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Atlantismo: le origini in Italia e le prospettive future

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Nel discorso programmatico alla Camera dei deputati dello scorso 25 ottobre, il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha ribadito la collocazione italiana nello scacchiere geopolitico, confermando che il Bel Paese resterà saldamente ancorato a principi dell’europeismo e dell’atlantismo. Già cinque giorni prima, la leader di Fratelli d’Italia aveva annunciato tramite una nota che chi non avesse condiviso questa linea a livello di politica estera sarebbe rimasto al di fuori della compagine di governo. A differenza di alcuni suoi alleati di governo, dunque, Giorgia Meloni sembra avere le idee piuttosto chiare sulla posizione atlantista dell’Italia. Ma cosa significa di preciso il termine “atlantismo”? Qual è la storia dell’atlantismo italiano? In che misura – al giorno d’oggi – il nostro Paese può essere definito atlantista?

Che cos’è l’atlantismo

Secondo la definizione dell’American Heritage Dictionary, l’atlantismo non è altro che “una dottrina di cooperazione – su questioni di difesa, economiche e politiche – tra le nazioni dell’Europa occidentale e quelle del Nord America (Stati Uniti in particolare)”; il termine “atlantismo”, coniato ben 72 anni fa, deriva dal nome dell’oceano che collega i due continenti che condividono tale visione comune. La suddetta visione impone che la collaborazione a livello bilaterale tra Europa e Stati Uniti sia preminente rispetto ad ogni altro tipo di alleanza, soprattutto con riferimento a temi cruciali come la sicurezza.

Le discussioni e le decisioni che hanno ad oggetto i temi di interesse atlantico vengono prese nell’ambito dell’Organizzazione del Trattato Atlantico del Nord (NATO), istituita – con fini di collaborazione nel settore della difesa – da un trattato (il Patto Atlantico) firmato a Washington da Stati Uniti, Canada e dieci Paesi dell’Europa occidentale (tra cui l’Italia) nella primavera del 1949, ed entrato in vigore alla fine dell’estate dello stesso anno. Tra le ragioni alla base della stipulazione del Patto Atlantico, la paura che l’Unione Sovietica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale così come gli Stati Uniti ma già distante da questi ultimi sotto ogni punto di vista (siamo nei primi anni della cosiddetta “guerra fredda”), potesse attaccare una nazione dell’Europa occidentale: non a caso, uno degli articoli più importanti del trattato, nello specifico il quinto, stabilisce che qualsiasi attacco ad uno Stato membro venga considerato come un attacco all’intera coalizione. Molto rilevante, oltre che di assoluta attualità (in quanto invocato lo scorso febbraio da diversi Stati membri a seguito dell’invasione russa dell’Ucraina) anche l’articolo IV, secondo il quale “le parti si consulteranno ogni volta che, nell’opinione di una di esse, l’integrità territoriale, l’indipendenza politica o la sicurezza di una delle parti fosse minacciata”. Sei anni dopo la firma del Patto Atlantico e a seguito dell’adesione alla NATO da parte della Germania ovest, anche l’Unione Sovietica darà vita (insieme ai Paesi ad essa affini) ad un trattato di cooperazione internazionale, il Patto di Varsavia, che renderà ancora più evidente la divisione del mondo in due blocchi contrapposti. 

Il Patto Atlantico e l’Italia

Già da prima della fine della Seconda Guerra Mondiale, l’approdo in Italia delle truppe angloamericane fece  sì che il nostro Paese, complice anche l’enorme distanza a livello ideologico dall’Unione Sovietica, si andasse a collocare nella sfera di influenza occidentale.

Dopo il termine del conflitto, l’Italia si ritrova a fare i conti col delicato passaggio da monarchia a repubblica e con la stesura della Costituzione repubblicana: in questa fase, gli esecutivi che si susseguono sono governi di unità nazionale, che vedono presenti nella stessa compagine sia i democristiani di Alcide De Gasperi sia i socialisti e i comunisti. Nel frattempo, gli Stati Uniti stanno preparando quella che sarà una delle operazioni politiche più celebri della storia, ossia l’European Recovery Program del 1947 (presto ribattezzato anche “Piano Marshall”), la quale sancisce di fatto la rottura definitiva con gli ex alleati sovietici. Tale frattura, in piccolo, si riscontra anche nel nostro Paese, con l’uscita di socialisti e comunisti dall’esecutivo e l’inizio del protagonismo della Democrazia Cristiana (DC). Oltre agli Stati Uniti, sono Francia e Inghilterra a desiderare più ardentemente la nascita di un’alleanza militare tra i Paesi occidentali, ed il Presidente del Consiglio italiano De Gasperi non può restare a guardare. L’Italia dunque aderisce, ed è tra i 12 firmatari del trattato di Washington sopra menzionato. 

Non tutti sono d’accordo con le posizioni dello statista trentino: a mostrare il proprio dissenso, infatti, sono in primis gli ex alleati di governo, che bollano il patto come “militarista”. Ma non solo: anche alcune correnti della stessa DC sembrano tutt’altro che entusiaste rispetto alla ormai annunciata egemonia statunitense. Quella con a capo Giuseppe Dossetti, ad esempio, molto in linea con le esigenze del Vaticano, auspica che prima dell’alleanza militare transatlantica vi sia il consolidamento di quella a livello continentale (che invece avverrà alcuni anni più tardi); quella guidata dal futuro Capo dello Stato Giovanni Gronchi, invece, sostiene addirittura un’ipotesi neutralista rispetto alla tensione USA-URSS. Come anticipato, però, la linea tracciata da De Gasperi prevale, e non solo nel breve periodo, ma anche nel medio-lungo termine: da quel 4 aprile 1949 in poi, infatti, una sorta di “condizione necessaria” per la legittimazione a governare l’Italia sarà proprio l’accettazione della collocazione del Paese all’interno dell’alleanza atlantica.

