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La crisi idrica che ha messo a nudo la Tunisia

crisi idrica in Tunisia

Negli ultimi anni, la Tunisia è diventata particolarmente vulnerabile agli impatti del cambiamento climatico. Le recenti ondate di calore, con picchi compresi tra i 44°C e i 49°C, hanno generato un’impennata simultanea della domanda idrica ed elettrica. Inoltre, i conseguenti blackout hanno compromesso il funzionamento di pozzi e stazioni di pompaggio, innescando una crisi integrata tra deficit energetico e scarsità d’acqua. Tutto questo si traduce in delle ripercussioni sociali, politiche ed economiche che, in un contesto già fragile come quello tunisino, hanno un peso determinante sul futuro del Paese. Quanto della crisi idrica dipende dal clima e quanto dalla capacità dello Stato di gestire risorse sempre più scarse?

Dal caldo estremo alla lotta per le bottiglie d’acqua

Il 27 agosto 2026, a Kairouan, la temperatura ha raggiunto i 49,8 °C, appena mezzo grado sotto il record nazionale del 2021. Nello stesso giorno, sei città tunisine figuravano tra le venti località più calde monitorate a livello mondiale. L’ondata di calore ha inoltre spinto la domanda elettrica guidata dalla necessità di climatizzazione verso un valore record di 6.000 megawatt di consumo istantaneo nazionale, costringendo la Société tunisienne de l’électricité et du gaz (STEG) a introdurre interruzioni temporanee e a rotazione in diverse regioni.

Le conseguenze si sono estese rapidamente alla distribuzione idrica. Numerose stazioni di pompaggio dipendono infatti dall’elettricità: il 24 agosto l’interruzione della corrente nella principale stazione di Kerker ha compromesso l’approvvigionamento di diverse località nei governatorati di Mahdia e Sfax.

I 24 governatorati della Tunisia: OpenAI (10-09-2026). ChatGPT [modello di intelligenza artificiale generativa].

I blackout hanno interessato anche gli stabilimenti di imbottigliamento, proprio mentre il caldo faceva crescere la domanda d’acqua. Inoltre, alla riduzione della produzione si è aggiunta una carenza di materie plastiche necessarie per le bottiglie. Tutto ciò ha portato all’effettiva mancanza di acqua in bottiglia, diventata essenziale per molte famiglie a causa delle frequenti interruzioni, e la conseguente corsa agli scaffali dei supermercati che sono rimasti vuoti per settimane.

La risposta all’emergenza interna

Di fronte alla carenza, governo e operatori commerciali hanno cercato di rafforzare l’approvvigionamento. Dopo l’esaurimento delle scorte accumulate nei mesi invernali, le grandi superfici della Grande Tunisi hanno ricevuto circa 2,3 milioni di bottiglie al giorno, provenienti dalla produzione degli imbottigliatori nazionali. Un meccanismo di redistribuzione concordato con il ministero del Commercio è stato poi esteso agli altri governatorati. Parallelamente, oltre 1.500 militari e 250 mezzi sono stati mobilitati per consegnare un milione di litri d’acqua a circa 4.000 famiglie e installare generatori presso alcuni pozzi.

Alla crisi idrica si è affiancata quella degli incendi, la cui propagazione è stata favorita dalle temperature elevate, dalla siccità della vegetazione e dai forti venti. Secondo il bilancio della Protezione civile tunisina, tra il 1° giugno e il 30 agosto sono stati registrati 239 incendi boschivi, che hanno interessato oltre 14.000 ettari di foresta. Su richiesta di Tunisi, l’Unione europea ha sostenuto il dispiegamento di due Canadair messi a disposizione dall’Italia e ha attivato il Copernicus Emergency Management Service, incaricato di produrre rapidamente mappe satellitari delle aree colpite al fine di ricostruire l’estensione degli incendi e individuare le aree danneggiate.

Alla risposta immediata si sono aggiunti 200.000 euro di aiuti umanitari europei, destinati a sostenere per sei mesi circa 15.000 persone attraverso la Mezzaluna Rossa tunisina e la Federazione internazionale delle Società di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa. Sul piano della prevenzione, invece, il progetto europeo FORFIRE-AI punta a integrare dati meteorologici, immagini satellitari, sensori e droni in un sistema di allerta precoce. Gli interventi hanno riguardato sia la risposta immediata sia la prevenzione, ma la loro efficacia potrà essere valutata soltanto nel tempo.

