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Analisi dei beni confiscati: a parole e in numeri

Dopo aver compreso la necessità alla base della legge sulla confisca dei beni e il contesto storico nel quale questa misura è sorta, in questo articolo proveremo a capire cosa ci dicono i dati sulla tipologia, quantità e collocazione dei beni confiscati. Nell’analisi realizzeremo un confronto temporale sull’avanzamento di questa politica nel contrasto alla mafia e ci concentreremo sull’uso effettivo dei beni, provando a capire se ci sono dei modelli virtuosi che potrebbero guidare verso la buona riuscita di questa misura nel futuro.

La situazione dei beni confiscati in Italia: tipologie, distribuzione geografica ed evoluzione temporale

Secondo i dati presentati in occasione della Relazione semestrale al Parlamento sui beni sequestrati e confiscati, nel quadriennio che va dal 1° gennaio 2020 al 31 dicembre 2024 i beni interessati da procedimenti di prevenzione registrati in Banca dati Centrale (BdC) ammontano a 49.125 unità. Di questi, il 54,1% è costituito dai beni ufficialmente confiscati e il 3,1% da beni in fase di sequestro. Le restanti unità sono costituite dai beni proposti, che costituiscono il 42,8% del totale.

La distinzione tra questi tipi di beni permette di comprenderne lo status giuridico all’interno del processo di confisca, già approfondito nel primo articolo di questa serie. I beni ufficialmente confiscati sono quelli espropriati a favore dello Stato in via definitiva. Mentre, i beni in fase di sequestro sono quelli sottoposti a una misura cautelare preventiva e temporanea, che ne congela la disponibilità; tuttavia, in seguito al sequestro, la confisca può non realizzarsi. Infine, quando si parla di beni proposti ci si riferisce a quei beni che sono stati identificati e segnalati per essere sottoposti a misure di prevenzione patrimoniali, come il sequestro o la confisca, ma per cui il procedimento è ancora in fase iniziale e non è ancora sfociato né nel sequestro, né tantomeno nella confisca.

L’eterogeneità dei beni confiscati alla criminalità organizzata

Quando si parla di beni confiscati ci si riferisce a un patrimonio variegato e diversificato, la cui eterogeneità restituisce una panoramica degli interessi che le organizzazioni mafiose coltivano in diversi settori economici. Questo patrimonio ammonta a un totale di 81.526 beni; di questi, quasi la metà è costituita da beni immobili (48,2%), che includono unità immobiliari per uso abitativo (es: ville, appartamenti) o commerciale (es: negozi, stabilimenti  balneari), ma anche terreni agricoli. Seguono i beni mobili (16%) e i beni mobili registrati (15,4%).

La differenza tra questi due tipi di beni risiede principalmente nella loro natura e nel loro trattamento legale: i beni mobili includono oggetti che possono essere facilmente spostati, come gioielli, quadri, arredi; mentre i beni mobili registrati includono veicoli, imbarcazioni e aerei, che sono soggetti a registrazione presso autorità pubbliche.

Infine, i beni finanziari (come assegni bancari e titoli di stato) costituiscono il 12,1% del totale, mentre la porzione più marginale è rappresentata dalle aziende (8,4%).

L’impatto regionale delle confische dei beni

La Relazione semestrale esamina la distribuzione dei beni soggetti a misure di prevenzione patrimoniale sul territorio nazionale, suddividendolo nelle quattro macro-aree convenzionali: Nord, Centro, Sud e Isole. Il radicamento storico delle organizzazioni criminali nel meridione d’Italia si riflette nella preponderante concentrazione di provvedimenti di confisca proprio in queste aree. Complessivamente, più della metà di tutti i beni sottoposti a misure di prevenzione patrimoniale si trovano nelle macro-aree del Sud e delle Isole. In particolare, il Sud incide sul totale dei provvedimenti di confisca per il 40,5% e le Isole per il 28,3%; mentre, il Nord e il Centro costituiscono rispettivamente il 19% e 12,2% .

