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Corano e finanza: così l’Islam si affaccia sui mercati internazionali

Tempo di lettura stimato: 6 min.

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Il mondo della finanza è un vero e proprio scrigno di Pandora. Sono molti, infatti, gli aspetti poco conosciuti di un settore, quello che combina Islam e finanza, che è in realtà in continua evoluzione. 

Lo scorso aprile ad esempio, il Tesoro britannico ha emesso il suo secondo Sukuk, ovvero un bond compatibile con la legge islamica. Le richieste per l’acquisto di tali obbligazioni sono volate da Medio Oriente, Asia e Regno Unito. Il Sukuk, infatti, è un vero e proprio bond conforme alla Sharia, la legge islamica, che vieta il prestito a interesse. A differenza delle altre obbligazioni, però, i Sukuk devono essere emessi relativamente ad uno specifico progetto poiché non pagando un interesse, i profitti corrispondono ai guadagni che tale progetto genera. 

Dopo la Brexit, quindi, anche il Regno Unito si apre ai capitali islamici. Già nel 2014 aveva emesso il primo titolo sovrano conforme alla Sharia e ora Londra potrebbe consolidare la sua posizione di centro finanziario internazionale per tali investimenti. Dunque, qual è la storia e come si applica, nella pratica, la legge islamica al mondo della finanza?

Storia e evoluzione della finanza islamica

La finanza islamica ha iniziato a diffondersi negli anni ‘70. In quel periodo i Paesi arabi hanno iniziato a fare fortuna con il petrolio e, dunque, è aumentata la domanda di strumenti finanziari conformi alla Sharia. Nel 2017 il mercato finanziario islamico raggiungeva circa i 2,5 trilioni (migliaia di miliardi) di dollari soprattutto spinto dall’emissione dei Sukuk. Secondo un report di DinarStandard, tra i dieci migliori mercati finanziari arabi comparivano Iran, Arabia Saudita e Malesia. 

La finanza secondo l’Islam basa le sue regole di applicazione su cinque pilastri risultanti dall’interpretazione di alcune norme etiche del Corano. Ecco di seguito i cinque pilastri della Sharia. 

Zakat: carità

In molte religioni è presente l’usanza di devolvere parte dei propri guadagni ad opere di carità. Per la finanza islamica, la Zakat significa “purificazione”. Il suo pagamento, che di solito ammonta al 2,5% del reddito individuale, è da considerarsi una vera e propria tassa sulla ricchezza, prelevata dopo che il musulmano ha assolto a tutte le spese necessarie per la sussistenza della sua famiglia. Serve a purificare il patrimonio da un “surplus inutile” che lo porterebbe solo a peccare di egoismo, inducendolo, invece, a condividere il patrimonio con il resto della comunità. Di questa decima sulla ricchezza, il Corano afferma che se ne possono servire i poveri, i bisognosi, i viandanti o gli schiavi. Un vero e proprio passaggio automatico dai soggetti in surplus a quelli in deficit per sistemare gli equilibri all’interno della società.

Riba: divieto di interesse 

Il Corano vieta l’usura e, di conseguenza, nella finanza islamica è vietata la riscossione di interessi in quanto forma di guadagno non prodotta dal lavoro dell’uomo. Gli investitori musulmani, infatti, possono investire in progetti reali e realmente produttivi che permettono di ottenere un guadagno in finanza conforme all’Islam. Il profitto non deve essere legato al tempo, come lo è il tasso di interesse, ma commisurato solo al rischio assunto. È di rilevante importanza, allora, sottolineare le differenze con la finanza occidentale. In questo contesto, infatti, debitore e creditore non si trovano in una posizione contrapposta ma anzi condividono entrambi il medesimo interesse poiché le perdite del progetto sono condivise. La banca, invece, deve prestare maggiore attenzione alla fase di valutazione del progetto da finanziare e meno attenzione, rispetto al sistema occidentale, al giudizio di affidabilità creditizia delle parti. Sono escluse poi dalla sharia tutti gli strumenti finanziari che garantiscono un profitto certo come cedola o tasso di interesse. Tra questi possiamo elencare, dunque, le obbligazioni e le azioni privilegiate. 

Halal: investimenti leciti 

La Sharia impone l’obbligo per i musulmani di supportare solo attività economiche moralmente accettabili, definite Halal, e astenersi invece da quelle ritenute peccaminose, definite Haram. In ambito finanziario, la Sharia elenca solo tutto ciò che è proibito, ad esempio le attività di trading sono concesse solo a determinate condizioni. Un esempio di investimento Halal molto semplice ed efficace è quello nei terreni. Il valore dei terreni, infatti, di anno in anno continua ad aumentare conseguentemente all’aumento della popolazione. Tale tipo di investimento, oltre ad essere halal, è anche molto redditizio perché permette di vendere e affittare porzioni che terreno con un profitto che è direttamente proporzionale all’aumento della popolazione e delle esigenze abitative. 

