de facto del paese, Manuel Noriega. Le accuse principali mosse nei confronti dei leader sono sostanzialmente le medesime: narcotraffico e associazione a delinquere finalizzata al narcoterrorismo.
Oltre la narrazione del narco-stato
Nonostante i chiari legami tra il governo venezuelano e il narcotraffico negli scorsi anni, molte analisi indipendenti sui flussi di droga attribuiscono un rilievo marginale all’impatto del sistema corrotto del Paese sul narcoterrorismo negli Stati Uniti.
Restano deducibili i reali interessi nel campo energetico degli Stati Uniti nella nazione bolivariana. Il Venezuela dal 2003 si è gradualmente allontanato dal sistema democratico e ha visto una crescente corruzione interna e una forte insofferenza dei cittadini soprattutto verso il governo di Maduro, spesso repressa con durezza. Ciò, però, non sposa necessariamente l’accusa statunitense secondo la quale il Venezuela possa essere un narco-stato.
Gli stessi dati riportati dalla DEA (Antidroga Federale) nel 2019 dichiarano che le principali vie del narcotraffico contestate dall’amministrazione Trump al Venezuela riguardavano solo l’8% del traffico di cocaina nel Paese, mentre si rafforzavano le rotte del Pacifico.
Le domande sollevate dall’operazione superano, al pari dell’operazione stessa, il perimetro del diritto internazionale. Quale sarà il futuro del Paese? Qual è il ruolo della Cina? E qual è il limite per il Presidente statunitense? Per il momento, l’unica risposta certa riguarda la terza domanda e la fornisce proprio Donald Trump. In un’intervista a The New York Times, il Presidente ha affermato che “la mia morale e la mia mente sono l’unico limite; non ho bisogno del diritto internazionale” quando gli è stato chiesto se esistessero vincoli al potere statunitense di intervenire all’estero.
Le conseguenze dell’operazione
La cattura di Maduro ad inizio gennaio 2026 ha polarizzato istantaneamente la popolazione, i governi e i social media. La tensione nella regione è stata altissima per le successive due settimane. Durante le quali il mondo (e in primis le popolazioni locali) attendeva un cambio di regime che al momento sembra scongiurato. I social si sono riempiti in poche ore di deepfake, prima sulla cattura di Maduro e in seguito su presunte manifestazioni popolari in segno di protesta o di festeggiamenti per la “liberazione” dal dittatore. In realtà, nei giorni immediatamente successivi all’accaduto, nelle strade di Caracas il clima era principalmente di paura. Questo clima inaugurò il regime ereditato da Delcy Rodríguez, formalmente “solo” decapitato dal punto di vista della leadership, senza una transizione chiara.
La nuova gestione del Paese è anch’essa un nodo rimasto poco chiaro, ma parte di una strategia più ampia discussa dalla Casa Bianca. L’operazione ha indubbiamente suscitato sgomento nei venezuelani: molti hanno provato un sospiro di sollievo per la prospettiva di maggiore libertà, pur nutrendo sdegno verso l’ingerenza diretta degli Stati Uniti. Tale intervento, a prescindere dall’appartenenza politica, ferisce l’orgoglio nazionale, che molti avvertono come umiliato..
Il presidente Trump, consapevole delle critiche e delle implicazioni derivanti dalle precedenti operazioni militari statunitensi, ha optato per una strategia di pressione esterna sul Venezuela. L’obiettivo era mantenere formalmente i chavisti al potere dentro le istituzioni venezuelane. I chavisti sono i sostenitori della “rivoluzione bolivariana” avviata da Hugo Chávez e oggi guidata da Nicolás Maduro. L’idea era evitare un crollo improvviso dell’apparato statale e delle forze armate, storicamente legate al chavismo.
Allo stesso tempo, si puntava a vincolare il nuovo equilibrio politico all’influenza degli Stati Uniti, almeno nel breve periodo.
L’interesse cinese per il Venezuela
Inizialmente l’operazione Absolute Resolve era prevista per il 25 dicembre. Ma venne riprogrammata per l’inizio del nuovo anno. Molto probabilmente ciò è avvenuto anche per agire simbolicamente nel cuore della prima visita diplomatica cinese dell’anno a Miraflores, lanciando un messaggio diretto a Pechino. Formalmente, la Cina di Xi Jinping dichiara di voler preservare una posizione di potenza neutrale e di abbracciare il principio di non ingerenza negli affari di Paesi terzi. Tuttavia, nella pratica la questione è più complessa. Sin dal lancio della Belt and Road Initiative, Pechino ha rafforzato i propri legami economici con molti Paesi in via di sviluppo attraverso prestiti e investimenti infrastrutturali. creando, così facendo, rapporti diplomatici strategici basati sull’appoggio economico. Questo tipo di finanziamento ha spesso sollevato critiche (in alcuni casi si parla di dipendenza finanziaria o “trappola del debito”) e ha garantito alla Cina partner in diverse regioni del mondo.

Seppur secondaria ad Asia e Africa per investimenti, l’America Latina resta per la Cina un’area cruciale ed è considerata un importante sbocco commerciale nel Pacifico e un terreno di influenza geopolitica crescente. Il commercio tra la Cina e l’America Latina ha raggiunto livelli record di circa 518 miliardi di dollari nel 2024. E alcune proiezioni indicano che potrebbe superare i 700 miliardi di dollari entro dieci anni.
