Una stagione elettorale di particolare rilievo per gli assetti politici occidentali sta bussando alle porte. In Svezia si sono appena concluse le elezioni per il rinnovo del parlamento nazionale. Negli Stati Uniti, le elezioni di midterm del prossimo novembre potranno ridefinire gli equilibri politici del Congresso. Il nuovo anno, poi, vedrà lo svolgimento delle presidenziali in Germania e Francia, e delle parlamentari in Spagna, Italia e Polonia.
Nel tentativo di scacciare l’incertezza (in realtà ineliminabile) riguardo l’esito di ogni evento elettorale, si assiste periodicamente allo stesso rituale: una corsa alla formulazione di previsioni che, sondando la pubblica opinione, promettono di anticipare il verdetto delle urne.
La misurazione dell’opinione pubblica attraverso i sondaggi è una pratica ormai ampiamente consolidata nel mondo della politica, al punto di dare per scontata una premessa tutt’altro che ovvia: che l’opinione pubblica sia un “oggetto” realmente misurabile e che attenda solo lo strumento giusto per essere fotografata nel modo più fedele possibile. Ma cos’è, davvero, l’opinione pubblica? Il sondaggio riesce effettivamente a coglierla, o ne cattura solo un’ombra parziale, scambiandola per il tutto?
L’opinione pubblica: un nome, tanti volti
Nel senso comune, l’opinione pubblica viene intesa come l’insieme dei giudizi, delle idee e delle convinzioni detenute, in un dato momento, dalla maggioranza dei cittadini su tematiche di interesse collettivo. Questa, tuttavia, rappresenta solo una delle possibili sfaccettature che tale concetto può assumere. L’opinione pubblica, infatti, può essere descritta ricorrendo ad almeno tre diverse accezioni che, designando realtà parzialmente differenti, determinano di conseguenza la possibilità (o meno) di una loro effettiva misurazione.
L’accezione appena presentata corrisponde alla cosiddetta opinione pubblica aggregata, ovvero l’insieme delle opinioni individuali rilevate separatamente e poi sommate per stabilire la posizione numericamente prevalente. Questa concezione ritiene che il tutto (l’opinione pubblica) non sia altro che la somma delle sue parti costitutive (le opinioni individuali).
Un’accezione ben diversa affonda le proprie radici nella riflessione del sociologo e filosofo tedesco Jürgen Habermas sulla sfera pubblica borghese del periodo illuminista. Se l’opinione pubblica aggregata non riesce a cogliere l’esistenza di una dimensione autonoma da misurare al di là dei singoli pareri, Habermas inquadra l’opinione pubblica come un prodotto collettivo che nasce dal confronto argomentativo tra cittadini informati e consapevoli, riuniti a discutere di questioni di interesse comune (proprio come accadeva nei salotti borghesi del Settecento). Così, l’opinione pubblica viene intesa anzitutto come discussione pubblica: un’opinione che non preesiste al dibattito, ma che si costituisce proprio nel suo farsi, e che, pertanto, non può essere scissa da esso.
Vi è, infine, una terza concezione: l’opinione pubblica come azione collettiva. In questo caso, l’opinione pubblica si configura come una voce collettiva espressa sotto forma di mobilitazione (per esempio, in opposizione o a sostegno di una determinata istanza politico-sociale). A livello storico, questa accezione risale agli inizi del Novecento, quando comincia a crescere l’inclusione dei cittadini nei processi politici e le masse popolari sperimentano le prime forme di partecipazione politica.
Quale opinione può essere misurata?
Delle tre possibili espressioni del concetto di “opinione pubblica”, quella che meglio si presta a essere misurata in termini quantitativi è, senza dubbio, l’opinione pubblica aggregata. Attraverso strumenti di rilevazione come interviste o sondaggi, è infatti possibile registrare i posizionamenti individuali relativi a una determinata tematica e poi sintetizzarli in modo cumulato.
Così facendo, però, non si riescono a cogliere le dinamiche e i processi che conducono al consolidamento di una certa opinione. Un aspetto, questo, praticamente irrisolvibile se si considera l’opinione pubblica nel senso habermasiano. Nella sua visione, infatti, essendo il prodotto di un meccanismo dialogico che va oltre la somma delle singole parti, l’opinione pubblica non può essere sintetizzata con un dato numerico e, dunque, non può essere concretamente misurata.