Scendendo nel dettaglio, la Sicilia risulta la regione con il più alto numero di beni confiscati, seguita dalla Calabria e dalla Campania. Nel Centro-Nord è invece la Lombardia a detenere il primato, distinguendosi in particolare per la presenza di aziende confiscate.

Significativi sono anche i risultati della comparazione temporale per distretto, la quale evidenzia come alcune città facciano registrare un cospicuo incremento rispetto alla loro media annuale di beni iscritti nei registri: Napoli (+485), Caltanissetta (+366) e Messina (+257) occupano il podio, seguiti da Ancona (+188) e Milano (+94).

Grafico disponibile su Flourish.it al seguente link

Le confische nel Centro-Nord rivelano l’espansione mafiosa

L’analisi della distribuzione territoriale dei beni confiscati offre un quadro ancora più completo se integrata con l’evoluzione temporale di tale fenomeno. L’incrocio di questi dati evidenzia una crescente presenza di beni sottratti alla criminalità organizzata nelle regioni del Centro-Nord, con un’incidenza particolarmente rilevante in Lombardia, Lazio, Emilia-Romagna e Piemonte. Questo dato riflette l’espansione delle organizzazioni mafiose verso aree di infiltrazione “non tradizionale”, dove ormai da oltre quarant’anni investono in attività imprenditoriali per riciclare capitali illeciti.

La Lombardia, oggi prima tra le regioni settentrionali per numero di beni confiscati, è seguita dal Lazio. In particolare, in Lombardia si registra un aumento del 12% rispetto al 2023 e una prevalenza di aziende sequestrate rispetto agli immobili, segnale evidente della penetrazione mafiosa nel tessuto economico locale. Il Lazio, invece, con un incremento del 9% rispetto all’anno precedente e un numero significativo di beni confiscati nella città di Roma, testimonia la crescente presenza delle mafie nei grandi centri urbani.

Chi si occupa dei beni confiscati?

L’ANBSC è un’agenzia del governo italiano istituita nel 2010. Essa, in collaborazione con l’Autorità giudiziaria, si occupa di gestire il processo di destinazione dei beni mobili, immobili e aziendali, seguendoli nelle fasi del sequestro, della confisca definitiva e della restituzione alla comunità, realizzando anche un lavoro di monitoraggio.

L’attività dell’ANBSC, infatti, non termina con la destinazione del bene, bensì continua con l’attività di monitoraggio post-destinazione. Questo controllo serve  per evitare che il bene venga utilizzato in modo difforme o non venga utilizzato del tutto. Se non viene rispettata l’assegnazione, si può procedere con la revoca della medesima, e il bene in questione torna a carico dell’Agenzia che dovrà continuare a occuparsene. Questo meccanismo è tanto necessario, quanto oneroso: in caso di revoca, infatti occorre avviare una nuova attività istruttoria, trovare una nuova possibile destinazione del bene e, infine, ridestinarlo. Al 2023, i casi di revoca e ridestinazione ammontavano a oltre 300.

Un’ulteriore problematica che si evidenzia è che i beni in fase di gestione o di amministrazione non coincidono tutti con la confisca definitiva, e dunque non sono tutti immediatamente destinabili. Inoltre, tra i beni confiscati definitivamente, emergono altre criticità che ne possono impedire la destinazione: ovvero, beni che sono già stati proposti a Soggetti del Terzo settore con un bando; beni non richiesti ad esito delle conferenze di servizi, beni confiscati solo in parte; beni che devono essere sottoposti a verifica dei crediti; beni di natura aziendale e quindi funzionali per attività produttive e beni con criticità tecnico-urbanistiche. Si deduce che solo una parte dei beni in gestione può essere destinata effettivamente.

