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Da Cop26 al lockdown per smog: l’India e l’inquinamento atmosferico

Tempo di lettura stimato: 6 min.

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In India, la densa foschia di smog che ogni giorno copre tutte le sue metropoli più industrializzate non risparmia nemmeno i vasti territori delle pianure del Gange. Secondo i dati raccolti dall’azienda IQAir nell’annuale World Air Quality Report, 21 città su 30 con il peggior inquinamento atmosferico si trovano in India. Non solo: Nuova Delhi da tre anni si aggiudica il titolo di capitale più inquinata al mondo. A questa situazione emergenziale non è stata trovata risposta in occasione della Cop26, la conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici del 2021. È il paradosso dell’India, il cui Governo frena sullo stop al carbone mentre i suoi abitanti soffocano nello smog.

Le pesanti difficoltà di un Paese ancorato al carbone

Il primo ministro del Regno Unito, Boris Johnson, durante un intervento alla Cop26, ha affermato che per quasi tutti i Paesi del mondo “il combustibile fossile è morto” rivolgendosi invece a quelle potenze, come Cina e India, che mai lo hanno abbandonato. Anzi, in India lo sfruttamento del carbone è aumentato drasticamente nell’ultimo decennio per far fronte ai numerosi processi di sviluppo del Paese emergente, come l’aumento della produzione industriale e del tasso di urbanizzazione. Per questo motivo il carbone è il combustibile che, ad oggi,  alimenta circa il 70% del fabbisogno energetico dell’IndiaCome conseguenza diretta di questa tendenza, l’India è diventata il terzo produttore mondiale di CO2 dopo Cina e Stati Uniti, contribuendo significativamente al riscaldamento globale. Non solo: la combustione di carbone è in larga parte responsabile dell’inquinamento atmosferico che attanaglia l’India, a cui ogni anno viene ricondotto almeno un terzo dei decessi del Paese. Tantissime sono le ricerche che dimostrano l’emergenza ambientale in atto, come quella condotta dell’Energy Policy Institute dell’Università di Chicago, secondo cui la nuvola di smog che ricopre le città indiane, riduce la speranza di vita dei suoi cittadini di più di nove anni.

 

Il primo lockdown per inquinamento della storia

Nelle ultime settimane però la qualità dell’aria indiana è peggiorata drasticamente, registrando livelli di inquinamento atmosferico record: la concentrazione di PM 2.5, particelle di diametro inferiore a 2.5 micrometri, ha raggiunto la quota da capogiro di 400µg/m³. Superando di 20 volte il limite massimo giornaliero raccomandato dall’Organizzazione mondiale della sanità, questo particolato fine costituisce un grande pericolo per la salute umana in quanto può penetrare in profondità nell’apparato respiratorio. Una circostanza completamente diversa da quella registrata nel mese di ottobre, durante il quale, grazie alle piogge monsoniche, si erano registrati livelli bassissimi di inquinamento atmosferico. La situazione ha invece iniziato a peggiorare con l’arrivo dei mesi invernali, nei quali l’aria diventa particolarmente tossica per via degli agricoltori che bruciano le stoppie dei raccolti prima della nuova semina. Anche la ricorrenza induista del Diwali, con i suoi tradizionali fuochi d’artificio, ha contribuito ad inasprire questa emergenza che ha costretto i residenti della capitale ad indossare mascherine protettive anche in casa.

La Corte Suprema quindi, il 16 novembre scorso, ha ordinato al governo di adottare misure restrittive urgenti per affrontare il grave inquinamento: “Abbiamo deciso di chiudere in modo che i bambini non debbano respirare aria inquinata” ha affermato il ministro indiano Arvind Kejriwal. Oltre alle scuole, in India sono state bloccate le attività di tutti i cantieri, i dipendenti sono stati invitati a lavorare da remoto e soprattutto è stato emanato un ordine di stop per diverse centrali elettriche a carbone che si trovano nei dintorni della megalopoli. La conferenza annuale sui cambiamenti climatici dell’Onu si presentava quindi come un’occasione preziosa per cambiare le sorti critiche del subcontinente indiano, che nessuno si sarebbe lasciato perdere. O forse no.

Bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto?

