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Il modello Genova è replicabile?

Tempo di lettura stimato: 5 min.

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È inutile girarci attorno, la crisi economica che colpirà il nostro Paese, di cui vediamo già oggi i primi effetti, lascerà un solco profondo nel tessuto economico-sociale italiano. Ora più che mai c’è bisogno di trovare ricette in grado di rilanciare la nostra economia. Una ripresa che potrebbe passare, come scrivevamo qualche tempo fa, dai grandi cantieri sparsi per tutta Italia. Per questo motivo abbiamo chiesto al dott. Massimo Ferrari, General Manager di Webuild (ex Salini-Impregilo) di raccontarci l’esperienza del modello Genova, un unicuum nel panorama italiano dei grandi cantieri, solitamente caratterizzato da lunghi tempi di realizzazione e costi che spesso lievitano ben oltre le previsioni.  

Un’eccezione costruita su due pilastri. Il primo rappresentato dalla deroga al codice degli appalti (con il d.l. 109 del 2018) che ha permesso di evitare i lunghi e complessi iter burocratici italiani, seguendo tuttavia l’applicazione di norme e princìpi europei in materia.  E in secondo luogo la nomina del sindaco di Genova, Marco Bucci, a commissario straordinario, una figura che grazie all’accentramento di diversi poteri ha permesso di operare tramite procedure accelerate.  

Giovani e grandi opere: nel recente passato i grandi investimenti pubblici sono stati travolti da una serie di episodi negativi, come corruzione, eccessiva burocrazia o addirittura mancata manutenzione. Esempi come Mose, Tav e il crollo del Ponte Morandi sono lampanti. C’è il rischio che la nostra generazione non abbia più fiducia nelle grandi opere?

Quando si parla di infrastrutture si ha a che fare con la creazione di valore. “Infrastrutture” è una parola che guarda al futuro. Per questa ragione sono proprio i giovani a dover puntare sulle infrastrutture fisiche e digitali per costruire “ponti verso il futuro”. In quest’ottica è cruciale impegnarsi a fare avvicinare i giovani ad un settore molto stimolante come quello delle grandi infrastrutture. Gli strumenti ci sono: Webuild da sempre promuove stage, master, seminari, programmi di formazione e prodotti divulgativi in collaborazione con le università.

Certamente in Italia ci sono state opere che hanno visto tempi di realizzazione molto lunghi, soprattutto a causa di sistemi autorizzativi troppo complessi, contribuendo a creare una narrativa pessimistica attorno a questo tema. Però ci sono anche opere come il ponte di Genova, che ha battuto ogni record in termini di tempi realizzazione, qualità dell’opera, sicurezza e, lasciatemi dire, capacità di ricostruire una immagine per un Paese con una grande capacità di mettere in campo il miglior Made in Italy, anche nel settore delle infrastrutture. 

E questo non riguarda solo Genova. Il cantiere della M4 a Milano è stato uno dei primi a ripartire nonostante la difficoltà in cui si è trovata la città a causa del Covid-19. Abbiamo dimostrato una grande capacità nel far ripartire un’opera strategica per la città, garantendo al tempo stesso la salute e la sicurezza dei lavoratori.

Come si inverte questa mancanza di fiducia? 

I giovani devono guardare a queste eccellenze (ponte Morandi e cantiere M4 Milano, ndr) e chiedere ai governi una migliore capacità di programmazione e di esecuzione di opere strategiche, che rappresentano il pilastro per la crescita economico e culturale del Paese. 

Crediamo fermamente che per cambiare la narrativa delle grandi opere, in particolare in Italia, siano necessari risultati concreti, e sia necessario raccontare questi risultati con onestà e trasparenza. Per esempio, con il Nuovo Ponte di Genova abbiamo colto l’opportunità per dimostrare che un’opera non solo può essere costruita bene, ma può essere anche raccontata con massima trasparenza: abbiamo messo a disposizione dei cittadini telecamere sul cantiere attive 24 ore su 24 e descritto il progetto da tutti i punti di vista attraverso video storie pubblicate su web. Abbiamo anche allestito un vero e proprio museo del ponte, Spazio Ponte, un luogo aperto alla cittadinanza, alle scuole e alle università dove è possibile seguire i lavori e confrontarsi con le maestranze impegnate nel cantiere. 

