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Come il quarto femminismo sta cambiando l’Argentina

Tempo di lettura stimato: 7 min.

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Lo scorso 2 marzo il presidente argentino Alberto Fernandez ha annunciato la sua intenzione di portare in Congresso una proposta di legge per legalizzare l’aborto. Ciò perché “la società del ventunesimo secolo deve rispettare la scelta individuale dei suoi membri di decidere liberamente sui propri corpi”. L’Argentina sarebbe il quarto Paese dell’America Latina a decriminalizzarlo. E il merito è della quarta ondata di femminismo argentino, ed in particolare del collettivo Ni Una Menos, che da anni si batte per porre fine all’aborto clandestino. 

Quarto femminismo argentino

Secondo la studiosa Jennifer Baumgardner, con il 2008 si apre una nuova ondata di femminismo nel mondo. Il movimento sceglie di abbandonare il principio del separatismo, includendo gli uomini e abbracciando le comunità LGBT+ e di colore. Il femminismo di quarta ondata combatte in un nuovo campo di battaglia: Internet. I social media dunque rappresentano allo stesso tempo uno strumento, perché rendono possibile coordinarsi come movimento mondiale, e un nemico, in quanto riflettono le discriminazioni già insediate nella società.

In Argentina il quarto femminismo è anche chiamato “rivoluzione delle figlie” per la prevalenza di adolescenti nel movimento. Dalla causa scatenante, l’alto numero di femminicidi, gli attivisti continuano a battersi per diverse questioni, tra cui l’aborto legale e gratuito, l’utilizzo di un linguaggio libero dal genere, la parità di salario e un maggiore accesso ai contraccettivi. Tra le varie diramazioni della “rivoluzione delle figlie” spiccano il collettivo Ni Una Menos e le manifestazioni pro-choice, a favore della legalizzazione dell’aborto.

Ni Una Menos

Il movimento femminista Ni Una Menos nasce nel 2015 in Argentina e si espande in tutto il mondo grazie all’omonimo hashtag diffuso su Internet. Il collettivo prende il nome dai versi della poetessa Susana Chavez: “ni una mujer menos, ni una muerta mas”. “Non una donna di meno, non una morta in più”.

manifestazione Ni Una Menos

La prima manifestazione si tiene il 3 giugno dello stesso anno in diverse città in risposta all’ennesimo caso di femminicidio. La vittima questa volta è di Chiara Paez, quattordicenne colpita fino alla morte dal fidanzato un mese prima perché non voleva porre fine alla propria gravidanza. Le dimostrazioni di Ni Una Menos non sono vane. Dopo meno di 24 ore, infatti, il giudice della Corte Suprema Elena Highton annuncia l’introduzione di un registro di femminicidi. Per di più il segretario argentino per i diritti umani promette di impegnarsi a stilare una statistica dei femminicidi.

Esattamente un anno dopo, il 3 giugno 2016, Ni Una Menos torna a far tremare le piazze con un nuovo slogan, “Vivas nos queremos”, per chiedere dignità anche durante la vita. È il periodo del governo di Mauricio Macri, in cui le donne sono le prime ad essere colpite dalle misure di austerità. Infatti, il budget nazionale stabilito per il 2019 porta a un taglio del 18% ai fondi dell’Istituto Nazionale delle Donne (INAM).

Il 19 ottobre Ni Una Menos decide di promuovere uno sciopero contro il femminicidio, in quanto “punto più alto di una trama di violenze che include lo sfruttamento, la crudeltà e l’odio per le diverse forme di autonomia femminile”. Il movimento andrà ad espandersi sempre più, sia in America Latina che nel resto del mondo. Come infatti ricorda la giornalista Irupè Tentorio, “i femminicidi non discriminano né per classe sociale, né per nazione, né per città”.

Legge e femminicidio

L’Argentina è uno degli otto paesi dell’America Latina ad includere la nozione di femminicidio nel proprio Codice penale. Tale crimine è definito come “assassinio perpetrato da un uomo contro una donna nel contesto di violenza di genere”. L’articolo 80 stabilisce come “fatto aggravante” il legame sentimentale tra la vittima e l’assassino, la cui pena può arrivare all’ergastolo.

Nonostante la legge ripudi il femminicidio, i processi penali terminano spesso con l’assoluzione dell’accusato. Secondo il report di Human Rights Watch, nel 2018, dei 254 casi di femminicidio, solo 22 hanno portato a condanna. Ne è un esempio la sentenza per la morte di Lucia Perez nel 2016. La ragazza, dopo essere stata drogata, è stata stuprata e seviziata con un palo fino alla morte. Nonostante le prove schiaccianti, Matías Farías e Juan Pablo Offidani sono stati assolti dall’accusa di violenza sessuale e omicidio. Uno spiraglio di luce è arrivato due anni dopo il processo. Nel dicembre del 2019, il tribunale di Buenos Aires ha infatti deciso di indagare i giudici che avevano assolto Farias e Offidani dalle due accuse.

Stratagemmi da quarantena

Nel 2019 le donne vittime della violenza patriarcale sono state 327, una ogni 27 ore. Con l’inizio della quarantena per il Coronavirus, la frequenza di femminicidi è aumentata. Solo nella prima settimana sono stati 12 i casi segnalati. Anche le chiamate al numero 144, la linea nazionale per le denunce di violenza domestica e abusi, hanno visto un incremento del 25%. Perciò, il ministero per le donne, le politiche di genere e la diversità sessuale il 31 marzo ha attivato un numero a cui è possibile mandare messaggi di testo e vocali tramite Whatsapp. Non è però scontato riuscire a chiedere aiuto da casa. La ministra Elizabeth Gómez Alcorta ha quindi trovato uno stratagemma: il 5 aprile ha emanato una normativa che permette di uscire di casa per realizzare denunce o chiedere aiuto in casi di violenza domestica. Le vittime possono presentarsi alla farmacia più vicina e richiedere un barbijo rojo; in questo modo i commessi capiranno che stanno chiedendo aiuto. Questo con la consapevolezza che “la quarantena in alcuni casi può produrre un aumento della violenza familiare contro le donne e i membri del gruppo LGBT+”.

