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L’Iran dopo la morte di Raisi: verso un cambio di rotta?

Lo scorso 19 maggio, il presidente iraniano Ebrahim Raisi ed il ministro degli esteri Hossein Amir-Abdollahian sono morti in un incidente in elicottero. Il velivolo stava sorvolando la provincia dell’Azerbaijan Orientale quando, probabilmente a causa di un’avaria, è precipitato nel vuoto. La morte del presidente e di uno dei suoi più stretti collaboratori avviene in un momento molto delicato per la Repubblica Islamica che, nell’ultimo anno, ha affrontato numerose sfide interne e internazionali, non ultima l’escalation di tensione con Israele. Viene spontaneo chiedersi: cosa accadrà all’interno del Paese in seguito alla morte di Raisi? L’Iran cambierà la propria strategia internazionale o rimarrà in linea con ciò che è stato il suo comportamento finora?

Implicazioni sulla politica interna dell’Iran dopo la morte del presidente Raisi

Quel che è certo è che l’improvvisa scomparsa di Raisi aprirà una fase delicata all’interno della Repubblica islamica. La notizia infatti ha colto di sorpresa le diverse leadership che compongono il nezam, il sistema di potere iraniano, che non gode di particolare legittimità interna. A dimostrazione di ciò, i dati delle ultime elezioni parlamentari (2020 e 2024, con un’affluenza rispettivamente del 42% e del 41%) parlano chiaro. La scarsa partecipazione al voto è un segnale del malcontento popolare che si è manifestato più volte attraverso proteste e rivolte nel Paese: nel 2022 ad esempio, a scendere in piazza sono state le donne che, scandendo lo slogan «Donna, vita, libertà», rivendicavano maggiori libertà individuali. 

Le nuove elezioni presidenziali, previste entro 50 giorni secondo la Costituzione, saranno organizzate dal vice presidente Mohammad Mokhber, che servirà come presidente ad interim. A prescindere da chi verrà eletto, non si prevedono cambiamenti drastici o significativi per la Repubblica Islamica post-Raisi: per garantire la preservazione degli interessi del regime, infatti, è probabile che vincano le figure politiche già favorite dall’establishment.

La seconda, e ben più importante, sfida per il sistema politico iraniano riguarda invece la successione della Guida Suprema, e cioè l’ormai anziano Ali Khamenei, che governa ormai dal 1985. La Guida Suprema ha un ruolo centrale in Iran, dettando la strategia internazionale, la linea religiosa e guidando il Consiglio dei Guardiani, un’assemblea in grado di porre il veto, tra le altre cose, alle leggi passate dal parlamento. Ebrahim Raisi, infatti, era ampiamente considerato il potenziale successore di Khamenei: la sua morte ha quindi lasciato un vuoto significativo nella gerarchia politica, che potrebbe innescare una lotta di potere tra le fazioni conservatrici e altri gruppi politici. Tra i potenziali successori figurano ora il figlio di Khamenei, Mojteba Khamenei, insieme ad importanti alleati di Raisi all’interno dei Guardiani della Rivoluzione, i Pasdaran. Considerando che la Guida Suprema è una carica a vita, la sua elezione rappresenta una scelta delicata e cruciale, poiché potrebbe plasmare il panorama politico iraniano per i prossimi decenni.

Addio alla “pazienza”: l’Iran verso un nuovo posizionamento strategico

Raisi, dalla sua elezione nel 2021, ha giocato un ruolo significativo nel plasmare la politica estera dell’Iran, in particolare per quanto riguarda le negoziazioni sul nucleare. Nel recente rapporto dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (IAEA), è emerso che l’Iran ha accumulato un quantitativo di uranio arricchito 30 volte superiore rispetto a quanto concordato nell’accordo del 2015 tra Teheran e le potenze mondiali per limitare il programma nucleare iraniano. Secondo i parametri dell’IAEA, ciò significa che l’Iran ora dispone di materiale arricchito fino al 60% di purezza che, se ulteriormente arricchito, potrebbe essere sufficiente per la costruzione di tre armi nucleari. Le potenze occidentali affermano che non esista alcuna giustificazione credibile per arricchire l’uranio a tali livelli: l’Iran, tuttavia, sostiene che i propri obiettivi siano pacifici.

Tutt’altro che pacifici invece sono i rapporti con Israele. Infatti, forse l’unico aspetto che rimarrà invariato dalla morte di Raisi è il posizionamento dell’Iran sui vari dossier dello scacchiere mondiale: l’orientamento verso Est e verso partnership di sicurezza e commerciali con la Cina e la Russia e la rivalità con Arabia Saudita, Qatar, Stati Uniti e ovviamente Israele verso cui, lo scorso 13 aprile, ha lanciato un attacco militare. L’operazione è stata la risposta ad un precedente raid israeliano del 1° aprile, che aveva colpito il Consolato iraniano a Damasco, causando la morte di sette membri del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC), tra cui il generale Mohammad Reza Zahedi, comandante in Libano e Siria. 