Tutto ciò perché crediamo che raccontare esempi positivi possa contribuire a creare nuovi modelli a cui ispirarsi per un rilancio del sistema Paese.

Burocrazia: da sinistra a destra sembrano essere tutti d’accordo nel ridurre i tempi e i costi della burocrazia italiana. Nonostante ciò, la situazione sembra essere sempre la stessa. Secondo lei, riusciremo mai a liberarci dalla burocrazia? 

Io sono sempre ottimista e credo che questa crisi rappresenterà un cambiamento in positivo. La pandemia dovuta al Covid-19 ha imposto mutamenti epocali nei comportamenti non solo delle persone, ma anche di aziende e istituzioni. Per superare rapidamente la crisi economica che si profila all’orizzonte bisognerà trovare nuove modalità di interazione e di produzione, con sistemi più innovativi ed efficienti. 

Rimanendo sul tema burocrazia, weBuild ottiene commissioni per opere pubbliche in tutto il mondo. Nella sua esperienza, ritiene che gli altri Paesi abbiano pratiche migliori nella gestione degli appalti pubblici? Ci sono degli spunti che potremmo importare anche in Italia?  

Quello che mi colpisce sempre degli altri Paesi in cui operiamo non è tanto la capacità di esecuzione in tempi molto più rapidi dei nostri, ma soprattutto la capacità di pianificare e realizzare le opere. 

Questa è l’esperienza che abbiamo avuto in tanti Paesi del mondo, dall’Australia agli Stati Uniti, in Europa dalla Francia alla Danimarca, Paesi anche più piccoli del nostro che sanno però pianificare ed eseguire tempestivamente opere strategiche.

Per fare qualche esempio: la metro Cityringen a Copenhagen, un anello che gira intorno alla città e che, realizzata in soli 7 anni, contribuirà a rendere la città la prima metropoli carbon neutral al mondo entro il 2025; o il Canale di Panama, un’opera mastodontica costruita in soli 7 anni.

Spunti da portare in Italia? Sicuramente procedure amministrative più veloci e tempi certi per i vari step autorizzativi dell’opera, ma anche il pagamento delle attività realizzate.

Modello Genova: la ricostruzione del ponte di Genova in deroga al codice degli appalti viene citato da molti come la strada da seguire. Lei è d’accordo? Si può replicare il modello Genova o rimane un’eccezione alla regola?  

Il ponte di Genova viene celebrato come un miracolo reso possibile da poteri straordinari, ma in realtà non è così. Sono state semplicemente applicate le norme del codice europeo degli appalti e non ci sono state decisioni assunte con poteri straordinari, quanto piuttosto una gestione manageriale dell’opera da parte di tutti gli attori in causa. La comunanza di interessi a realizzare l’opera in tempi rapidi, al di là di imprevisti come una pandemia e condizioni meteorologiche avverse, è stata fondamentale. 

Inoltre, vorrei sottolineare che tempi più veloci non hanno significato bassa qualità. Abbiamo realizzato un’opera all’avanguardia da tutti i punti di vista: qualità dei materiali, sostenibilità dal punto di vista energetico e ambientale, standard di sicurezza (dell’opera e del cantiere). E lo abbiamo fatto nel pieno rispetto delle regole, grazie all’impegno e alla dedizione di tutte le parti in causa. 

Siamo convinti che altre opere sul “modello Genova” siano facilmente realizzabili. Se semplifichiamo il sistema normativo possiamo far ripartire un settore, quello delle infrastrutture, che ha impatti notevoli sulla crescita del Pil e dell’occupazione.

Antonio Maria De Rosa
A Napoli mi dicono "sei romagnolo", in Romagna mi dicono "sei napoletano"; insomma, penso di essere cosi noioso che nessuno mi vuole. Autoritario nei modi, libertario di idee. Ho tre passioni: calcio, cucina e Orizzonti Politici. Attualmente studio in Bocconi. Sogno nel cassetto? Diventare astronauta!

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