Parità di genere in Argentina

Secondo il Global Gender Gap Report 2020, l’Argentina si trova al 30esimo posto mondialmente per la parità di genere. Un risultato apprezzabile, considerando che l’Italia si classifica 76esima. Inoltre, nella sezione political empowerment si trova 23esima. Merito anche della Legge per la Parità di Genere del 2017, volta a garantire la rappresentazione delle donne almeno del 50% nel Congresso Nazionale argentino.

Fonte: Global Gender Gap Report 2020

La situazione è però diversa se si considera la parità di genere in ambito lavorativo: lo Stato argentino occupa il 103esimo posto per opportunità e partecipazione economica. In media le donne argentine guadagnano il 25% in meno dei connazionali a parità di incarico. L’economista Lucia Cirmi Obon sostiene che questo divario retributivo sia “dovuto alle diseguaglianze presenti tra le mura di casa, sintomi della società machista”.

Molte femministe hanno criticato il governo per il suo tentativo di combattere il gender pay gap attraverso misure meramente economiche. La studiosa Minguez ribadisce infatti che è necessario concentrarsi anche sulla sfera privata dei cittadini per cambiare gli stereotipi dei ruoli di genere causati dalle tradizioni culturali.

Legalizzazione dell’aborto

Il codice penale argentino 846 del 1921 condanna l’interruzione della gravidanza se non per stupro o pericolo di vita per la donna. L’accusata rischia da uno a quattro anni di carcere. Negli ultimi anni, sono state otto le proposte di legge per la legalizzazione dell’aborto, ma nessuna è stata approvata dal Congresso. L’ultima risale al 2018, durante la presidenza di Macri, bocciata in Senato con 38 voti contro 31. “Sapevamo che la legge avrebbe incontrato difficoltà in Senato, che è tradizionalmente più conservatore della Camera”, ha spiegato a TPI la giornalista Irupé Tentorio.

Da quando è partito il treno di proposte di legge per legalizzare l’aborto, le piazze si sono riempite. La popolazione argentina protesta, divisa in due fronti. È una guerra combattuta a foulard: da un lato il movimento pro-life sventola fazzoletti blu, dall’altro la “protesta delle sciarpe verdi” grida “aborto legal ya”.

manifestazione delle sciarpe verdi

Dibattito nazionale

Durante il dibattito del Congresso sull’aborto del 2018, l’attivista Soledad Deza ha fatto notare come coloro che sono contro la legalizzazione dell’aborto “non siano a favore della protezione della vita, ma stiano in realtà supportando gli aborti clandestini”. Secondo un rapporto di Women’s Human Rights, infatti, ogni anno avvengono circa 500mila aborti illegali, un numero che rappresenta il 40% delle gravidanze. Per le scarse condizioni igieniche in cui viene praticata, l’interruzione di gravidanza è la prima causa di mortalità materna in Argentina. “La questione centrale è proprio questa: in Argentina l’aborto clandestino uccide”, ha spiegato Tentorio a TPI. “Uccide le giovani, le più povere e mette a rischio la salute di centinaia di migliaia di donne ogni anno. Solo chi può pagare riesce a rivolgersi a un medico privato o a una clinica. La maggioranza delle donne non può permetterselo. Il costo medio per un aborto praticato in una struttura privata è di 2000 euro, una cifra insostenibile”.

Fonte: Statista

Negli ultimi anni, grazie anche alle dimostrazioni dei foulard verdi, il supporto tra la popolazione per la decriminalizzazione dell’aborto è aumentato. Ma secondo i sondaggi non supera ancora il 50%. Ciò è dovuto anche all’influenza della Chiesa, che da sempre si dichiaraa favore della dignità e del valore sacro e inalienabile della vita”.

Con l’insediamento alla presidenza di Alberto Fernandez nel 2019, si è riaccesa la speranza per le sciarpe verdi. Il leader ha infatti annunciato di voler ripresentare in Congresso il progetto di legge per decriminalizzare l’aborto. Secondo molti attivisti, un’eventuale legalizzazione potrebbe causare un effetto domino nei Paesi vicini “per la sua influenza nella regione”. Ma un imprevisto potrebbe ritardare il confronto: il Coronavirus.  

Cosa aspettarsi?

Il lockdown impone al governo argentino di concentrarsi sulla pandemia, per cercare di evitare il collasso del proprio Paese. Il dibattito sulla legge per l’aborto potrebbe essere rimandato di qualche mese. Ma la voce delle femministe non si spegne. Le manifestazioni si sono spostate dalle piazze ai balconi, con i ruidazo, dimostrazioni rumorose contro la violenza di genere. Per esprimere sostegno a chi neanche in casa può sentirsi al sicuro.

Elena D'Acunto
Napoletana di nascita, milanese d’adozione, americana per 3 mesi. Dopo 5 anni di liceo scientifico, ora studio Scienze Politiche in Bocconi. Ho tre passioni: la politica, la musica e le scarpette da arrampicata. Di giorno scrivo per OriPo, di notte mi trasformo in una bimba di Lilli Gruber.

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