I numeri della Cina in LATAM
Quanto ai prestiti e agli investimenti, dal 2000 al 2023 la Cina ha concesso finanziamenti ai Paesi latinoamericani per oltre 300 miliardi di dollari. Di queste, una parte significativa attraverso banche politiche e istituzioni collegate allo stato. Per quanto riguarda il Venezuela, esso è stato di gran lunga il maggiore beneficiario di tali prestiti, con impegni complessivi cinesi stimati intorno i 60 miliardi di dollari nel corso degli anni, principalmente legati a progetti energetici e ripagati in larga parte con esportazioni di petrolio.

La relazione sino-venezuelana è considerata prioritaria da entrambe le parti per tre ragioni principali: la ricerca di un partner politicamente stabile e ricco di risorse, l’affinità politica e l’appoggio economico fornito da Pechino nei momenti più difficili del regime chavista, che ne ha sostenuto la sopravvivenza nonostante la crisi economica interna.
Dalla cattura di Maduro, Pechino ha condannato l’azione statunitense come una violazione della sovranità e del diritto internazionale. Rinnovando la difesa dei propri interessi nel Paese e chiedendo il rilascio immediato di Maduro e sua moglie. Tuttavia, la posizione ufficiale cinese è stata anche attendista, consapevole del fatto che l’operazione statunitense ha creato un precedente geopolitico potenzialmente cruciale, specialmente nel contesto delle tensioni su altre questioni strategiche come Taiwan.
La promessa di investimenti massicci
Gli interessi reali della Casa Bianca in Venezuela, come accennato prima, sono sempre stati chiari sotto la nuova amministrazione Trump. Si persegue una rinascita dell’industria petrolifera, che dalla pandemia ha subito un forte rallentamento, trascinando con sé oltre metà della popolazione nella povertà assoluta.
A una settimana dall’operazione militare speciale, il presidente Donald Trump ha riunito i dirigenti delle maggiori compagnie petrolifere al mondo, tra cui anche l’italiana Eni. Il tycoon ha dichiarato che le compagnie americane avranno l’opportunità di ricostruire infrastrutture e di aumentare la produzione di petrolio a livelli mai conosciuti. D’altro canto, restano forti le perplessità delle compagnie petrolifere, che si sono mostrate restie ad investire massicciamente nel Paese. Ad esporsi di più è stato Darren Woods. L’a.d. della maggiore compagnia statunitense, ExxonMobil, si è detto pessimista in merito agli investimenti, a causa delle attuali strutture legali e commerciali in vigore nel Paese.
Ciononostante, Washington, a metà febbraio, ha allentato alcune restrizioni e concesso licenze a cinque grandi compagnie petrolifere (Chevron, BP, Shell, Eni e Repsol). Permettendo loro di operare nel settore petrolifero e del gas in Venezuela e stipulare contratti con la Petróleos De Venezuela SA (compagnia petrolifera statale). Sotto specifiche condizioni e sotto la giurisdizione degli Stati Uniti. Questa apertura normativa rientra nella strategia statunitense di rilanciare la produzione e attrarre investimenti esteri. Dopo anni di crisi e infrastrutture deteriorate, l’obiettivo è quello di aumentare l’export di greggio pesante verso raffinerie nordamericane e consolidare l’influenza energetica nella regione.
Quale volto ha il futuro del Venezuela?
Il futuro del Venezuela al momento resta avvolto nell’incertezza. Sul fronte energetico, anche se gli ingenti investimenti voluti dal presidente Trump iniziassero immediatamente, i risultati tangibili richiederebbero diversi anni. Nel mentre, la popolazione resta sospesa tra l’aspettativa di un miglioramento economico e il timore di un ritorno all’instabilità.
L’attuale incertezza potrebbe essere superata solo da un accordo di riforma nazionale. Un’intesa che vedrebbe Caracas accettare riforme democratiche e Washington offrire garanzie di cooperazione economica, potrebbe allentare le tensioni tra i due Paesi e aprire uno spiraglio concreto di stabilizzazione politica e sociale.
Un’intesa di questo genere implicherebbe una cooperazione meno conflittuale, sia con un sistema chavista riformato che con una transizione graduale. Inoltre, rappresenterebbe una via per scongiurare una guerra civile o l’intensificarsi delle tensioni a livello regionale. Tuttavia, una transizione significativa richiede che gli Stati Uniti tolgano ogni legittimità a quel che resta del chavismo nel Paese. Oltretutto, sarebbero necessarie da parte dei venezuelani garanzie quali impegni concreti su elezioni libere, tutela dei diritti e coordinamento (per non dire subordinazione) della politica energetica, volte a evitare un’escalation interna. Un tale scenario potrebbe trascinare la Repubblica Bolivariana in un nuovo conflitto sociale e istituzionale ancora più profondo.
Per ora, l’amministrazione Trump lascia intendere che il Venezuela non è ancora pronto per alcuna transizione, inaugurando così una fase incerta nella storia del Paese (riflessa anche nelle perplessità delle compagnie petrolifere, quando chiamate in causa). In questo scenario ambiguo, Caracas sembra avviarsi timidamente a diventare una sorta di protettorato.
*Immagine di copertina: [Foto di aboodi vesakaran via Unsplash]