Dopo due settimane di intensi negoziati i leader del mondo, riuniti a Glasgow in occasione della Cop26, hanno siglato l’accordo per dare una risposta adeguata all’attuale emergenza climatica. Un accordo raggiunto in extrema ratio, che non soddisfa tutte le parti coinvolte. Questo perché l’importante testo che fa riferimento alla riduzione dell’utilizzo dei combustibili fossili è stato annacquato all’ultimo minuto. Durante l’assemblea conclusiva infatti, il premier indiano Modi ha ottenuto la sostituzione dal testo definitivo dell’espressione “phase-out”, (eliminazione graduale) del carbone, con phase-down (riduzione graduale). Secondo il ministro dell’Ambiente, Bhupender Yadav infatti “non è compito dell’Onu dare prescrizioni sulle fonti energetiche. I paesi in via di sviluppo come l’India vogliono avere la loro equa quota di carbon budget”. Una modifica all’apparenza superficiale ma che in realtà influisce sulle prospettive future del nostro pianeta, un passo indietro avvenuto con il sostegno più o meno esplicito di altri Paesi come Cina, Australia, Russia e Arabia Saudita. Per la maggioranza degli Stati coinvolti invece, il raggiungimento di un accordo di compromesso è stato un boccone amaro da mandare giù. Anche Alok Sharma, il presidente della conferenza ha affermato di comprendere lo stato di delusione generale, sottolineando però l’importanza di proteggere il pacchetto di accordi conquistati.

India e inquinamento: in bilico tra presente e futuro

Sempre alla Cop26, il Primo Ministro indiano Narendra Modi ha annunciato che il proprio Paese si impegnerà a raggiungere la neutralità carbonica, cioè non diffonderà più gas serra nell’atmosfera di quanti può assorbirne, entro il 2070. L’India è stata l’ultimo dei maggiori inquinatori al mondo ad annunciare un obiettivo netto pari a zero. La Cina infatti ha affermato che raggiungerà tale obiettivo nel 2060 e gli Stati Uniti e l’Unione europea entro il 2050. Questa promessa, criticata perché considerata inadeguata rispetto alla portata delle sfide dell’emergenza climatica in atto, da altri è stata giudicata coraggiosa e ambiziosa. Questo perché l’India vive in bilico tra un presente di inquinamento e povertà e la speranza di un futuro diverso, che sembra poter esser raggiunto solo con l’espansione di un’economia che ancora si fonda sui combustibili fossili.

Proprio la crisi energetica che il Paese ha vissuto successivamente alla diffusione del Covid-19, ha permesso di analizzare la fragilità delle economie emergenti come l’India, 144esimo Stato al mondo per Pil pro capite, ancora profondamente dipendenti dal carbone. Nella sua attuale condizione, risulta difficile immaginare che il passaggio ad un’economia totalmente basata sull’energia rinnovabile possa avvenire negli stessi tempi di altre economie più avanzate e meno inquinanti.

L’inquinamento è tutta colpa dell’India?

Il sito di divulgazione su clima ed energia Carbon Brief ha tentato di comprendere le responsabilità climatiche dei diversi Paesi, considerando sia le emissioni storiche che la popolazione. L’analisi parte da un’osservazione: se consideriamo le emissioni di CO2 prodotte da tutti gli Stati al mondo in arco temporale più ampio, a partire ad esempio dagli anni ’60, l’India scende dal terzo posto al sesto della classifica. Questa interpretazione viene anche sostenuta dal primo ministro indiano Modi che a gran voce richiede all’Occidente, per molto più tempo inquinatore, di sobbarcarsi i costi di un cambio di paradigma senza più il carbone. Vero è, che le promesse fatte alla Cop15 di Copenaghen sui fondi destinati ai Paesi in difficoltà climatica non sono state rispettate: dei 100 miliardi di dollari all’anno entro il 2020, l’anno scorso sono stati raggiunti solo 80 miliardi. Senza garanzie sugli aiuti sembra difficile immaginare che un Paese come l’India possa affrontare autonomamente una transizione verde, rinunciando dall’oggi al domani al combustibile che traina la sua instabile economia, senza far affondare con sé i suoi 1.39 miliardi di abitanti.

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