La gestione delle aziende

Per quanto concerne le aziende, dal 2019 l’ANBSC interviene qualora vi sia una pronuncia confermativa di confisca da parte della Corte di Appello

Al 2023, secondo un’analisi svolta sul periodo 2019-2023, delle aziende confiscate il 68% era costituito da attività che non potevano continuare l’attività economica dichiarata, il 27% poteva riposizionarsi sul mercato con un adeguato stimolo alla ripresa e solo il 5% era costituito da aziende attive sul mercato o comunque in grado di proseguire nonostante la misura ablatoria. Infatti, la maggior parte delle aziende destinabili non viene venduta o affittata, bensì liquidata o cancellata. Va notato che, già all’atto del sequestro, molte aziende non hanno la capacità patrimoniale sufficiente per restare sul mercato se private del legame con la realtà criminale di provenienza.

Lo stato dei Beni

Il concetto di “destinazione” di un bene è ampio e comprende: i beni mantenuti al patrimonio dello Stato per le esigenze delle Amministrazioni centrali, quelli trasferiti al patrimonio indisponibile degli Enti territoriali, quelli transitati alla vendita per il soddisfacimento dei creditori in buona fede e quelli reintegrati nel patrimonio delle aziende che mantengono potenzialità produttive. A queste categorie si aggiungono anche i beni messi a reddito per concorrere all’autofinanziamento dell’Agenzia.

I beni in gestione sono beni sottoposti a confisca – anche non definitiva – ancora in attesa di giudizio a seguito di impugnazione o ricorso. Solo quando si giunge ad una confisca di secondo grado, i beni passano nella gestione diretta dell’ANBSC. Fino a quel momento, sono gestiti da un amministratore giudiziario nominato dal Tribunale.

I beni destinati sono quelli giunti al termine dell’iter legislativo. Si tratta di beni trasferiti ad altre amministrazioni dello Stato per finalità istituzionali o usi governativi, o agli Enti territoriali per scopi sociali.

Grafico disponibile su Flourish.it al seguente link

I beni destinabili sono, invece, quei beni che l’ANBSC propone per la destinazione e che sono in regola per essere già destinati, qualora un ente accreditato rientri nei criteri di assegnazione. Questi beni a marzo 2025 sono 528 e si trovano in quattro Regioni italiane: Abruzzo (6); Calabria (201); Campania (87) e Sicilia (234).

Esempi virtuosi

Nei beni confiscati si tenta di dare vita a nuove attività economiche, sociali, culturali o sportive. Nel 2024 Libera ha censito 1065 soggetti impegnati nella gestione di beni immobili confiscati alla criminalità organizzata. I gestori, attraverso molteplici e differenti attività, testimoniano un rinnovato impegno a servizio della comunità.

Tiriamo le somme: difficoltà e spinte al miglioramento

Nonostante l’impegno mostrato nel monitoraggio dei beni e nella diffusione di dati accessibili e trasparenti, le criticità nell’accesso alle informazioni sono ancora evidenti. In questo contesto, la trasparenza è cruciale, così come l’accuratezza e l’affidabilità dei dati.

Inoltre, un ulteriore problema riguarda le aziende confiscate, poiché queste spesso giungono alla fase di destinazione senza reali capacità economiche e operative, perciò pronte alla liquidazione e chiusura.

Altre criticità nella gestione del riutilizzo dei beni consistono nelle finalità poco specifiche e puntuali, nei condizionamenti e nelle infiltrazioni della criminalità in certe fasi del progetto di riutilizzo e nell’incapacità di garantire una sostenibilità economico-finanziaria di lungo periodo.

Concludendo, il processo di destinazione dei beni dovrebbe essere più trasparente, rapido ed efficace. Solo in questo modo la società potrà acquisire più consapevolezza dei risultati della confisca e sentirsi parte di questo ciclo virtuoso che nasce dalla sottrazione del bene alla criminalità organizzata  e termina con il godimento collettivo del bene.

*Immagine di copertina: [Uno striscione comparso a Castel Volturno nel 2012 in occasione della confisca di un bene alla camorra - Antonio Maria Mira]

Testo a cura di Anna Borghetti (Orizzonti Politici) e Erica Ravarelli (Legalità in Movimento)

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