Particolarmente interessanti sono tre aspetti dell’attacco iraniano: primo, dopo la fine della guerra con l’Iraq nel 1988, l’Iran non era stato più coinvolto militarmente con alcuno Stato; secondo, è stata la prima volta che l’Iran ha lanciato un attacco militare diretto contro lo Stato ebraico e terzo, l’operazione è stata definita il più grande attacco simultaneo da parte di piattaforme militari aeree nella storia moderna, con oltre 300 proiettili (compresi droni) lanciati contemporaneamente verso Israele. L’attacco, reso volutamente poco efficace dall’Iran stesso, che ha largamente anticipato le sue intenzioni per permettere a Israeliani e Giordani di preparare le loro difese aeree con largo anticipo, è stato effettuato per mostrare al mondo la propria potenza tecnologica e per segnalare l’evoluzione del paradigma israelo-iraniano. Il comandante dei Guardiani della Rivoluzione iraniani, Hossein Salami, ha infatti affermato: “d’ora in poi, se Israele attaccherà interessi o cittadini iraniani ovunque nel mondo, l’Iran risponderà”. La Repubblica Islamica, infatti, sembra aver superato la dottrina della “pazienza strategica” che ha caratterizzato oltre 20 anni della propria politica estera, un modo di agire secondo il quale l’Iran si serviva dei propri alleati nella regione per combattere nell’ombra, tra i quali vari soggetti non statali come gli Houthi in Yemen, Hezbollah in Libano e diverse milizie sciite in Siria. Così facendo, attraverso un conflitto a bassa intensità. l’Iran era in grado di colpire Israele direttamente sul suo territorio senza compromettersi in una guerra diretta, conducendo attacchi anche verso gli Stati Uniti e i loro interessi nel Medio Oriente. Con l’attacco del 13 aprile, la Repubblica Islamica ha voluto segnalare un cambio di paradigma: non solo guerre “per procura”, attaccare l’Iran da ora significa aspettarsi una risposta da tutto l’apparato militare iraniano, ben più efficace e potenzialmente pericoloso degli arsenali a disposizione degli attori come Hezbollah, che fino ad oggi avevano “fatto il lavoro sporco” per conto di Teheran.

L’attuale situazione di scontri a bassa intensità con l’Iran fa parte del più ampio piano per l’egemonia regionale in Medio Oriente. Dal 2011, con lo scoppio della guerra civile in Siria, abbiamo assistito al ritorno della presenza militare russa nell’area e a un progressivo spostamento degli interessi economici e strategici dei paesi petroliferi del Golfo verso la Cina, soprattutto dopo il disimpegno degli Stati Uniti dalla regione. Anche grazie all’Iran, che ha concluso una partnership strategica di 25 anni con la Cina e favorisce una crescente cooperazione con la Russia, inclusa la fornitura di droni e missili nella guerra in Ucraina, si sta venendo a creare un potente blocco antioccidentale, non senza conseguenze di più ampio respiro. 

Nel 2023, infatti, è stata proprio la Cina a facilitare un accordo tra Iran e Arabia Saudita, volto a ridurre la loro competizione per l’egemonia regionale. Un anno dopo questo riavvicinamento, Riyad e Teheran, nonostante le profonde divergenze ideologiche e politiche, continuano a provare a ridurre gli attriti reciproci, specialmente in un contesto regionale così teso. A riprova di ciò, l’Iran ha stretto rapporti più stretti con Paesi come Egitto, Emirati Arabi Uniti e Turchia. Dopo lo scoppio della guerra a Gaza, mentre Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti sono rimasti in secondo piano ed Egitto, Turchia e Qatar erano impegnati nelle negoziazioni per un cessate il fuoco, si è consolidato a poco a poco il ruolo di leadership dell’Iran nella regione. Inoltre, l’ingresso dell’Iran nei BRICS e nell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO) nel 2023, ha conferito al Paese una maggiore legittimità nel contesto globale.

Quali gli scenari futuri per la Repubblica Islamica?

La morte inaspettata di Raisi ha lasciato un vuoto colmo di domande, inaugurando un periodo di incertezza che potrebbe influenzare l’Iran negli anni a venire. Le prossime elezioni presidenziali potrebbero alleviare parte di questa incertezza stabilendo un nuovo leader. Tuttavia, la successione della Guida Suprema, fondamentale per definire la traiettoria politica e ideologica a lungo termine dell’Iran, rimane un fattore significativo che potrebbe influenzare non solo le politiche interne, ma anche le interazioni dell’Iran a livello globale. Forte della propria posizione regionale e del proprio arsenale, l’Iran, che ha appena detto addio alla sua decennale dottrina della guerra nell’ombra, si dirige verso un cambio di rotta nei confronti di Israele, e potenzialmente su tutti i suoi dossier regionali e globali, aprendo a possibili scenari del tutto imprevedibili nel medio e lungo termine.

*Ebrahim Raisi nella città di Zanjan (crediti foto: مقداد مددی, via Wikimedia CommonsCC BY 4.0 DEED)

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