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Stipendi italiani: quanto sono davvero bassi e cosa può fare il PNRR per alzarli

Tempo di lettura stimato: 5 min.

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Articolo pubblicato su Business Insider Italia

Gli stipendi italiani sono davvero così bassi? 

La crisi dell’Eurozona ha lasciato un segno profondo nell’economia continentale. Secondo la Confederazione europea dei sindacati, i salari reali dei lavoratori italiani sono diminuiti del 4,3% tra il 2010 e il 2017. Al contrario, Germania e Francia hanno segnato un aumento rispettivamente del 3,9% e 8,3%. Inoltre, Eurostat ha da poco pubblicato i dati economici per il 2020 e il Belpaese ha perso il 7,5% degli stipendi rispetto al 2019, contro una media europea dell’1,7%. Visti questi andamenti precedenti alla crisi pandemica, la divergenza con le altre maggiori economie del continente è destinata ad aggravarsi in seguito all’emergenza sanitaria da SARS-COV-19. Notizie migliori non arrivano per quanta riguardo l’occupazione giovanile: secondo la Commissione europea la disoccupazione nella fascia tra 15-24 anni è al 28% in Italia, il doppio della media europea. A questo poco rassicurante quadro si aggiunge il fatto che in Italia si lavora part-time più che nell’Eurozona e si guadagna di meno, con la percentuale di part-time involontario in Italia attorno al 62% nel 2019, contro il 24% della media europea. Questo significa che su 10 lavoratori non a tempo pieno, 6 lo sono forzatamente. 

Perché gli stipendi italiani sono così bassi?

Le spiegazioni alla base della stagnazione salariale sono molteplici. Al contrario di quanto ci si potrebbe però aspettare, il costo del lavoro in Italia è più basso di quello francese o tedesco; le cause vanno quindi cercate nel problema della produttività.

Secondo stime della Federal reserve, la produttività italiana si è attestata a livelli stabili tra il 2010 e il 2019. Quella tedesca è invece aumentata così come quella francese. Questo squilibrio si ripercuote sulla compensazione dei lavoratori, che, generando un valore aggiunto minore rispetto ai colleghi transalpini o tedeschi, ricevono anche uno stipendio inferiore. Coerentemente con questi dati, gli italiani sono anche quelli che lavorano più ore alla settimana: ne consegue che lavorano più e guadagnano meno della media europea.  

Ma perché la produttività nostrana è così bassa? La risposta va ricercata nella (mancanza di) tecnologia a livello imprenditoriale. L’economia italiana è caratterizzata da uno straordinario numero di piccole e medie imprese, che raramente possono sostenere il costo di pesanti investimenti in ricerca e sviluppo. Questa mancanza di innovazione ha un’importante ricaduta sul tessuto produttivo: al posto di essere impiegati in mansioni ad alta specializzazione, che richiederebbero infrastrutture tecnologiche all’avanguardia, i giovani italiani si adattano a lavori poco qualificati e soprattutto poco remunerativi. 

Una pubblicazione della Cgil su dati Ocse conferma questa tesi con due dati: innanzitutto, la percentuale di lavoratori non qualificati in Italia è sopra la media dell’Eurozona, così come la percentuale di lavoratori nelle professioni intellettuali e scientifiche è sotto la media continentale. Inoltre, il Ministero del Lavoro ha rilevato che le professioni non qualificate sono anche le più soggette a part-time sull’occupazione totale, così come hanno una percentuale sopra la media di part-time involontario. Questo significa che aumentando l’impiego di lavoratori qualificati il precariato diminuirebbe, alzando anche il livello salariale medio. 

Nonostante questo desolante scenario, è importante anche provare a chiarire quali siano invece le professioni più remunerative, così da poter comprendere quali iniziative possano rendere questi lavori più accessibili ai giovani italiani. Secondo lo University report 2020 pubblicato dalla società di consulenza JobPricing, sono gli ingegneri gestionali la categoria meglio retribuita, seguiti dai diplomati in altre discipline STEM

Rispetto alla media Ocse, l’Italia ha anche una percentuale molto bassa di persone tra i 25 e 34 anni con un’educazione terziaria. Si genera quindi un circolo vizioso, in cui i giovani hanno scarse aspettative sul proprio stipendio da neolaureati e quindi decidono di non iscriversi all’università. Di conseguenza le aziende sono anche meno incentivate a innovare, poiché avrebbero difficoltà a trovare lavoratori in grado di gestire tecnologie di frontiera.

Che fare? Il ruolo del Pnrr

Per rompere questo circolo vizioso, sarà utile riformare in modo organico il mercato del lavoro, modificando le condizioni sia della domanda che dell’offerta. Le proposte contenute nel tanto discusso Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) potrebbero contribuire ad alzare gli stipendi italiani in vari modi. Innanzitutto, nel programma avanzato dal Governo Draghi alla Commissione europea rientra un investimento in digitalizzazione del tessuto produttivo per ben 24 miliardi di euro: tale cifra rappresenta il doppio della spesa nazionale in ricerca e sviluppo. Il piano per la Transizione 4.0, così denominato nel documento di Governo, punta a fornire nuovo impulso alla transizione digitale delle imprese, con particolare attenzione all’occupazione giovanile. Per aumentare l’efficacia di queste misure, il piano include investimenti in formazione manageriale, con particolare attenzione alle Pmi. Infatti, in cambio della partecipazione ai programmi verranno garantiti tagli del cuneo fiscale. 

Parallelamente, verrà promossa l’internazionalizzazione delle imprese italiane. Incentivando le aziende a esportare e competere a livello globale, il piano può aiutare ad alzare i salari dei dipendenti. Infatti, è stato dimostrato che la competizione internazionale permette di allocare le risorse verso le aziende più produttive, che a loro volta possono pagare stipendi più alti ai propri lavoratori.   

Non bisogna però sottovalutare l’importanza della costruzione di un’infrastruttura in grado di sfruttare a pieno il potenziale delle nuove tecnologie d’impresa: l’Unione europea ha posto il 2030 come data ultima entro la quale ogni cittadino europeo dovrà poter avere accesso alla Banda ultra larga e al 5G. Raggiungere questo standard potrebbe offrire alle Pmi nostrane le premesse per compiere il definitivo salto di qualità tecnologico. 

Infine, il Pnrr include una missione intitolata “Dalla Ricerca all’Impresa” che ha lo scopo di aumentare le sinergie tra la ricerca scientifica, con gli sviluppi tecnologici che ne conseguono, e il tessuto industriale nostrano. 

Gli stipendi italiani stagnano da ormai molto tempo, con un andamento che almeno nel breve periodo difficilmente migliorerà. Ciononostante, le riforme collegate al Pnrr hanno il potenziale per sfruttare a pieno il profondo legame tra innovazione, sviluppo e ricerca che caratterizza le economie più avanzate. Se i cambiamenti auspicati si realizzeranno, allora  nel tempo i lavoratori italiani potranno tornare a vedere buste paga sempre più consistenti.

* Manifestazione di lavoratori a Milano, 4 Luglio 2020. [Crediti foto: CUB // Creative Commons CC 2.0]

Fabio Enrico Traverso
Classe '96, studio Discipline Economiche e Sociali. Mi piacciono i Led Zeppelin, suono il pianoforte e amo discutere, soprattutto citando Michael Scott. In OriPo per far spazio alle suddette passioni.

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