L’evoluzione della siccità in Tunisia

L’ampiezza degli interventi descritti mostra la gravità dell’emergenza, ma i dati disponibili non permettono ancora di stabilirne l’efficacia. Una rielaborazione dei dati ERA5-Drought di Copernicus evidenzia che periodi molto aridi colpivano la Tunisia già negli anni Quaranta, ma anche che le siccità recenti si distinguono per durata e intensità.

Il grafico utilizza lo SPEI (Standardized Precipitation-Evapotranspiration Index) a 12 mesi, un indice che misura lo squilibrio idrico accumulato nell’arco di un anno: lo zero rappresenta condizioni vicine alla media, mentre i valori negativi indicano un deficit d’acqua sempre più grave quanto più diminuiscono. Convenzionalmente, un valore pari o inferiore a −1 segnala una siccità moderata, da −1,5 una siccità severa e da −2 una siccità estrema. Tra aprile 2021 e dicembre 2023, lo SPEI è rimasto sotto −1 per 33 mesi consecutivi; nel dicembre 2022 ha inoltre raggiunto il valore più basso della serie nazionale analizzata, estesa dal 1940 al 2026.

I gravi problemi strutturali

Il clima, tuttavia, spiega soltanto una parte della crisi idrica. Infatti, nel 2020 la Tunisia disponeva di circa 357 metri cubi d’acqua per abitante, già al di sotto della soglia di scarsità assoluta di 500 metri cubi; ma entro il 2050 questa quantità potrebbe scendere a 268. Alle perdite della rete idrica si aggiunge l’accumulo di terra e detriti negli invasi, cioè i laghi artificiali creati dalle dighe per raccogliere e conservare l’acqua. Depositandosi sul fondo, i sedimenti riducono progressivamente lo spazio disponibile nei bacini: nel 2021 avevano già provocato una perdita media del 22,6% della loro capacità di stoccaggio.

Alla fragilità delle infrastrutture si sommano le scelte nell’impiego delle risorse: circa l’87% dell’acqua utilizzata nel Paese è destinato alla produzione agricola, spesso all’interno di filiere inefficienti. La crisi idrica è dunque anche una questione di investimenti pubblici, priorità economiche e disuguaglianze territoriali. La possibilità di discutere e contestare queste scelte si scontra però con l’accentramento del potere e la progressiva riduzione degli spazi di dissenso che caratterizzano il delicato contesto politico tunisino.

Il delicato contesto politico

La recente crisi si inserisce in una Tunisia profondamente cambiata rispetto al 2011, quando la caduta del regime di Ben Ali diede avvio alla Primavera araba e alla successiva transizione democratica. Quel percorso si è interrotto sotto Kais Saied, eletto presidente nel 2019: nel luglio 2021 sospese il Parlamento, destituì il Primo Ministro e assunse poteri eccezionali, in una svolta definita un colpo di Stato dalle opposizioni. La Costituzione del 2022 ha poi rafforzato la presidenza e indebolito i contrappesi istituzionali. Un precedente approfondimento di Orizzonti Politici ricostruisce in modo più esteso questa regressione democratica.

All’accentramento del potere è seguita una crescente repressione di oppositori e società civile. Nell’aprile 2025 decine di politici, avvocati e difensori dei diritti umani sono stati condannati a pene molto elevate in un processo giudicato iniquo da Amnesty International. Nel settembre 2026 la Corte di cassazione ha confermato numerose condanne, fino a 45 anni di reclusione.

Il dissenso, tuttavia, non è scomparso. Nell’agosto 2026 il movimento Nafasha manifestato a Tunisi contro le interruzioni di acqua ed elettricità, il costo della vita e le restrizioni delle libertà, riprendendo anche gli slogan del 2011. La crisi idrica diventa così un banco di prova politico: la sua gestione dipende non solo dalle infrastrutture, ma anche dalla possibilità dei cittadini di chiedere trasparenza e contestare le scelte del governo.

Una crisi che va oltre il clima

L’estate 2026 ha mostrato come caldo estremo, siccità, blackout e incendi siano parti della stessa crisi. Gli interventi d’emergenza e gli aiuti europei possono rispondere alle necessità immediate, ma non sostituiscono gli investimenti nella rete idrica, la protezione delle riserve e una gestione più efficiente delle risorse. In un Paese segnato da profonde disuguaglianze e dalla repressione del dissenso, la scarsità d’acqua diventa anche una questione politica. Il futuro della Tunisia dipenderà quindi non solo dalla capacità di adattarsi al cambiamento climatico, ma anche da quella di costruire istituzioni trasparenti, responsabili e aperte alla partecipazione dei cittadini.

*Immagine di copertina: [Foto di Lawrence Chismorie via Unsplash]
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