Difficoltà analoghe in termini di rilevazione si riscontrano anche in riferimento all’opinione pubblica come azione collettiva. La forza politica esercitata da una voce collettiva che si mobilita può non corrispondere all’effettivo peso numerico delle voci prese singolarmente. In altre parole, l’opinione espressa, per esempio, da una minoranza può generare un impatto assai più rilevante rispetto a quello prodotto da una maggioranza silenziosa. Un impatto che, ragionando in termini aggregati, si tenderebbe strutturalmente a sottostimare.
In sostanza, l’opinione pubblica intesa come discussione pubblica o azione collettiva, per via della loro natura processuale e dinamica, non possono essere efficacemente condensate nella “fotografia” restituita da un sondaggio o da un altro strumento di rilevazione. Nel momento in cui si misura l’opinione pubblica aggregata, invece, si guadagna la possibilità di rappresentarla attraverso un dato sintetico e comparabile, ma si perde necessariamente ciò che precede e segue quella fotografia: i processi attraverso cui le opinioni prendono forma e quelli attraverso cui acquistano rilevanza e si traducono in azione. Ciò, naturalmente, non significa che la misurazione dell’opinione pubblica aggregata abbia un valore informativo minore. Si tratta, però, di accettare un compromesso: quando si misura qualcosa bisogna essere consapevoli del fatto che quella misurazione sarà sempre e comunque un’approssimazione – e, dunque, una semplificazione – della realtà.
I sondaggi politici: la nascita di un metodo
Lo strumento tutt’oggi più utilizzato per la rilevazione dell’opinione pubblica (aggregata), specialmente in contesti elettorali, è il sondaggio. L’affidabilità raggiunta da questo dispositivo nel prevedere (con tutti i caveat del caso) la vittoria di candidati politici si deve al contributo dello statistico statunitense George Gallup. Nel 1936, Gallup fu in grado di anticipare l’esito delle elezioni presidenziali americane, che videro, contrariamente alle aspettative, la vittoria del democratico Roosevelt contro il repubblicano Landon.
Fino ad allora, negli Stati Uniti, i pronostici elettorali venivano effettuati dalla rivista Literary Digest, che si avvaleva di un campione “di convenienza”: milioni di cittadini venivano selezionati e contattati a partire da elenchi telefonici e registri automobilistici per ottenere informazioni circa la loro preferenza di voto. I soggetti generalmente inclusi nell’indagine, dunque, possedevano almeno un telefono o un’automobile, rappresentando così quella porzione della popolazione americana più abbiente e conservatrice. La facilità con cui era possibile accedere alle opinioni degli elettori (sia quelli telefonici che quelli automobilistici, infatti, erano registri pubblici) portava con sé il prezzo di un campione distorto e, quindi, poco affidabile.
George Gallup dimostrò come, selezionando appena 50.000 persone, estratte in modo casuale dall’intera popolazione degli elettori, fosse possibile prevedere il risultato finale con un livello di precisione che le oltre due milioni di persone intercettate in quella occasione dalla Literary Digest non erano riuscite a garantire. Non era dunque necessario interrogare la totalità della popolazione per conoscerne l’orientamento, ma era sufficiente costruire un campione probabilistico per assicurarsi che fosse anche realmente rappresentativo. Il metodo di Gallup si rivelò vincente e decretò la nascita delle moderne tecniche di campionamento per la conduzione dei sondaggi, aumentando sempre di più la fiducia nei confronti di questo strumento.
Quando il sondaggio fallisce
Per quanto scientificamente fondato, il sondaggio non è sempre in grado di anticipare correttamente il reale esito di un evento. Nel caso della Brexit, dell’elezione di Donald Trump nel 2016, o dell’affermazione di forze politiche non convenzionali come il Movimento 5 Stelle in Italia, i sondaggi hanno fallito nei loro tentativi di previsione.
Questi limiti non derivano tanto da errori metodologici legati alle modalità di rilevazione e aggregazione dei dati, quanto piuttosto da criticità di natura più strutturale. L’accuratezza del risultato di un sondaggio può dipendere anche dal profilo dell’elettore chiamato a esprimere la propria preferenza. I soggetti più schierati, interessati e motivati sono più propensi a comunicare il loro orientamento in modo sincero e diretto. Al contrario, chi è sfiduciato dal panorama politico o non ha una preferenza ben definita fornirà una risposta che potrebbe non corrispondere a quella che effettivamente espliciterà in sede di voto. O ancora, chi si percepisce come appartenente a una minoranza rispetto al clima d’opinione dominante potrebbe scegliere di non esporsi e dissimulare la propria intenzione di voto durante il sondaggio.