Un’idea mai portata a termine: il “neoatlantismo”

In concomitanza con le fasi più dure della Guerra di Corea, Alcide De Gasperi inizia a preoccuparsi sempre di più per le posizioni assunte oltreoceano, e spinge fortemente verso un’integrazione europea che avverrà di lì a poco, con la nascita della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA). Nel frattempo, il fermento all’interno delle varie correnti democristiane si fa sempre più vivace: ecco dunque che si inizia a diffondere la visione secondo cui l’Italia deve sì restare fedele al patto stipulato per proteggere l’occidente dalle insidie sovietiche, ma allo stesso tempo deve privilegiare la costruzione di una ben definita identità europea e dialogare coi Paesi in via di sviluppo e con quelli del Medio Oriente, in modo tale da assumere una maggiore rilevanza a livello geopolitico anche nel Mediterraneo. Tra le manifestazioni più evidenti della nuova corrente di pensiero, soprattutto per quanto riguarda il dialogo con questi ultimi Paesi, il sostegno all’indipendentismo delle colonie francesi e inglesi nell’ambito della decolonizzazione. 

Tra i principali sostenitori del “neoatlantismo”, termine coniato a fine anni ’50, il Presidente dell’Eni Enrico Mattei, il quale siglerà una serie di accordi petroliferi in tutto il mondo, spingendosi addirittura fino in Unione Sovietica. Nonostante alcuni iniziali successi, però, questo tipo di politiche avrà una vita piuttosto breve, sia in quanto mancheranno risorse finanziarie sia in quanto non vi sarà mai unanime sostegno da parte della DC, anche a causa dei frequenti malumori che verranno esternati da Washington. A riconciliare le idee delle correnti più a sinistra della Balena bianca con l’originale progetto Degasperiano sarà Aldo Moro, il quale a partire dalla metà degli anni ’60 sottolineerà l’importanza della solidarietà militare agli USA per la stabilità a livello internazionale, ma allo stesso tempo promuoverà (anche nell’ambito della politica interna, basti pensare al cosiddetto Compromesso storico) la distensione e il superamento della logica dei blocchi. Riavvicinandosi agli Stati Uniti, tuttavia, Moro non abbandonerà le istanze dei Paesi extraeuropei.

Da Berlinguer a Craxi: nuovi paradigmi per l’atlantismo italiano

Negli anni ’70, il segretario del Partito Comunista Italiano (PCI) Enrico Berlinguer comprende che se il proprio partito vuole avere una chance di governare (proprio a causa del precedente discorso sulla legittimità conferita dall’adesione al Patto Atlantico) deve farlo all’interno del blocco occidentale (arrivando persino a dichiarare di sentirsi più al sicuro “al di qua della cortina di ferro”). Sotto la guida del leader sardo il PCI si sta progressivamente distaccando dal suo omologo sovietico: tuttavia, non si può parlare di vero e proprio atlantismo da parte di Berlinguer poiché, seppur più tesi, i rapporti con Mosca permangono. 

Quanto a Bettino Craxi, invece, segretario del Partito Socialista e Presidente del Consiglio dal 1983 al 1987, non si può certo dire che fosse inviso agli americani, in quanto uno dei più anticomunisti tra i socialisti e pertanto garanzia di atlantismo. Eppure, con i fatti di Sigonella, le tensioni tra Roma e Washington toccheranno forse i massimi storici, anche a causa della strenua difesa della sovranità nazionale da parte del leader del Garofano rosso. L’Italia, comunque sia, ricucirà ben presto lo “strappo” con gli Stati Uniti anche grazie all’azione di due baluardi dell’atlantismo come il Ministro degli Esteri Giulio Andreotti e quello della Difesa Giovanni Spadolini.

Quanto è atlantista l’Italia di oggi?

Tornando ai nostri giorni, si può ribadire come anche l’attuale esecutivo si ispiri ai principi dettati dal patto del 1949. Tuttavia, molti componenti del governo, compresa la stessa Giorgia Meloni (che si professava contraria alle sanzioni comminate alla Russia a seguito dell’invasione della Crimea e criticava la NATO) non hanno sempre mantenuto questa linea: è il caso, ad esempio di Matteo Salvini, dichiaratosi contro le sanzioni al Cremlino anche a seguito della recente invasione Ucraina, “stoppato” dalla leader di Fratelli d’Italia appena prima delle elezioni e più volte protagonista (come del resto anche Silvio Berlusconi) di dichiarazione moderate nei confronti di Vladimir Putin.

Anche guardando alle opposizioni, però, l’atlantismo non appare certo unanime: se infatti Partito Democratico e Terzo Polo ripongono estrema fiducia nell’alleanza atlantica, il Movimento 5 Stelle appare più cauto, tanto che alcuni suoi esponenti hanno – soprattutto nella fase sovranista che li ha visti governare al fianco della Lega – espresso giudizi non proprio positivi sulla NATO, per non parlare degli ambigui rapporti con la Cina di Xi Jinping, con l’adesione italiana alla Nuova via della Seta (voluta dai pentastellati quando Conte sedeva a Palazzo Chigi) che era stata posta sotto esame da Mario Draghi durante il suo mandato da Presidente del Consiglio.

Vittorio Fiaschini
Nato a Perugia 22 anni fa, dopo una triennale in Economia e finanza studio Economics of government and international organizations alla Bocconi. Amante di sport, cinema e storia, la mia passione numero uno è però la politica. Fanatico della Prima Repubblica, dico frequentemente "quando c'era lui", ma con riferimento a De Gasperi.

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