Gharar: Investimenti non rischiosi 

Il termine Gharar significa, invece, “rischioso”. Non è incluso nel Corano ma in alcuni passi della Sunna, il codice di comportamento islamico. In questo ambito bisogna citare le obbligazioni Sukuk poiché gli strumenti finanziari islamici devono essere utilizzati per supportare progetti precisi e conosciuti. Il sottostante, ovvero il titolo al quale è ancorato il prezzo del Sukuk, infatti, è sempre noto e poco rischioso. Ne sono un esempio gli immobili e le infrastrutture pubbliche. In finanza, il concetto “Gharar” si può osservare nei derivati come le opzioni che permettono di fare speculazioni sui titoli. Infatti, nella finanza secondo l’Islam, la maggior parte dei derivati è vietata in quanto eccessivamente rischiosa a causa dell’incertezza legata al sottostante. 

Maysir: Investimenti non speculativi 

Il Corano vieta il gioco d’azzardo e di conseguenza anche gli investimenti speculativi. Ricollegandoci al concetto di Riba e Gharar, è vietato qualsiasi tipo di investimento che implichi rischio e incertezza. In ambito finanziario ciò si traduce sempre nel divieto di investire in titoli di imprese che operano con eccessiva leva finanziaria, fanno speculazioni su valute, operano tramite arbitraggi sui mercati e utilizzano derivati. Per quanto riguarda gli investimenti assicurativi, invece, sono concessi solo se risultano Takaful, ovvero quando il fondo versato, a differenza delle assicurazioni tradizionali, resterà di proprietà dell’utente e non andrà all’impresa fornitrice di servizi assicurativi. I fondi comuni di investimento, poi, non includono per legge società che hanno un rapporto fra debiti e capitale superiore al 30% poiché potrebbero ricorrere ad un uso improprio della leva finanziaria. 

L’impatto sociale della Sharia 

Secondo la Sharia, dunque, il denaro non serve per arricchirsi personalmente ma per contribuire allo sviluppo della società. Come affermato dalla Banca mondiale, la finanza islamica è stato uno strumento utile per favorire e accelerare lo sviluppo dei Paesi musulmani, come Iran e Malesia, nello scorso decennio con un mercato che è cresciuto del 10-12% l’anno grazie all’interesse di Paesi non musulmani come Regno Unito, Lussemburgo, Sud Africa e Hong Kong. La finanza islamica, inoltre, favorisce gli investimenti in infrastrutture pubbliche. La Nigeria ad esempio ha investito 405 milioni di dollari sull’emissione di Sukuk bonds per finanziare 44 progetti di autostrade nel Paese. L’enfasi posta, infatti, dalla Sharia sugli investimenti tangibili e le transazioni reali scoraggia la speculazione finanziaria e può rendere la finanza islamica una “finanza di impatto”.

Per via della stringente etica della legge islamica, tale ambito di investimento attrae principalmente coloro, anche se non musulamani, che vogliono fare investimenti equi e sostenibili. In ogni caso, la finanza islamica è all’inizio del suo sviluppo e dovrà affrontare ancora molte sfide. Essa sembra, infatti, più “solida” del sistema bancario tradizionale sempre più stravolto da repentine crisi finanziarie. Perfino Goldman Sachs ha cercato di entrare in questo mercato, riuscendoci infine con l’emissione di un secondo Sukuk nel 2014. Alla luce di un rapporto di EY del 2016, però, sembra ancora che la finanza islamica sia poco redditizia a causa di alti costi amministrativi e inefficienze operative. Il settore della finanza islamica è, infatti, regolamentato tramite un vero e proprio “Comitato di Basilea islamico”, chiamato“Islamic Financial Services Board” (IFSB),  che si occupa di dare linee guida combinando finanza e Islam. 

Le banche islamiche, dunque, stanno prendendo sempre più piede ma per uscire da un settore di nicchia, devono diventare non solo abbastanza forti e stabili da poter competere con le banche tradizionali, ma anche superare la sfiducia in tipi di investimenti diversi da quelli della finanza tradizionale.

 

Sveva Manfredi
Nata e cresciuta a Nola, ridente cittadina in provincia di Napoli vent’anni fa. Curiosa di capire come mai la società non funzioni, ho deciso di studiare Economia e Finanza alla Bocconi. Nel tempo libero rincorro passioni, e alcune le metto anche su carta: sono quelle che, alla fine, ci rendono ogni giorno più vivi, salvando il mondo.

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