Qualunque sondaggio politico, dunque, pur con tutti i crismi del caso, non può risolvere queste criticità. La fotografia che restituisce non è in grado di cogliere l’autenticità delle risposte né di distinguere in quale delle condizioni sopra citate si trova il soggetto che partecipa all’indagine. Ancora una volta, è necessario accettare il fatto che la misurazione di un oggetto costituisce un’approssimazione della sua realtà.
I big data come nuova (ambigua) frontiera
Di fronte alle fragilità mostrate dal sondaggio tradizionale, ha recentemente preso corpo una via alternativa: l’analisi del clima d’opinione registrato a partire dalle azioni degli utenti sulle piattaforme social (like, interazioni, commenti, ecc.). I social media costituiscono un bacino immenso di dati (i cosiddetti big data) relativi alle preferenze e al comportamento delle persone, compresi, evidentemente, gli orientamenti politici. Attraverso l’estrazione e la classificazione di questa enorme quantità di dati è possibile decodificare opinioni, atteggiamenti ed emozioni associate a una determinata questione d’interesse pubblico, ricostruendo il sentiment generale (da qui, il nome “sentiment analysis”).
Questa prospettiva consente in parte di superare il problema dell’autenticità delle risposte rilevabili mediante un sondaggio tradizionale, poiché si basa sulla semplice osservazione di opinioni espresse spontaneamente. Tuttavia, con la diffusione di account gestiti da social bot, che spesso agiscono in modo coordinato per aumentare la rilevanza di un certo argomento, l’affidabilità delle informazioni estratte risulta nuovamente compromessa. Inoltre, se anche queste stesse informazioni fossero pienamente autentiche, si porrebbe comunque il problema della loro rappresentatività. Infatti, il gran numero di dati analizzati non restituisce necessariamente una fotografia fedele della popolazione nel suo complesso. Quella osservata sui social non è l’opinione dell’elettorato effettivo, ma quella di coloro che sono iscritti alla piattaforma e scelgono di esprimere la propria voce, comunicando, più o meno consapevolmente, anche il proprio orientamento politico.
È possibile misurare l’opinione pubblica?
Oggi, la sentiment analysis non ha scalzato il sondaggio tradizionale per la rilevazione dell’opinione pubblica. Quest’ultimo continua a essere ampiamente e diffusamente impiegato per prevedere gli esiti delle elezioni e di numerosi altri eventi politici. Rispetto alle prime tecniche di misurazione, i sondaggi moderni sono stati affinati attraverso l’introduzione di correttivi metodologici che aumentano notevolmente l’affidabilità di questo strumento.
Tuttavia, permane sullo sfondo il medesimo interrogativo: l’opinione pubblica può davvero essere misurata? La risposta è: dipende da quale compromesso si è disposti ad accettare. Sul piano tecnico, bisogna avere contezza del fatto che ogni strumento di misurazione presenta dei vantaggi, ma espone ad altrettante criticità. Qualsiasi tecnica può nascere con l’obiettivo di risolvere i limiti di quella fino ad allora utilizzata, ma finire per generarne altri.
Infine, dipende da cosa si è interessati a fotografare. Una fotografia è in grado di fornire una riproduzione della realtà, ma non corrisponde mai alla realtà stessa. Immortala una certa situazione, ma sacrifica la tridimensionalità (e, quindi, la complessità) della scena reale. Definire a priori l’aspetto che si è interessati a catturare può essere utile per interpretare in modo consapevole il prodotto che viene restituito, il quale avrà necessariamente un mero valore orientativo.
I sondaggi che scandiranno l’avvicendarsi delle future tornate elettorali fungeranno da indicatori del clima d’opinione in prossimità del voto. Grafici e percentuali potranno essere certamente utilizzati come cartina per orientarsi nello spazio politico circostante, ricordando, però, prendendo in prestito la metafora del filosofo e matematico polacco Alfred Korzybski, che “la mappa non è il territorio”.
*Immagine di copertina: [Foto di kazuharu kondo via Pixabay]





